FIAT/ Bonanni (Cisl): Marchionne e Fiom, rischiano 500.000 lavoratori

- int. Raffaele Bonanni

Dopo il vertice di sabato 22 luglio tra governo e Fiat, il Lingotto ha ribadito l’impegno a salvaguardare la presenza industriale del gruppo in Italia. Ne parliamo con RAFFAELE BONANNI

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Raffaele Bonanni (Infophoto)

Dopo il vertice di sabato 22 luglio tra governo e Fiat, preceduto dalle dichiarazioni di Fornero e Landini che hanno richiamato l’azienda torinese alle sue responsabilità, è stato diramato un comunicato congiunto: Fiat si impegna a salvaguardare la presenza industriale del gruppo in Italia; il governo si impegna ad assicurare un lavoro congiunto utile a determinare condizioni per il rafforzamento della capacità competitiva dell’azienda. Ne abbiamo parlato con il Segretario Generale della Cisl, Raffaele Bonanni, per avere un suo giudizio sul vertice e sull’intero caso, giunto ad un altro punto topico. “Il vertice tra la Fiat ed il governo è stato certamente un fatto positivo ma ora la Fiat deve incontrare nei prossimi giorni anche i sindacati, proprio quelli che si sono assunti le proprie responsabilità per gli investimenti peraltro già realizzati di Pomigliano e Grugliasco. Prima della fine di ottobre, quando la Fiat presenterà il nuovo piano, Marchionne deve fare una verifica puntuale con noi sulle prospettive del gruppo Fiat in Italia. Marchionne ha confermato che la Fiat non andrà via dall’Italia ma punterà nei prossimi mesi sull’export in attesa che si riprenda il mercato interno. Questa è una strada giusta in un momento difficile della nostra economia, in cui il governo, i sindacati e le imprese dovranno fare la loro parte per far ripartire la crescita, la produttività, i salari e soprattutto i consumi”.

Quali sono secondo lei le responsabilità che la Fiat deve assumersi?

Sono quelle di avere attenzione allo sviluppo della propria produzione in Italia come d’altronde promesso con il piano Fabbrica Italia, che noi abbiamo sostenuto con tutte le nostre forze perché il nostro obiettivo ogni volta è quello di incentivare l’imprenditore a fare investimenti, sapendo che questi non si fanno per decreti governativi e nemmeno per altri miracoli. Gli investimenti si fanno se c’è un interesse da parte di un’impresa ad investire in un determinato territorio. Detto questo, è bene spronare l’azienda a farlo tenendo conto che il mercato viaggia a regimi bassissimi. Ci si deve preparare in questa fase difficile per essere pronti nei prossimi mesi a competere in un mercato dell’auto che per forza di cose si riprenderà. Tant’è che bisognerebbe fare una domanda specifica a Marchionne.

Quale?

Se, una volta superata la crisi di mercato, lui ha ancora in mente di proseguire con l’opera già iniziata: ricordiamo che a Pomigliano sono stati investiti 800 milioni, riportando una produzione che per oltre un decennio non si faceva più in Italia, quella della Panda, la più richiesta in Europa, riportata dalla Polonia in Italia. Quell’azienda era morta, c’erano solo lavoratori in cassa integrazione. E ora ha ripreso, nonostante le difficoltà di vendita.

Anche a Grugliasco, con la ex Bertone, è stato fatto un investimento importante…

La ex Bertone era ferma da 6 anni, con nessun lavoratore al lavoro: lì si è investito 1 miliardo di euro e nuove linee robotiche per costruire la nuova Maserati per il mercato italiano, europeo e nord americano. Ecco, noi vogliamo sapere se Fiat continuerà nello sviluppo della sua produzione nelle altre fabbriche oltre a queste, dove abbiamo ottenuto un grande risultato al di là delle bugie che taluni sostengono solamente per spirito vendicativo per accordi che non volevano che si facessero e che sono fatti; vorremmo che Fiat ci dicesse concretamente se, dopo la crisi e con la ripresa del mercato, quel piano vale ancora. Cioè se intende portare la produzione dalle attuali 600 mila auto (numero veicoli mediamente prodotti all’anno nell’ultimo quindicennio) e andare verso 1,4 milioni di auto, che è l’obiettivo che la Fiat si è posto 3 anni e mezzo fa, che è stato per noi uno spunto importante per fare accordi positivi come quelli che sono stati fatti e spingerne altri per reggere occupazione e investimenti. Fabbrica Italia potrà anche avere una revisione, ma l’obiettivo di produrre più auto in Italia è un grande obiettivo per il paese intero: ricordo che ci sono più di 500.000 persone coinvolte tra dipendenti Fiat ed indotto.

Che giudizio dà oggi degli accordi in precedenza stipulati con Fiat?

Quegli accordi sono stati fatti perché c’era in ballo la resurrezione delle due aziende di Pomigliano e Grugliasco, che ha riportato le persone al lavoro con nuovi investimenti e nuovi impianti. Credo che chiunque nel mondo riterrebbe questi accordi positivi, non sono tali solo per chi si è opposto e per coloro che per ragioni commerciali o politiche hanno convenienza ad opporsi, ragioni coagulate in un posizioni che rasentano l’autolesionismo. Naturalmente la Fiat ha le sue responsabilità, ha un linguaggio un po’ rude che sarebbe meglio rivedesse… ma la sostanza è questa.

 

Quindi non si tratta di un bluff di Marchionne per spaccare l’unità del fronte confederale…

 

E’ tutta retorica priva di alcun di significato… figuriamoci se una multinazionale vuole spaccare l’unità sindacale… per la verità – come si vede – è una parte, in questo caso del sindacato metalmeccanico, che costantemente spacca il sindacato perché non riconosce neanche gli esiti dei referendum, delle azioni e delle verifiche di maggioranza del settore metalmeccanico.

 

Secondo lei l’industria automobilistica in Italia avrà un futuro?

 

Noi possediamo know how e professionalità, possediamo un indotto molto vasto e cultura dell’auto da più di un secolo. Siamo stati ottimi costruttori di automobili, di motocicli, di motori d’aereo e quindi nessuno può sottovalutare questo tesoro di sapienza ed esperienza. E’ chiaro che la produttività in Italia intesa come esito qualitativo importante della produzione, in questo caso di automobili, interesserà sempre gli investitori e soprattutto la Fiat che ha un suo legame con il paese, pur essendo diventata, fortunatamente per tutti, una multinazionale. Se la Fiat non avesse fatto questa operazione di rafforzamento sarebbe morta, come sono morte tutte le imprese che non hanno fatto alleanze per rafforzare la propria rete commerciale in economia di scala, unico modo per reggere concorrenze spietatissime soprattutto dell’estremo oriente.

 

Angeletti ha parlato di 1000 posti di lavoro in meno al giorno… che autunno ci aspetta per il lavoro e l’occupazione?

 

Se non si pone mano ai fondamentali e alle leve che spingono gli investitori italiani ed esteri ad essere rassicurati, la situazione sarà sempre peggiore. Siamo un paese manifatturiero importante, secondi solo alla Germania, e abbiamo un comportamento che non ne tiene conto. Quest’economia reale è stata in Italia un player importantissimo su scala mondiale, e produce prodotti apprezzatissimi dai mercati: non a caso quest’anno abbiamo avuto una crescita di 3 punti in percentuale sulle esportazioni, mentre purtroppo abbiamo un tracollo dei consumi interni e quindi un condizionamento forte di questi bassi consumi sulla realtà di produzione di beni e di servizi. Ricordo che le famiglie quest’anno hanno contratto circa del 3,7% i loro acquisti. Quindi, occuparci delle nostra manifattura e della nostra economia reale è fondamentale, ma superando molti pregiudizi. I comportamenti della classe dirigente sono tali che lasciano trasparire una completa distanza tra quello che dovrebbero essere consapevolmente e quello che sono.

 

Cosa ne pensa dei casi Alcoa, Carbosulcis e Ilva?

Queste storie ben dimostrano che le politiche cosiddette industriali intese come politiche di rafforzamento dei fattori di contesto per lo sviluppo delle imprese, sono del tutto trascurate: le tasse locali e centrali, le infrastrutture, l’energia, i servizi comuni, le macchine, la giustizia lenta… basta dire che nell’ultimo decennio abbiamo accresciuto il costo per unità di prodotto di ben il 20%, quando i nostri concorrenti tedeschi e francesi hanno diminuito tale costo del 10%. Quindi la distanza, nell’ultimo decennio, tra ciò che produciamo noi e loro ha avuto per noi un costo superiore del 30%. Questo soprattutto per l’inconsapevolezza della classe dirigente della propria missione e della nostra ricchezza: non abbiamo materie prime ma abbiamo molta conoscenza e professionalità.

 

La scorsa settimana si parlava di Confindustria che voleva congelare i rinnovi contrattuali in attesa del tavolo produttività, invece sabato è arrivato il rinnovo dei chimici…

 

Queste cose le hanno scritte alcuni giornali che hanno avuto soffiate di depistaggio. Come al solito c’è sempre chi tenta di fermare l’esito positivo del lavoro. Spero che ci si possa avviare ad un cambio di rotta importante, verso una stagione di concreta operosità del Paese.

 

(Giuseppe Sabella)

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