PENSIONI/ L’Italia delle rendite e delle ingiustizie generazionali

Per GIANLUIGI LONGHI, negli anni sono stati accumulati dei privilegi di cui beneficiano i pensionati di oggi, lasciando senza speranza i giovani che non vedono un futuro sereno

05.05.2013 - Gianluigi Longhi
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In un’Italia al lumicino, ove ognuno oramai affranto invoca soluzioni e ricerca colpevoli, sfugge al grande pubblico un dibattito serio su alcune distorsioni che, nei fatti, hanno determinato questa situazione di impasse economico e il conseguente volgere la prua a un declino inarrestabile. Le giovani generazioni quale futuro hanno oggi? Che prospettive intravede nella sfera di cristallo chi si appresta per traguardo anagrafico o scolastico a entrare nel mondo del lavoro? Non certo un mercato del lavoro effervescente, ma anzi la disoccupazione, il precariato o la sottoccupazione. Quei pochi fortunati che riescono a trovare un lavoro, per così dire stabile, hanno comunque mille preoccupazioni: il costo della vita non consente loro di affrontare con entusiasmo il futuro, di sposarsi, di mantenere una famiglia, di comprarsi una casa.

Con un reddito netto di 1500 euro mensili – corrispondenti a 18.750 annui – e un tasso di risparmio pari al 10%, si deve riflettere su quanti anni occorrono per accumulare un capitale che al tasso nominale del 3% permetta di erogare una rendita perpetua pari al reddito oggi percepito. Confrontiamolo con gli inizi degli anni Sessanta. Gli occupati erano 20.392.000 a fronte di una popolazione di 50.025.000. Nel 2010, dopo cinquant’anni, gli occupati sono aumentati del 12% arrivando a 22.872.000, contro un aumento della popolazione del 21% (60.340.0000 di persone). Tale differenza di popolazione è concentrata nella fascia oltre i 65 anni; si tratta, cioè, di persone che consumano risorse senza produrre ricchezza.

Certo, le due realtà economiche non possono essere paragonabili – l’esigua crescita attuale è diversa da quella degli anni Sessanta – anche perché diversi sono i valori delle variabili. Ma d’altra parte, se il futuro si costruisce sulle nuove generazioni, sul loro entusiasmo, sulle loro idee, meno giovani significano minori entusiasmi e creatività. Se, inoltre, i giovani hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, quei pochi entusiasmi vengono perduti o dispersi nella frustrazione.

Il futuro, ma soprattutto il presente, è diverso per i pensionati. Analizziamo infatti il rapporto Inps 2011. I dati espressi sono stati aggregati e pochi calcoli evidenziano distorsioni che sono vizi nascosti e possono spiegare la non crescita del Paese. L’analisi delle tabelle e alle pagine 227 e 228 è significativa. I pensionati totali sono 13.941.802. Di questi 1.077.623 sono i pensionati fra i 40 e i 59 anni – pari al 7,7% del totale – che costano circa 13,2 miliardi di euro; chi entra nel mondo del lavoro oggi, invece, potrà andare in pensione solo a 70 anni. Vi sono 403.023 pensionati – pari al 2,8 % del totale – che costano allo Stato circa 21 miliardi , pari all’11% della spesa pensionistica. Questa classe è stata accorpata forse volutamente per nascondere una realtà imbarazzante. La fascia di reddito è quella delle pensioni superiori a 3.000 euro mensili, ma la media si colloca a 4.165 euro mese: è come dire che i tanti vicino ai 3.000 euro mese annacquano i pochi, con pensioni ben più alte, ma non conosciute.

Ne scaturisce una media che non scandalizza, ma la realtà è ben diversa. La generazione di chi scrive e quella dei miei figli avrà il montante di calcolo della propria pensione basato sul cosiddetto metodo contributivo e saranno pensioni da fame. Pochi privilegiati oggi, invece, assorbono rendite altamente sperequate rispetto a quanto erogato. La ricchezza continua quindi ad accumularsi sulla generazione che:

1. Ha sempre pagato poche tasse, si pensi all’Iva, un’imposta entrata in vigore nel 1973. I dati Ocse lo confermano. La pressione fiscale che negli anni Sessanta e Settanta è stata mediamente del 25%, nel 1980 era già al 31,4% e iniziò rapidamente a crescere. Nel 1990 si arrivò al 37%, oggi siamo oltre il 45%. Una tassazione continua per finanziare le cambiali emesse da una classe dirigente non lungimirante. Cambiali che oggi sono all’incasso e a carico degli attuali contribuenti. La politica degli Settanta è stata pessima, con mancanza di visione demografica, industriale e di pianificazione, ricerca della concertazione e del consenso mediante concessione di privilegi e prebende.

2. Ha promulgato leggi che hanno difeso la propria classe corporativa, quali ad esempio le pensioni calcolate con il metodo retributivo, baby pensioni, ecc.

3. Ha promulgato inoltre leggi che hanno definito il principio del “diritto quesito” quale una sorta di moloch inviolabile a difesa delle norme codificate a proprio vantaggio. Riprova di ciò è la concentrazione della ricchezza.

Dai dati del Ministero dell’Economia Dipartimento Entrate Finanziarie in relazione all’imposta Imu 2012 emerge che:

1. I giovani sotto i 30 anni che pagano l’imposta sono solo l’1,9%.

2. La fascia di età fra i 31 e i 50 è il 24,63%.

3. L’insieme quindi delle persone in piena età lavorativa possessori di case è solo il 26,5%.

4. Se ulteriormente suddividiamo il gettito per classi di reddito prevalente, il 35% è pensionato, il 25% vive di redditi di fabbricati che assorbono probabilmente la quasi totalità del rimanente 73,5% di persone oltre i 50 anni che pagano l’Imu.

Tornando alla domanda iniziale, quanti anni sono oggi necessari per costituire un capitale, ecco la risposta: 78 anni! Questa attuale generazione di pensionati elitari difende la propria casta, ma ha tolto la speranza ai giovani e la loro fiducia nel futuro. I giovani infatti – bruciata la speranza del lavoro – possono accumulare il capitale, che di fatto servirà loro per la vecchiaia, solo ereditando e quindi non lavorano. Così la società si spegne e non ci sarà futuro per questa Italia.

Non solo, lo spauracchio del debito dello Stato e la sua necessaria esigenza di essere collocato, ha determinato privilegi alla sua tassazione, molto più conveniente rispetto ad altri investimenti. Di più, la libertà sui movimenti di capitale e la sua teoria che la circolazione è tanto più dinamica quanto più le tasse a essa collegate sono esigue, ha creato artatamente un’ulteriore difesa corporativa al capitale accumulato negli anni precedenti. Il gettito nel 2011 dei redditi di capitale è stato pari a solo 4,2 miliardi di euro. Non vi sono dati ufficiali in merito alla concentrazione della ricchezza mobile sia per fascia di età o di qualifica dello status lavorativo, molto probabilmente sarà simile a quella delle proprietà immobiliari.

Questi sono alcuni problemi che spiegano perché l’Italia non cresce. Che fare quindi per ripristinare e mettere in moto un circolo virtuoso? All’alba del terzo millennio è necessario un nuovo pensiero politico e un nuovo patto di redistribuzione fra le generazioni: ritornare a dare speranza e dignità al lavoro, alle persone e non al capitale. Adam Smith nel suo saggio Teorie dei sentimenti morali ricordava: “Tuttavia non può sussistere società tra coloro che sono sempre pronti a ferirsi e offendersi l’un l’altro. Nel momento in cui comincia l’offesa, nel momento in cui si manifestano risentimento e animosità reciproca, tutti i suoi legami si spezzano e tutti i membri di cui essa è composta è come se fossero dispersi e sparsi lontano dalla violenza e dall’opposizione dei loro affetti discordanti. Se esiste una società di ladri e assassini, essi devono almeno, secondo un’osservazione banale, astenersi dal derubarsi e uccidersi l’un l’altro. Perciò la beneficenza è meno essenziale della giustizia all’esistenza della società. La società può sussistere, anche se non nel migliore dei modi, senza beneficenza; ma, necessariamente, il prevalere dell’ingiustizia la distrugge del tutto”.

Questa senso di impotenza e di ingiustizia deve essere riequilibrato e devono essere i figli del baby boom – oggi cinquantenni – consapevoli del loro ruolo di figli e di padri a doversi fare portatori di questo messaggio di solidarietà intergenerazionale. Devono illuminare i propri genitori – oggi pensionati – sul fatto che è necessario un sacrificio: deve essere eliminata una distorsione sociale per ridare una speranza non tanto per loro, ma per i loro figli, nipoti di quei nonni oggi pensionati che beneficiano di rendite non più accettabili. Poche cose ma di principio:

1. Calmierare le baby pensioni al costo della pensione sociale. Effetto di risparmio: stima 6 miliardi di euro.

2. Calmierare delle pensioni d’oro a 3.500 euro lordi mese. Effetto di risparmio: stima 7,5- 8 miliardi di euro.

3. Inserimento dei redditi di capitale compresi quelli derivanti da interessi del debito dello Stato nella dichiarazione dei redditi con aliquota quindi progressiva. Effetto di risparmio derivanti da esenzione ticket spesa sanitaria ed altre esenzioni, scolastiche ecc.: stima 3 miliardi di euro. Per maggior gettito fiscale: stima 12 miliardi di euro.

4. Rimodulazione della curva Irpef abbassando le aliquote per ridare al lavoro il suo potere di acquisto.

5. Aumento dell’aliquota della tassa di successione ed esenzione invece per le donazioni effettuate a enti non-profit, scuole, fondazioni che perseguono interesse con finalità sociale pubblica.

Le risorse liberate potrebbero essere indirizzate a investimenti nelle infrastrutture, alla ricerca e sviluppo, alle imprese, al pagamento degli arretrati dei debiti della Pubblica amministrazione. Si creerebbero nuovi posti di lavoro e ripartirebbe la fiducia e la crescita. Il vero nuovo pensiero politico di una società progressista, ma al tempo stesso etica e responsabile guardando al futuro, è una visione di giustizia sociale intergenerazionale che deve essere perseguita. Non serve consegnarci all’Europa e pensare che la sua unità risolva le distorsioni dal sistema. Una cosa è certa: i nostri problemi li dobbiamo risolvere da soli, il miraggio dell’Europa e la sua integrazione politica è solo una panacea illusoria per rinviare i nostri problemi domestici.

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