Riforma Pensioni 2015/ La priorità che Poletti non vede

Per FRANCESCO GIUBILEO,la vera riforma delle pensioni necessaria è fare qualcosa per gli attuali trentenni i quali si ritireranno dal lavoro a 70 anni con assegni bassi

16.02.2015 - int. Francesco Giubileo
lavoro_interinale_giovaniR439
Infophoto

«Le promesse del ministro Poletti sulla flessibilità nella previdenza sono inattuabili perché mancano le coperture. Invece di preoccuparci per chi oggi ha 60 anni e andrà in pensione a 67, dovremmo fare qualcosa per gli attuali trentenni i quali nell’ipotesi migliore si ritireranno dal lavoro a 70 anni». Lo afferma Francesco Giubileo, dottore di ricerca in Sociologia ed esperto di Welfare. Il ministro Poletti di recente ha affermato che occorre prevedere forme di flessibilità per chi ha perso il lavoro ma non ha maturato i requisiti per andare in pensione, “perché diversamente avremo un problema sociale”.

Che cosa ne pensa di quanto affermato dal ministro Poletti?

Quanto dichiarato dal ministro Poletti è condivisibile, il problema è la copertura. Con la riforma Fornero dal 2011 a oggi si sono risparmiati circa 100 miliardi di euro. Non nego che la flessibilità abbia un senso soprattutto in quanto l’attuale legge prevede che chi è nato nel 1951 o prima sia avvantaggiato rispetto a chi è nato nel 1952 o dopo. Ma qualsiasi intervento sulle pensioni va pagato con i soldi dei contribuenti.

Secondo lei, dove possono essere trovate le coperture per la flessibilità?

L’unico modo sarebbe una redistribuzione delle risorse attualmente disponibili per la spesa previdenziale. Tutti i tentativi operati in passato in questa direzione sono però falliti per il principio dei diritti acquisiti.

E sarebbe?

Se si vanno a toccare determinati versamenti previdenziali, e in particolare quelli retributivi, il rischio è che un pensionato qualsiasi faccia ricorso. Se per ipotesi il caso finisca in Consulta, c’è una significativa probabilità che l’intera legge sia dichiarata incostituzionale.

Lei ritiene che il nostro sistema previdenziale sia squilibrato?

La riforma Dini è stata la prima a creare una disparità tra vecchie e nuove generazioni. Andando a toccare le pensioni dei contribuenti più anziani si va incontro a un problema politico, perché si scontentano milioni di persone. Dall’altra c’è una questione legata ai diritti acquisiti: una volta garantiti determinati diritti a una persona, non si può cambiare idea da un giorno all’altro.

Quali sono state le conseguenze di questo principio?

La conseguenza è stata che tutte le riforme previdenziali della storia recente hanno condannato le generazioni più giovani a pagare per un vantaggio di quelle più anziane. Solo la legge Fornero è andata in qualche modo in controtendenza. Le persone nate a partire dal 1952 dovranno lavorare due o tre anni in più, e andare in pensione a 67 anni. Ma le nuove generazioni, quelle che oggi hanno tra i 20 e i 40 anni, andranno tutte in pensione non prima di 70 anni. Nei prossimi anni ci sarà quindi tutta una serie di problemi legati a una bassa natalità, a un numero sempre più alto di pensioni e a una spesa previdenziale che negli anni dovrà essere continuamente corretta in modo da reggere nel medio periodo.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori