LETTERA/ Il lavoro a Hong Kong, dove la “fedeltà” conta meno di un titolo

- Davide Bellocchio

Dove e in che modo si può trovare un lavoro a Hong Kong? E quali sono i requisiti fondamentali? DAVIDE BELLOCCHIO ci parla del “porto profumato” e delle sue opportunità

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Una veduta di Hong Kong (Imagoeconomica)

Hong Kong, il porto profumato [Xianggang], dove l’Oriente incontra l’Occidente. Ma come possono due realtà così diverse incontrasi e convivere nello spazio più ristretto del pianeta (Hong Kong 6.500 Pop/Kmq; Macao 16.500 Pop/Kmq)? E, soprattutto, come questo conflitto, perché di conflittualità stiamo parlando, si riflette sul mercato del lavoro?

Dove si può trovare lavoro ad Hong Kong? Tenendo presente che il 90% del mercato è costituito da aziende di servizi il cerchio si restringe, e non poco. Tra le più grosse aziende a livello accupazionale  troviamo: Bank of China (Boc) Hong Kong, Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (Hsbc), Cathay Pacific Airways, Cheung Kong (investimenti finanziari), China Mobile (provider telefonico), Clp Holdings (energy), Cnooc (oil and natural gas), Henderson Land (investimenti finanziari), Hutchison Whampoa (innovation technology), Jardine Matheson (engeneering), Sun Hung Kai Properties (immobiliare), Swire Pacific (investimenti finanziari).

Quali sono i requisiti fondamentali per trovare lavoro? Essere in possesso di una laurea e parlare inglese… se parlate anche Mandarino e Cantonese siete già assunti; chi non parla cinese non si disperi, nel settore banking and finance non è un must. È però difficile trovare aziende che siano disposte a concedere il permesso di lavoro in loco. La maggior parte degli expatried vengoni infatti rilocati nella regione dal loro attuale datore di lavoro.

La prima cosa che mi ha stupito guardando i curricula dei candidati locali sono state le innumerevole esperienze di lavoro. Ogni diciotto mesi circa un’azienda diversa, perché il cambiare lavoro è un continuo rimettersi in gioco; una persona con sette anni di permanenza nella medesima azienda è malvista, una persona priva di grinta, un profilo non buono. Questa abitudine ha, ovviamente, ripercussioni mastodontiche sul mercato del lavoro rendendolo estremamente veloce. Per trovare una nuova occupazione bastano un paio di settimane o meno, per intenderci. Velocità si, ma non flessibilità.

Ho riscontrato un altro dualismo nella fase di accettazione della proposta di lavoro da parte di un candidato. Retaggio di una profonda tradizione cinese, ho visto persone rifiutare un lavoro perché il titolo non era quello da loro sperato. Il titolo è una delle motivazioni che spinge un persona a cambiare lavoro, la continua crescita professionale, l’onore nel raggiungere la posizione più alta o nel lavorare per l’azienda più famosa. Però, e c’è sempre un però, il salario gioca molto pesantemente la sua parte. A parità di titolo è il salario la vera motivazione al cambiamento. Due facce della stessa medaglia che portano, ad esempio, un candidato a rifiutare un lavoro se il titolo è un gradino leggermente inferiore ma la retribuzione è più elevata.

Tale velocità è dovuta anche alla quasi assoluta mancanza di una legislazione rigida del lavoro (come quella italiana, per capirci); poche semplici regole per quanto riguarda maternità, infortuni e minimo salariale (28 dollari di Hong Kong l’ora, legge introdotta lo scorso marzo). Per il resto c’è piena libertà contrattualistica e il lavoratore ha la facoltà di licenziarsi anche dall’alba al tramonto (rinunciano in questo caso al pagamento del periodo di preavviso).

In un mercato del lavoro così flessibile, che vede ogni giorno migliaia di licenziamenti ma altrettante assunzioni, come può un’azienda correre ai ripari e mantenere una staff che le permetta di continuare a operare efficientemente nel mercato? Una prima soluzione è da ricercarsi nelle politiche salariali interne: l’introduzione di bonus e scatti di salario annuali permettono in parte di contenere questa diaspora di lavoratori. Un secondo accorgimento è una serie di avanzamenti di carriera programmati. Ma questo non basta, le persone continueranno a cambiare lavoro.

Parallelamente ad attente politiche di Human Resources interne è necessario affidarsi a Partner professionisti che capiscono le esigenze dell’azienda, che parlano la stessa lingua dell’imprenditore che vede il proprio Chief financial officer inviargli la lettera di dimissioni via mail da un giorno all’altro. Partner che in maniera tempestiva risolvano il problema e permettano all’azienda di ritornare velocemente a essere competitiva. In un Paese dove all’alba i negozianti bruciano giornali e incenso in bidoni rossi per chiedere fortuna negli affari a Buddha, mentre al noventesimo piano di un grattacelo futuristico si fa colazione spalmando competizione sul pane imburrato.



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