STATUTO LAVORATORI/ Ichino (Pd): caro Monti, cominciamo a “riscrivere” la riforma Fornero

- int. Pietro Ichino

PIETRO ICHINO ci spiega come e perché, effettivamente, lo Statuto dei lavoratori ha contribuito, in parte, a provocare la frattura tra outsider e insider, tra lavoro tutelato e precariato

Fornero_MontiR439
Elsa Fornero e Mario Monti (Infophoto)

In fondo, ha detto ciò che in molti pensano; in seno al mondo accademico e politico, tra i datori di lavoro e i dipendenti e persino nell’universo sindacale. Era, tuttavia, abbastanza prevedibile che attribuire allo Statuto dei lavoratori qualsivoglia torto avrebbe fomentato un mare di polemiche. «Alcune disposizioni dello Statuto dei lavoratori, ispirate a un intento nobile di difendere i lavoratori, hanno determinato un’insufficiente creazione di posti di lavoro», ha dichiarato, ieri, Mario Monti, suscitando le immediate reazioni contrarie. Dalla Camusso (Cgil), che gli ha rinfacciato di non aver idee, ad Angelletti (Uil), che ha chiesto di andare subito al voto, passando per D’Alema, che ha rimproverato al premier una polemica inutile. La questione, ovviamente, non si esaurisce nello schierarsi in campi opposti tra chi è a favore e chi contro lo Statuto. Con Pietro Ichino, siamo entrati nel merito delle esigenze in ballo.

La frase, di per sé, pronunciata in una fase tanto delicata sotto il profilo occupazionale (si pensi alle proteste degli operai dell’Alcoa) non rischia di essere fraintesa e generare ulteriori tensioni?

Monti ha detto questa cosa in questo momento perché proprio in questo momento sta partendo l’iniziativa referendaria di SEL e IdV per l’abrogazione della nuova disciplina dei licenziamenti contenuta nella legge Fornero e il ritorno al vecchio articolo 18: un’iniziativa verso la quale una parte del Pd non nasconde le proprie simpatie. Monti ci avverte che questo ritorno all’indietro non farebbe bene al nostro mercato del lavoro. Del resto, anche i lavoratori Alcoa lo sanno bene: non è certo l’articolo 18 che potrebbe dare loro una sicurezza di lavoro per il prossimo futuro, mentre una legislazione più moderna e allineata ai migliori standard europei può favorire l’afflusso degli investimenti stranieri.

Nel merito: le risulta che, effettivamente, lo Statuto dei lavoratori abbia “determinato un’insufficiente creazione di posti di lavoro”?

Il vecchio articolo 18 ha sicuramente una responsabilità di primo piano nel dualismo del nostro mercato del lavoro: cioè nello sviluppo di un ampio segmento della nostra forza-lavoro in posizione di sostanziale dipendenza, ma esclusa dal rapporto di lavoro subordinato regolare. Negli ultimi tempi, soltanto due assunzioni ogni dieci, nel nostro mercato del lavoro, sono avvenute per rapporti in cui si applicasse il vecchio articolo 18. E già questa è un’ottima ragione a sostegno della riscrittura di questa norma. Ma un altro gravissimo nostro problema è costituito dalla chiusura ermetica dell’Italia agli investimenti stranieri; e a determinare questo effetto hanno fortemente contribuito, insieme ai difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture, anche il nostro sistema di relazioni industriali, la nostra legislazione del lavoro ipertrofica, illeggibile, non traducibile in inglese, gravemente disallineata rispetto al resto d’Europa.

Che peso hanno avuto i sindacati e la politica nel determinare queste scelte?

Più che di “scelte” parlerei di inerzia, ritardo nell’adeguamento. In Germania, il legislatore e le forze sociali hanno compiuto un importantissimo aggiustamento della struttura della contrattazione collettiva e della disciplina dei licenziamenti già all’inizio degli anni 2000; noi abbiamo tardato 10 anni. E questi ritardi si pagano.

 

Quali furono le ragioni di questo ritardo?

 

Poiché sono sempre portato a guardare ai difetti di casa mia, prima che a quelli altrui, rispondo che a questo ritardo ha contribuito molto un vero e proprio blocco mentale che ha colpito la sinistra italiana: quello che l’ha indotta a sacralizzare le vecchie forme del sistema di protezione del lavoro, senza vederne i difetti e i costi. Ma anche il centrodestra non ha brillato per capacità di svecchiare questo sistema: col risultato che nel “ventennio berlusconiano” i costi sono aumentati a dismisura.

 

Quali costi?

 

Costi in termini di segregazione di una parte cospicua della forza-lavoro, che resta esclusa dal sistema stesso delle protezioni. Costi in termini di ingessatura delle strutture produttive medio-grandi: quando la sicurezza del lavoratore è interamente costruita sullo stretto suo legame con il posto di lavoro, è inevitabile che l’intero sistema tenda alla conservazione delle strutture esistenti, anche quando non sono più produttive. Questo riduce la produttività media del lavoro degli italiani, con il conseguente effetto depressivo sulle loro retribuzioni. Oltre a disincentivare, come dicevo prima, gli investimenti stranieri. A questo si riferisce Monti quando parla di effetto depressivo del nostro vecchio sistema di protezione.

 

Crede che lo Statuto andrebbe modificato?

 

L’intera nostra legislazione del lavoro di fonte nazionale dovrebbe essere riscritta in modo semplice, sintetico, leggibile immediatamente da parte di tutti coloro che devono applicarla: decine di milioni di persone. Per questo, con altri 54 senatori Pd, ho presentato nel 2009 il disegno di legge n. 1873, che sostituisce 200 vecchie leggi, per un totale di duemila pagine, con sessanta articoli brevi, chiari e facilmente traducibili in inglese. Li abbiamo scritti avendo in mente il modello nord-europeo centrato sul principio della flexsecurity; ma la stessa tecnica legislativa potrebbe, ovviamente, essere posta al servizio di scelte di politica del lavoro diverse.

 

Nell’insieme, valuta che sarebbe sufficiente modificare lo Statuto per rilanciare l’occupazione? 

Sufficiente, no di certo. Il codice del lavoro semplificato può però essere utilissimo come nuovo biglietto da visita dell’Italia per gli operatori stranieri.

 

Quanto e come sta contribuendo alla creazione di nuovi posti la riforma del lavoro della Fornero?

 

La legge Fornero compie un primo passo importante nella direzione giusta, sia per quel che riguarda la disciplina dei licenziamenti, sia per quel che riguarda gli ammortizzatori sociali: trattamento di disoccupazione e Cassa integrazione guadagni. Che significa voltar pagina rispetto al nostro vecchio modo di affrontare le crisi occupazionali aziendali. Se sapremo dare ai nostri interlocutori europei affidamento sulla nostra volontà e capacità di mantenere queste scelte e proseguire su questa strada, gli interessi sul debito si abbasseranno, avremo decine di miliardi in più ogni anno da investire sullo sviluppo del nostro Paese, e anche gli investimenti stranieri torneranno ad affluire in Italia.

 

Non c’è nulla che modificherebbe della riforma Fornero?

 

Questo testo legislativo è ancora scritto alla vecchia maniera: ipertrofico e leggibile soltanto per gli addetti ai lavori. È un difetto grave, che però può essere superato solo con una riscrittura dell’intero compendio della legislazione del lavoro. La nuova legge è anche difettosa sul fronte dei nuovi servizi nel mercato del lavoro: essa enuncia la necessità di un livello di efficienza nettamente superiore all’attuale, ma non delinea ancora con precisione il come raggiungerlo. Infine, sia per quel che riguarda la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro regolari, sia per quel che riguarda il contrasto al precariato, questa legge è ancora troppo timida: c’è ancora molto da fare, su questo terreno.

 

(Paolo Nessi) 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori