RIFORMA PENSIONI/ Pensioni d’oro e prestito, la flessibilità che vale di più

- int. Alberto Brambilla

Per ALBERTO BRAMBILLA, il prelievo sulle pensioni a favore degli esodati sarebbe ingiusto perché si chiama solo una determinata categoria di persone a pagare per un’altra

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Sono solo voci. Per il momento non c’è nulla di concreto, ma si è parlato di un intervento del Governo Renzi sulle pensioni oltre i 3.500 euro netti per ricavare un miliardo di euro l’anno da destinare a esodati e cassaintegrati. A essere interessate, in particolare, le pensioni calcolate con il vecchio metodo retributivo, con un prelievo di solidarietà basato sulla differenza tra le regole precedenti alla riforma Dini del 1996 e il nuovo sistema applicato ai lavoratori più giovani. In questo modo sarebbe possibile aiutare quanti perderanno il lavoro a pochi anni dalla pensione e raccogliere nuove risorse per la cassa integrazione in deroga. Una manovra simile però era già stata bocciata dalla Consulta perché incostituzionale. Ne abbiamo parlato con Alberto Brambilla, professore di Gestione delle forme previdenziali pubbliche e complementari all’Università Cattolica, nonché uno degli esperti che ha scritto la riforma Dini.

Che cosa ne pensa della possibilità di questo contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro?

Sarebbe una manovra destinata ad andare contro il dettame della Consulta, perché nei fatti è già stata dichiarata incostituzionale come era del resto avvenuto in precedenza. Inoltre, in questo caso il prelievo sarebbe ancora più ingiusto, perché si chiama solo una determinata categoria di persone a pagare per un’altra determinata categoria. Quindi addirittura per fare fronte a un impegno che si ritiene di carattere sociale, si fa ricadere l’intero peso su un’unica categoria, quella che percepisce una pensione superiore ai 3.500 euro netti. È come se per dare la casa a due extracomunitari, si andasse da un cittadino che ha tre case e lo si obbligasse a cederne due. Come per la gestione Fornero e Giovannini, anche in questo caso saremmo di fronte a dei dilettanti allo sbaraglio.

Come valuta la proposta di calcolare la differenza tra la pensione contributiva e quella retributiva?

Per farlo occorrerebbe utilizzare un modello econometrico, applicarlo a 50 milioni di posizioni Inps e avere tutti gli estratti conto in regola. Per non parlare del fatto che il 99% delle pensioni sono retributive. La Corte costituzionale ha bocciato il precedente provvedimento sulle pensioni d’oro perché non si può modulare una tassa su una sola categoria di contribuenti. La nuova proposta sarebbe quindi destinata ad andare incontro a una nuova bocciatura.

Il ministro Poletti, in un’intervista, non ha escluso che si possa introdurre il prestito pensionistico. Lei cosa ne pensa?

La ritengo una strada che si può percorrere, anche se preferirei introdurre dei criteri di flessibilità. La riforma Dini prevedeva che si potesse andare in pensione tra i 57 e i 65 anni, e ovviamente chi va a 57 anni prende un assegno più basso. C’era inoltre un paletto, in quanto ci si poteva ritirare dal lavoro a 57 anni purché si prendesse almeno il 120% della pensione sociale. Oggi reintrodurre questo concetto con i coefficienti di trasformazione che già esistono sarebbe molto semplice.

 

Lei quali penalizzazioni introdurrebbe per chi va in pensione prima del previsto?

Non si tratta di introdurre delle penalizzazioni, ma semplicemente di applicare i coefficienti di trasformazione tra i 62 e i 71 anni. Chi resta fino a 70 anni prenderà una pensione enorme, al contrario di chi si ritirerà dal lavoro a 63 anni. Sotto ai 63 anni non scenderei, mentre per le donne che hanno avuto dei periodi di maternità attribuirei un riconoscimento sottoforma di uno sconto di anni.

 

Quali altri meccanismi correttivi ritiene necessari?

Va riconosciuto qualcosa anche ai lavoratori precoci, cioè a quanti hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni: per questa categoria di lavoratori la riforma Dini aveva previsto un anno e mezzo di sconto ogni anno lavorato. Senza andare sul prestito pensionistico, è sufficiente introdurre un principio di flessibilità per i cosiddetti precoci e per le donne con maternità e porre un tetto minimo al di sotto dei 63 anni. Con una speranza di vita a 79 anni per gli uomini e 84 per le donne, non si possono pagare 30 anni di contributi e rimanerne 27 in pensione.

 

(Pietro Vernizzi)

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