RIFORMA PENSIONI 2016/ I buchi da sanare per rendere sostenibile il sistema

Per ragionare bene su una riforma delle pensioni, dice WALTER PASSERINI, bisogna capire qual è la reale condizione dei conti dell’Inps e la loro sostenibilità nel tempo

14.03.2016 - int. Walter Passerini
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«In Italia abbiamo 830 miliardi di spesa per il welfare, pari alla metà del Pil. Per pensioni, salute e assistenza vanno 400 miliardi. I buchi del sistema pensionistico gravano sull’Inps per circa 12-13 miliardi». A spiegarlo è Walter Passerini, giornalista specializzato in lavoro e pensioni, ex direttore di Corriere Lavoro e attualmente responsabile dell’inserto della Stampa “Tuttolavoro” e curatore del blog “Lavori in corso”. Nei giorni scorsi il segretario della Cgil, Susanna Camusso, è tornata all’attacco sulla legge Fornero: “Chiediamo al governo di aprire un confronto serio per cambiare una legge ingiusta. Ci vuole un cambiamento della legge in vigore perché è una legge insopportabile”. Il governo ha annunciato da tempo che intende procedere a una riforma delle pensioni nel senso della flessibilità, ma poi l’orizzonte temporale dell’intervento continua a essere rimandato, anche perché nell’attuale fase la priorità sembra essere il taglio delle tasse.

Passerini, è pensabile di trovare le risorse per una riforma delle pensioni nel momento in cui il governo ha in cantiere altri tagli delle tasse?

In primo luogo, parlare di un taglio delle tasse in un momento di crescita scarsa e di spesa fuori controllo mi sembra un azzardo. La proposta, per essere realizzata, richiede due precondizioni: l’aumento del Pil e la riduzione della spesa. Non vorrei che l’annuncio del governo di nuovi tagli delle tasse fosse un’estrema boutade un po’ demagogica.

Quindi lei ritiene che il taglio delle tasse non sia la priorità?

La riduzione del cuneo fiscale sul lavoro può essere una direzione di marcia importante su cui lavorare. Non vorrei però che per dare un 3% in più alle buste paga si dovesse perdere un altro 3% sui contributi, abbassando il valore delle pensioni. Per evitare questa perdita di valore lo Stato dovrebbe intervenire e quindi aumenterebbe di nuovo la spesa pubblica.

Torniamo appunto alle pensioni. Da dove si può partire per attuare una riforma?

Innanzitutto dobbiamo capire dove sta il vero problema. In Italia abbiamo 830 miliardi di spesa per il welfare, pari alla metà del Pil. Per pensioni, salute e assistenza vanno 400 miliardi. I buchi del sistema pensionistico, che sull’Inps gravano per circa 12-13 miliardi, sono prodotti da alcune categorie previdenziali e da alcuni fondi.

Quali categorie generano i maggiori buchi?

La gestione pensionistica degli artigiani, per esempio, genera un buco di 6 miliardi di euro, in quanto eroga pensioni non coperte da contribuzione. I coltivatori diretti hanno 5 miliardi di buco, i dipendenti pubblici 7 miliardi, i commercianti 2 miliardi, le Ferrovie dello Stato 4 miliardi. Per non parlare dei fondi speciali: elettrico, telefonico, dei trasporti aerei e postale.

In che modo è possibile intervenire sui buchi delle diverse categorie?

Da anni ci sono categorie che percepiscono pensioni che non sono commisurate ai contributi versati, e bisogna quindi mettere a posto i conti in queste casse. Anche i dirigenti privati hanno portato 6 miliardi di buco. Il problema è che l’Inps non può essere la Croce rossa dei fondi pensione e delle categorie pensionistiche che non pagano abbastanza contributi. Ritengo che percentuali di 1 o 2 punti possano essere sostenibili, sia per quanto riguarda contributi di solidarietà, sia in termini di aumento della contribuzione.

 

Un altro tema è quello relativo a pensioni d’oro e vitalizi. Come va affrontato?

Ritengo che si possa attuare un prelievo di solidarietà sulle 250mila-300mila persone che percepiscono pensioni comprese tra i 3mila e i 3.500 euro lordi al mese. Ci sono inoltre 4-5mila vitalizi, cioè ex deputati, senatori e parlamentari regionali che incassano una pensione dopo avere fatto anche pochi anni di carriera nella politica.

 

Ritiene che vada incentivata anche la previdenza integrativa?

Sì, peccato che sia il contrario di quanto sta facendo Renzi. Mi stupisce che il governo abbia aumentato la tassazione della previdenza integrativa dall’11,5% al 20%. Da un lato il governo dice che si riducono le pensioni pubbliche obbligatorie ma che bisogna favorire la previdenza integrativa, e poi si va a raddoppiare la tassazione su quest’ultima.

 

In definitiva qual è la soluzione quando si parla di pensioni?

La coperta è corta e bisogna allungarla in termini di creazione di nuova occupazione che porta linfa contributiva alle casse. Bisogna inoltre mettere mano a un eccesso di buchi e di spese che gravano sia sulla spesa pubblica sia sul Pil.

 

(Pietro Vernizzi)

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