CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO/ Bobba (Pd): causalone e rinnovo, ecco cosa cambiare nella riforma Fornero

Per LUIGI BOBBA, occorre intervenire sugli intervalli tra un contratto e l’altro, sul cosiddetto causalone che consente d’assumere a tempo determinato, sulle partite Iva e sull’apprendistato

02.05.2013 - int. Luigi Bobba
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Elsa Fornero (Infophoto)

La riforma Fornero è “una legge in cui ci sono alcuni punti che in una fase recessiva stanno creando dei problemi”. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio, Enrico Letta, dopo l’incontro con il presidente francese Francois Hollande. Per Letta, “in un momento straordinario come questo è necessario un pochino meno di rigidità”. Ilsussidiario.net ha intervistato l’onorevole Luigi Bobba, deputato del Partito Democratico.

Condivide l’intento di Letta di introdurre alcune modifiche alla riforma Fornero?

Le parole di Letta non vanno interpretate come se avesse in mente degli stravolgimenti della riforma Fornero, il cui impianto è fondamentalmente condivisibile. Si tratta piuttosto di semplificare e di alleggerire alcune norme, per tenere conto del fatto che siamo in un periodo ancora di forte crisi del mercato del lavoro. Va compiuta un’operazione che del resto era già prevista in un articolo della legge, in cui si affermava che, “a seguito di attento monitoraggio”, le norme potevano essere modificate in funzione dei segnali provenienti dalla realtà del mercato del lavoro.

Quindi intende dire che un cambiamento è implicito allo spirito della stessa riforma Fornero?

Guardando a quanto è accaduto in altri paesi europei, emerge che quando hanno attuato delle riforme significative delle regole del mercato del lavoro, hanno continuamente realizzato un monitoraggio. In questo modo si è verificato che gli effetti delle norme fossero quelli attesi. La riforma del lavoro non va però considerata in modo troppo rigido, ma piuttosto come una delle modalità per rendere più leggero e flessibile per le imprese l’utilizzo di persone che lavorano, e nello stesso tempo per porre mano al riequilibrio di sistemi di protezione sociale.

In che modo è possibile intervenire per modificare le parti della riforma Fornero relative ai contratti a tempo determinato?

Innanzitutto vanno ridotti gli intervalli di tempo obbligatori tra un contratto a tempo determinato e l’altro. La legge Fornero ha portato da 10 a 60 giorni l’intervallo tra un contratto e l’altro la cui durata sia inferiore ai sei mesi e da 20 a 90 giorni per contratti superiori ai sei mesi. Ritengo che la legge possa limitarsi all’indicazione di un tempo minimo, come 10 giorni, lasciando poi interamente alle parti sociali e ai contratti collettivi il fatto di disciplinare questa materia. Le tipologie di contratti, a seconda dei settori in cui sono inserite, cambiano grandemente. Fatto salvo un minimo essenziale, questa materia più che cristallizzata nella legge va affidata al confronto tra datori di lavoro e sindacati.

 

Vanno ampliate le ragioni per cui si può ricorrere ai contratti a tempo determinato?

La riforma Fornero ha introdotto il cosiddetto “causalone” per il ricorso ai contratti di tipo flessibile. Ritengo condivisibile l’intento, manifestato dal governo Letta, di alleggerire le ragioni che motivano l’assunzione di un lavoratore ricorrendo a un contratto flessibile. Occorre tenere conto maggiormente delle molte difficoltà a cui oggi vanno incontro le imprese.

 

Lei ritiene che si debba intervenire anche per quanto riguarda l’apprendistato?

Sì, e l’obiettivo deve essere quello di fare diventare effettivamente l’apprendistato la via maestra per l’inserimento al lavoro. Questo era già lo spirito della legge Fornero, occorre però che le modalità e gli strumenti operativi affinché questo avvenga siano il più possibile rapidi e semplici.

 

Si può fare qualcosa anche per le partite Iva?

E’ un punto importante sul quale in fase di discussione della legge il Partito Democratico aveva già messo l’accento. L’aumento dei contributi al 33% per i titolari di partita Iva, specialmente per quelli che hanno fatturati molto limitati, presenta alcuni problemi. Si sposta infatti un onere insostenibile sulle spalle dei giovani che, magari per ragioni di necessità, scelgono di aprire un’attività imprenditoriale. Occorre tenere conto anche di questo, se vogliamo che ci sia una capacità e anche una possibilità non gravosa per i giovani di avviare un’attività professionale o imprenditoriale.

 

(Pietro Vernizzi)

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