WELFARE E PENSIONI/ Olivelli: lavorare fino a 65 anni, per non rubare il futuro ai giovani

- int. Paola Olivelli

Calderoli propone di agire su pensioni di reversibilità e indennità di accompagnamento, per tagliere la spesa. PAOLA OLIVELLI spiega se, effettivamente, sia questa la priorità

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Foto Imagoeconomica

Non dà cenni di accingersi alla conclusione né, tantomeno, ad una definizione delle soluzioni, il dibattito sulla riforma del welfare e del sistema pensionistico. Ovviamente, in chiave di tagli e sacrifici. Secondo il ministro Calderoli, la spesa previdenziale va ridotta, anzitutto, alle voci pensioni di reversibilità e indennità di accompagnamento. «Mi pare che, in questo campo, di riforme ce ne siano già state abbastanza. Ma – data la situazione -, purtroppo, dobbiamo constatare che sarà necessario mettervi ulteriormente mano», sostiene Paola Olivelli, professoressa di Diritto del Lavoro presso l’Università di Macerata raggiunta da ilSussidiario.net. Il problema risiede nel fatto che, il capitolo di spesa relativo alle due voci è immane: 40 miliardi di euro l’anno, per una popolazione interessata di 5 milioni di cittadini, molti dei quali sono destinatari di entrambi i trattamenti. L’idea, quindi, è quella di procedere ad una scrematura. La reversibilità, infatti, attualmente non prevede una soglia di età per accedere al diritto, mentre l’indennità viene data in presenza di invalidità ma a prescindere dal reddito. Insomma, alcuni interventi sono imposti dal contesto. Tuttavia, secondo la Olivelli, la priorità, oggi, riguarda «la questione dell’età pensionabile. Trovo che il suo aumento sia improrogabile». La professoressa, non ha dubbi. E, sugli anni che secondo lei dovranno essere considerati necessari per la pensione, afferma: «65 è il minimo. Sia per gli uomini che per le donne». Va da sé che, quand’anche sussistesse la volontà di un simile cambiamento, non si tratterebbe di una passeggiata. «Capisco che è complicato intervenire da subito, in questi termini, perché si provocherebbero enormi problemi di natura politica. Si tratta, però, di un passo da compiere obbligatoriamente». Le ragioni sono chiare: «con il sistema ripartitivo vigente il costo delle pensioni ricade sui lavoratori, sui giovani e, in particolare, su quelli che non hanno ancora un lavoro fisso. Il fatto che la gente smetta di lavorare non significa che si liberino dei posti. Anzi. Di norma, un lavoratore che va in pensione viene sostituito al 50 per cento. Inoltre, oggi, la gente a 65 anni, nella maggior parte dei casi, è in grado di lavorare».

In sostanza: «prima si esce dal lavoro, e più si pesa sui giovani e sugli altri lavoratori».  Altra questione annosa, quella delle pensioni di reversibilità. «Dovrebbe, in effetti, tener conto di chi la riceve. Spesso ci sono casi in cui vanno a persone che hanno già redditi propri, che magari non provengono dal lavoro ma da altre attività». Per quanto riguarda, invece, la revisione delle indennità di accompagnamento, la professoressa è decisamente dubbiosa: «legarle al reddito, detta così, è tranchant; ad esempio:dobbiamo tenere conto del reddito di chi? Del capofamiglia? Dell’invalido? Certo, ci sono delle anomalie e degli abusi. Ma, fatte le dovute eccezioni, e accantonati i casi più eclatanti (come chi riceve l’indennità pur avendo redditi milionari ndr) va ricordato che la maggior parte degli invalidi pesa sulla famiglia, e l’indennità è un aiuto a tutto il nucleo. Sarebbe necessario, anche se non è ovviamente possibile, esaminare caso per caso».







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