JOBS ACT/ Colli-Lanzi (Gi Group): una “rivoluzione” nel lavoro che farà crescere l’Italia

- int. Stefano Colli-Lanzi

Dopo il voto positivo del Senato, il Jobs Act ha finalmente concluso il suo iter parlamentare. Abbiamo fatto il punto della situazione con STEFANO COLLI-LANZI (Gi Group)

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Stefano Colli Lanzi, Ad GiGroup e vicepresidente Assolavoro

Dopo il voto positivo del Senato, il Jobs Act ha visto finalmente la luce. Il disegno di legge delega, per mostrare tutti i suoi effetti, avrà però bisogno dei decreti attuativi che il governo sta già predisponendo, tanto che il Premier Renzi ha detto che già da gennaio 2015 ci saranno delle novità nel mercato del lavoro. Abbiamo fatto il punto della situazione con Stefano Colli-Lanzi, Ceo di Gi Group e Presidente di Gi Group Academy, che non ha molti dubbi: «Con il Jobs Act si riesce a portare a termine ciò che è stato cominciato con le precedenti riforme».

Perché giudica positivo questo provvedimento?

Innanzitutto per la scelta di rendere nuovamente attrattivo e centrale il contratto a tempo indeterminato, che è e deve essere il rapporto fondamentale di lavoro. Sia ben inteso: un rapporto a tempo indeterminato, non infinito. Che vuol dire che è orientato sì al medio-lungo termine, ma che deve andare avanti solo finché ci sono le condizioni perché possa andare avanti. Il fatto che sia stata introdotta più flessibilità in uscita lascia intendere che ci stia muovendo in questa direzione. Ci sono poi altri fattori positivi in questa legge delega.

Quali?

C’è il passaggio dalle politiche passive a quelle attive per il lavoro. La forma di tutela prevista per chi perde il posto è quella di avere un supporto alla ricollocazione, a trovare un altro lavoro, non l’essere conservato e mantenuto in una posizione di inerzia e staticità. Poi ci si muove dalla cattiva alla buona flessibilità. Si va verso l’abolizione del lavoro a progetto, una di quelle forme che di fatto vengono utilizzate come alternative, spesso non corrette, ai contratti regolari e ci si focalizza sugli strumenti di buona flessibilità, tra cui ritengo che quello principale debba essere la somministrazione, che riesce a coniugare la flessibilità per le aziende con la sicurezza per il lavoratore: la flexicurity.

Unitamente agli sgravi fiscali per le assunzioni previsti nella Legge di stabilità, crede che il Jobs Act sarà in grado di far aumentare l’occupazione nel Paese?

Sicuramente farà crescere le assunzioni a tempo indeterminato, perché questo contratto diventerà molto più competitivo, considerando che ci sarà una semplificazione normativa accompagnata da un vantaggio economico. Non penso che ci sarà una grande crescita dell’occupazione, anche se credo che gli incentivi economici e la semplificazione possano aiutare a “sdrammatizzare” in qualche modo il tema delle assunzioni e quindi facilitare le imprese che vogliono assumere. La cosa più importante da sottolineare è che le modifiche normative, essendo strutturali, tenderanno a far crescere la competitività del Paese nel medio-lungo termine, diventando un serio strumento di aiuto alla crescita.

Dunque ha ragione Renzi quando dice che ci saranno meno ostacoli per far arrivare investimenti da parte delle imprese, specialmente straniere?

Penso di sì. I problemi del nostro Paese nell’attrarre investimenti vanno al di là delle regole del mercato del lavoro. In particolare, è fondamentale la trasparenza nel far rispettare le regole: in Italia ne abbiamo tante, ma non sempre si capisce chi le rispetta e chi deve farle rispettare. Questa mancanza di trasparenza tende ad allontanare gli stranieri. Detto questo, credo che la nuova normativa aiuterà ad aumentare l’attrattività del Paese per gli investitori esteri.

 

Con le nuove regole, come avverrà l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro?

Se il contratto a tempo indeterminato diventa uno strumento flessibile per cui può essere rescisso con un costo chiaro, che problema c’è ad assumere con questo strumento anche i giovani? Se poi per le nuove assunzioni c’è la decontribuzione prevista dalla Legge di stabilità diventa più interessante del tempo determinato. E anche le Agenzie per il lavoro potrebbero aumentare enormemente i loro assunti a tempo indeterminato, da somministrare poi alle aziende, per garantirgli una flessibilità perfetta.

 

Molto, a questo punto, dipenderà dai decreti attuativi e da come verranno cambiate le regole sui licenziamenti…

Sì, per adesso abbiamo un “contenitore” con dei principi che deve essere riempito. Pare che il primo provvedimento, che dovrebbe partire da gennaio, sia proprio la modifica della disciplina sul contratto a tempo indeterminato, insieme al collegamento con il contratto di ricollocazione e le politiche attive per chi resta senza lavoro. Dopo l’approvazione del disegno di legge delega credo che il Governo abbia le mani abbastanza libere per scrivere i decreti e portare a compimento l’opera: potrebbe essere un passo effettivamente storico.

 

Smettendo di guardare al futuro, e concentrandoci sul 2014, va detto che questo doveva essere l’anno di Garanzia Giovani, un programma cui era stata data molta enfasi, ma che sembra essersi rivelato un “flop”.

Garanzia Giovani era l’occasione sia per far qualcosa di vero e serio per i giovani, vista la disponibilità di risorse provenienti dall’Europa, sia per far decollare il tema delle politiche attive. Pochissime regioni, tra cui la Lombardia, sono riuscite a mettere in campo dei progetti efficaci. La maggior parte di esse si trova invece in grandissima difficoltà.

 

Perché secondo lei?

La mia impressione è che, da una parte, non ci sia spazio per trattare le tematiche del lavoro a livello regionale: non ha senso avere 21 sistemi diversi per gestire le politiche attive. Dall’altra parte, penso anche che il Governo abbia un po’ o stia un po’ facilitando questo fallimento. È diventata ormai opinione comune che le prerogative legate alle politiche attive attualmente in capo alle regioni debbano tornare a essere gestite a livello centrale, con l’auspicio che questo possa essere più efficace. In un certo senso si può dire che stiamo sacrificando la Garanzia Giovani sull’altare della centralizzazione delle politiche attive. Se questa evoluzione verrà portata effettivamente avanti e diventerà efficace in breve tempo, forse si potrà dire che è valsa la pena fare questo sacrificio.

 

Rispetto a questa situazione e all’evoluzione prevista nel mercato del lavoro, i soggetti privati, come le Agenzie per il lavoro (Apl), sono pronti?

Laddove Garanzia giovani e altri progetti di politiche attive funzionano è perché le regioni hanno coinvolto ampiamente le Agenzie per il lavoro. Quelle che si sono limitate a gestire i Centri per l’impiego hanno partorito dei progetti inefficaci. Devo dire che questi pochi casi virtuosi sono serviti a far maturare il sistema delle Agenzie, che ora è anche culturalmente pronto per essere un partner affidabile. Ritengo che oggi ci sia un nucleo portante di Apl che ha maturato competenze e sia pronto a rispondere in modo adeguato alla sfida dello sviluppo delle politiche attive. Cosa che invece non vedo nel settore pubblico, dove lo sviluppo della tematica delle politiche attive non sta portando a una crescita di competenze nel sistema dei Centri per l’impiego.

 

(Lorenzo Torrisi)

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