TFR IN BUSTA PAGA/ I fondi che “spiegano” il no di sindacati e imprese

- Lamberto Milani

Il Governo Renzi sembra intenzionato a riformare la disciplina del Trattamento di fine rapporto. La cosa non sta bene a sindacati e imprese. L’analisi di LAMBERTO MILANI 

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Il Presidente del Consiglio, dopo un susseguirsi di battute polemiche e irrisorie nei confronti dei sindacati, ha annunciato che nei prossimi giorni a Palazzo Chigi è previsto un incontro con le Confederazioni sindacali. Riprende dunque il dialogo? Mah, ormai Matteo “Silvio” Renzi ci ha abituati ad annunciare al lunedì quella riforma epocale che al martedì diventa un cambiamento decisivo e radicale e così via fino al venerdì, quando il tutto si concretizza in una proposta di legge da mandare alle Camere perché ne discutano nel giro di qualche anno!

Dopo la Legge sul lavoro (il Jobs Act: chissà perché il nome in inglese, poi. Forse perché possa sembrare più innovativo?), ora si parla anche di riforma del Tfr. Il Trattamento di fine rapporto è una quota di salario che negli anni i dipendenti accumulano e che gli viene liquidata al termine del rapporto lavorativo. Insomma, è una parte di busta paga che viene differita. Sono soldi che la gente ha in tasca senza poterli spendere, è risparmio forzato.

La proposta di Renzi, peraltro, non è nuova, anzi è piuttosto vecchia, essendo stata partorita, per primo, dal ministro Tremonti almeno tre anni or sono. Ma quella era l’epoca delle lettere della Bce all’Italia, del suo commissariamento (non) virtuale per opera del Premier Monti, della crisi del centrodestra berlusconiano. Perché allora torna d’attualità?

Il problema di Renzi è che gli 80 euro si sono dimostrati un fuoco di paglia, tranne che a livello elettorale, e che nelle tasche degli italiani i soldi sono pochini. Siccome non se ne possono fabbricare più del necessario, perché l’Europa vigila, allora ecco l’idea di distribuire ai lavoratori i soldi dei… lavoratori, togliendo alle imprese il denaro temporaneamente in loro possesso.

Cosa dicono i sindacati? Secondo la Cisl, ad esempio, un po’ di denaro in più in busta paga fa comodo e rilancerebbe (forse) i consumi, anche se, per il sindacato di via Po, le scelte devono essere ponderate, per questioni fiscali, e volontarie. In effetti, trattandosi di denaro altrui anche Renzi dovrebbe fare attenzione: nella legge del branco, tra i lupetti, dovrebbe aver imparato che “Il Lupetto pensa agli altri come a se stesso”!

Secondo la Cgil, invece, la questione non si pone neppure e prepara quindi una manifestazione per il 25 ottobre. Perché il no delle aziende? Facile: perché quelle somme costituiscono, di fatto, una riserva finanziaria per moltissime imprese. Inoltre, mentre quelle grandi dovrebbero pagare di tasca propria, le piccole potrebbero pescare nei fondi europei che Renzi vorrebbe mettere a loro disposizione, creando però, di fatto, un regime diverso e un diverso trattamento che potrebbe essere contestato in Europa. A oggi il tutto appare farraginoso e puramente pubblicitario: sarebbe da archiviare alla voce, “dilettanti allo sbaraglio”, ma … c’è un ma.

Il Tfr, infatti, da tempo viene accantonato, e questo Renzi dovrebbe (!) saperlo, in Fondi pensionistici, gestiti sia da soggetti privati, sia dagli stessi datori di lavoro insieme ai sindacati. Questi fondi, in settori come quello metalmeccanico, chimico, tessile, già assorbono buona parte del Tfr, e quel che resta è poca cosa. Ma quanto rendono questi Fondi pensionistici, pensati anni or sono e destinati alla previdenza integrativa? Normalmente un po’ di più della media di prodotti consimili presenti sul mercato finanziario, e quindi è vero che grazie a essi molti lavoratori quando andranno in pensione avranno una rendita un po’ meno da fame.

Sorge solo da qui la netta contrarietà dei sindacati (e delle imprese) all’ennesimo annuncio renziano? No, giacché è più che probabile che essa si spieghi proprio con la presenza delle associazioni di categoria e dei sindacati nei board di questi Fondi. Non si tratta tanto di questioni economiche, di gettoni di presenza o di chissà che altro, ma proprio della presenza in organismi che vigilano sulla gestione, affidata a società finanziarie terze, dei soldi dei lavoratori.

In altri termini la questione, al netto di porcherie sempre possibili, è più politica e di rappresentanza che legata al denaro. Insomma, anche stavolta più che davanti a una proposta concreta, sembra si sia di fronte a un capitolo della grande guerra renziana contro tutto quello che puzza di società, sussidiarietà e associazionismo!

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