RIFORMA PENSIONI/ Il problema che Inps, Governo e sindacati ignorano

Pensare di affrontare il tema delle riforma delle pensioni solo sul piano economico-attuariale non è la strada migliore per trovare una soluzione, dice GIAN LUCA BARBERO

21.11.2017 - Gian Luca Barbero
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Tutte le volte che si avvicina una scadenza elettorale si apre il mercato delle pensioni, dove i sindacati ci provano (probabilmente perché ormai tra i pensionati annoverano la maggior parte dei loro iscritti) e il governo in carica cerca di non mollare, sapendo fin dall’inizio di dover trovare una mediazione: tutto no, ma qualcosa sì; così il problema, in fondo, non si affronta mai sul piano politico vero.

La richiesta sindacale di bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, da inserire nel pacchetto pensioni della prossima Legge di bilancio, ha indotto il Governo a trovare una sintesi concedendo tale diritto ad alcune categorie di lavoratori (a oggi 15) addetti a mansioni gravose. Il Presidente dell’Inps ha in più occasioni segnalato i costi di simili scelte, osservando che la richiesta di differire per tutti al 2021 l’allungamento dell’età pensionabile a 67 anni, bloccandolo definitivamente senza più ulteriori adeguamenti alla speranza di vita, comporterebbe un aggravio della spesa pensionistica di circa 140 miliardi di euro entro il 2040. Tale costo – precisa Boeri – si scaricherebbe sui più giovani, visto che le pensioni vengono pagate con i contributi di chi lavora: ciò risale a una asimmetria (per non dire ingiustizia) che ha caratterizzato la riforma del sistema pensionistico introdotto nel 1995 (“riforma Dini”), garantendo le vecchie e più generose regole pensionistiche a chi aveva 18 anni di anzianità contributiva al 31/12/1995 e avviando così un interminabile regime transitorio (poi parzialmente modificato dalla “riforma Fornero”), visto che ancora oggi soltanto il 5% delle pensioni è calcolato interamente con il sistema contributivo. 

Se si tiene conto della crisi demografica ed economica, ci si domanda come l’attuale sistema pensionistico sarà sostenibile in futuro, soprattutto quando nel 2032 raggiungeranno i requisiti per la pensione circa 1 milione e mezzo di persone nate a metà degli anni ‘60, i figli cioè dell’esplosione demografica di quel periodo.

Il focus sull’Italia di una recente indagine Ocse sulle diseguaglianze – diffusa dalla stampa – registra il deterioramento della situazione per i cinquantenni di oggi e di ieri: in media, un lavoratore italiano nato negli anni Quaranta, a 50 anni doveva lavorare ancora 6 anni, con una prospettiva di quiescenza di 18 anni, mentre i nati negli anni Sessanta, a 50 anni devono lavorare ancora 11 anni con una prospettiva pensionistica di meno di 14 anni; naturalmente è facile intuire come la situazione non possa che peggiorare. Non solo: secondo uno studio di Itinerari Previdenziali, lo squilibrio tra contributi versati e prestazioni complessive erogate ha comportato un passivo di oltre 1,4 miliardi di euro negli ultimi 36 anni, generando gran parte del debito pubblico su cui l’Europa – un po’ a torto e un po’ a ragione – continua a bacchettarci.

Eppure io sono convinto che pensare di affrontare il problema solo sul piano economico-attuariale non sia la strada migliore: si trascura, infatti, la forte precarietà del lavoro di oggi, sia sul piano della stabilità temporale (contratti a termine, lavori saltuari od occasionali che causano discontinuità contributiva e quindi minori entrate e maggiore spesa), sia sul piano della stabilità economica (bassi livelli retributivi, o salari da fame in tanti casi, quasi mai in grado di assicurare una vita autonoma). Inoltre, si trascura l’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, che presto potrebbe rendere tutti trogloditi in età non così avanzata, considerando la rapidità di evoluzione in quasi tutti i settori e la scarsa propensione al cambiamento man mano che si invecchia: immaginare sé stessi ancora alacremente al lavoro a 65 anni (ma credo in cuor mio che la soglia anagrafica debba essere drasticamente abbassata) diventa quasi anacronistico in tale contesto.

C’è, poi, un ulteriore fattore, diciamo antropologico, che mi fa riflettere. In base ai dati diffusi dall’Inps, al 15 ottobre sarebbero state accolte 14 mila domande di Ape Sociale delle 39 mila pervenute, mentre per i “lavoratori precoci” ne sarebbero state accolte 8 mila delle 26 mila ricevute: in entrambi i casi circa il triplo. Le cifre di chi vuole andare in pensione, disposto ad accettare anche decurtazioni del vitalizio, aumentano sempre di più. Qualcuno potrebbe obiettare che l’Ape Sociale riguarda principalmente lavori gravosi o pericolosi; è vero, ma invito a guardare anche ai piani di esodo varati di recente da grosse aziende del credito, ad esempio, un settore che, benché spesso nell’occhio del ciclone, non soffre certo di carenza retributiva o di protezione sociale: differentemente dal passato, si tratta di uscite massive volontarie dal mondo del lavoro senza particolari incentivi, in tanti casi ridotti al minimo, o addirittura assenti, che hanno avuto adesioni enormemente superiori alle attese. 

Tutto ciò mi porta a una considerazione molto semplice: la gente non ce la fa più! Non perché il lavoro sia particolarmente pesante o poco appagante; semplicemente la volontà a un certo punto si arresta, priva di stimoli, come un sasso che, tirato in aria, dopo un po’ ricade. È un problema serio, per il quale non bastano incentivi economici o agevolazioni fiscali. Dove si prende l’energia per lavorare e, in fondo, per vivere?

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