REFERENDUM TICINO/ Frontalieri, immigrati e Lega Nord: cosa cambia con il voto?

Il risultato del referendum in Canton Ticino ha scatenato diverse reazioni da parte italiana. GERARDO LARGHI ci aiuta a mettere nella giusta prospettiva il voto svizzero

27.09.2016 - Gerardo Larghi
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Lapresse

Se c’è una regione che ha un problema di frontalierato questa è la Lombardia. Se c’è un territorio che senza questo sfogo vedrebbe drammaticamente aumentare i propri disoccupati sono le province di Como e Varese che sono anche le zone in cui la Lega è più forte. Proprio quella Lega che ha stretti rapporti politici con i promotori del referendum che l’altro giorno ha stabilito che i posti di lavoro andranno offerti prima agli svizzeri e poi agli altri, a quei 60mila frontalieri che quotidianamente, ogni mattina, varcano i confini di Chiasso, Bizzarone e via discorrendo.

La notizia ha già scatenato l’ira dei politici, i quali, dopo essersi informati su chi siano i frontalieri e di che cosa si parla, hanno provveduto a rilasciare dichiarazioni di fuoco, arrivando a minacciare una crisi tra Berna e Bruxelles in nome della libera circolazione. Tutto questo, però, sembra un po’ troppo precoce, e forse anche un po’ troppo sopra le righe, soprattutto quando l’indignazione scatta a intermittenza e quando si constata che le migliaia di italiani che lavorano all’estero sono un problema solo se c’è di mezzo quel nazionalismo che per noi coincide principalmente con la nazionale di calcio o con gli interessi economici.

L’impressione, come si diceva, è che il referendum per ora sia destinato a lasciare le cose come stanno. Ma senza farsi troppe illusioni e senza pensare che non vi siano pericoli. Perché non dobbiamo preoccuparci? Perché in Svizzera, e in Ticino per la precisione, la disoccupazione è intorno al 3%, cioè non esiste, essendo questo il limite sotto il quale si considera che il mercato assorbe praticamente tutti gli “indigeni” che richiedano un lavoro. Inoltre, perché il referendum non ha un’applicabilità immediata, dovendo passare prima da Berna che prima ne verificherà la compatibilità con le norme confederali e poi con gli accordi internazionali. Infine, perché non riguarda chi già lavora in Svizzera e che non rischia di perdere il posto se non per le solite ragioni, e cioè per ragioni disciplinari, per scelta insindacabile del datore di lavoro, per colpe gravi, per essersi rifiutato di farsi tagliare il salario al di sotto del minimo e via elencando.

E allora perché tutto questo can-can? In fondo il referendum ha solo sancito un principio: formalmente il principio della chiusura di un Cantone della Confederazione Elvetica rispetto al criterio della libertà del mercato del lavoro, in realtà l’assai meno tangibile valore che il Ticino sa tenere testa all’Europa e non si fa intimorire dal “demonio europeo”! Insomma, si è di fronte a una banalissima campagna mediatica? Neanche questo è del tutto vero, ma certo non si può dire che il voto sia di quelli destinati a spostare da subito grandi numeri sul mercato del lavoro.

Al contrario qualche riflessione ci viene suggerita da una serie di coincidenze e circostanze che a noi paiono più inquietanti. Anzitutto: perché la Svizzera si sta chiudendo di fronte al mondo? Perché, ci sembra evidente, i nostri vicini non fanno altro che adeguarsi a un andazzo che tenta anche noi italiani, e che è divenuto una costante nell’Europa odierna. Per la civile Europa, infatti, l’altro non è più un essere umano, uno uguale a noi, che cerca di stare meglio, che si muove per trovare un luogo ove costruirsi un futuro più dignitoso, ma è una minaccia, un possibile concorrente rispetto a un benessere che sentiamo sempre più fragile, sempre meno garantito.

Non è un caso, d’altronde, che i ticinesi si siano dichiarati contrari ai frontalieri proprio quando aumentano le richieste di permessi di lavoro per profili occupazionali medio-alti: non è l’arrivo di muratori o operai a preoccupare i nostri vicini, ma quello dei tecnici, degli ingegneri, degli informatici, degli specialisti del sistema creditizio, degli insegnanti. Perché questo significa meno posti di lavoro laddove la fatica intellettuale sostituisce quella fisica, cioè nel regno del benessere. Ma significa anche chiedersi se davvero le scuole svizzere sono al livello di quelle europee o non abbisognano di qualche ritocco. Se i medici e gli infermieri autoctoni sono davvero all’altezza del compito che è loro richiesto o se non subiscano la concorrenza di personale meglio formato e più disponibile, come quello italiano. Cioè, significa rimettersi in discussione.

Allo stesso modo, però, anche noi ci chiudiamo e siamo preoccupati quando vediamo arrivare dalle sponde del Mediterraneo gruppi di persone: perché riteniamo che esse mettano a rischio la nostra fragile ricchezza, le nostre povere certezze quotidiane. Gli indiani che arrivano sono davvero solo “poveri cristi” o non ci sono fra loro ingegneri che potrebbero insidiarci? E perché la Merkel accoglie i siriani, ben formati e competenti? È una catena, una serie di paure: un susseguirsi che ci indigna quando ne siamo le vittime, ma che ci carica oltre misura quando riguarda altri.

Per questo e per altri motivi, per tornare alla Svizzera e al Ticino, i nostri amici rossocrociati dovrebbero pensarci bene e immaginare se, all’improvviso, i trattati per la libera circolazione delle merci venissero rivisti. Quante aziende italiane che si sono spostate appena al di là del confine, attirate da politiche di dumping salariale e da una tassazione “amichevole”, dovrebbero tornare di qua della frontiera? Certo, in tal caso tanti frontalieri rincaserebbero, ma contemporaneamente quanti sarebbero gli svizzeri a divenire meno ricchi?

Se, dunque, è evidente che non si vive di solo groviera e che non si può nemmeno vivere di solo Grana padano, dovremo trarre da questo referendum il coraggio di affermare che non è vero che il solo formaggio buono è quello prodotto a casa propria. In fondo questa consultazione rischia di produrre qualche effetto positivo: perché provare sulla nostra pelle, sulla pelle dei nostri familiari, amici, vicini, l’amaro sapore del rifiuto, potrebbe indurci a considerare “quanto sa di sale lo pane altrui”, per citare il Sommo poeta, e a valutare “l’invasione degli extracomunitari” per quel che essa è, una vera occasione di rilancio delle politiche economiche italiane ed europee e di ripensamento su di sé e il proprio destino.

In fondo, adesso che ci si pensa, anche gli svizzeri sono extracomunitari. O no?

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