NUOVI LAVORI/ “I Big data sono come il petrolio ma bisogna essere capace di estrarli”

Su Industria 4.0 l’Italia è partita in ritardo ma atenei e imprese stanno puntando sulla formazione. Come mostra il caso dell’Università di Trieste. Ne parla LUCA BORTOLUSSI

10.02.2018 - int. Luca Bortolussi
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(LaPresse)

“La formazione 4.0 è centrale, è un supporto fondamentale per il nostro sistema produttivo, per aiutarlo a tenere il passo con la veloce digitalizzazione e la crescente competitività delle economie mondiali. Su Industria 4.0 siamo partiti un po’ in ritardo: dobbiamo, e possiamo, recuperare”. E i dati forniti, l’altro ieri a Torino, dal ministro Calenda (+11% di investimenti 4.0) dimostrano che il paese sembra aver imboccato la strada giusta. “Ma sta crescendo anche l’impegno delle università per le nuove forme di skills. Anche perché ci sarà sempre più bisogno di figure specializzate. E questo è un altro dato positivo”. Luca Bortolussi, coordinatore della laurea magistrale in Data science and scientific computing all’Università di Trieste, è fiducioso e vede nei big data una “nuova moneta che non va sprecata, ma ben utilizzata: i big data sono il petrolio del nuovo millennio, ma come per il greggio bisogna essere capaci di estrarli per trarne valore, cioè informazioni utili, anche in chiave di un efficace rapporto costi/benefici”.

Big data, digital manufacturing, scienze della vita richiedono competenze molto qualificate. E’ importante investire in formazione 4.0?

L’Italia è indietro, è partita almeno con un anno di ritardo nella corsa a Industria 4.0, rispetto a Germania e Regno Unito, che sono all’avanguardia in Europa. Ma visti i tempi di evoluzione della digitalizzazione, un anno di ritardo è una zavorra molto pesante. Ora però stiamo cercando di recuperare. E la formazione 4.0, in quest’ottica, è centrale per consentire al nostro sistema produttivo di stare al passo con la crescente competitività delle economie mondiali. E’ necessario formare nuove professionalità più qualificate, ma anche fare un retraining delle figure più tradizionali. E su questo le aziende sono molto interessate.

A tal proposito, in Italia non sempre il mondo produttivo ha dimostrato di saper sfruttare al meglio queste nuove skills evolute…

Posso rispondere parlando della realtà triestina. Qui le aziende cercano ma non trovano 250 persone con skills elevate. L’attenzione a queste figure è molto alta, da parte non solo delle grandi imprese, ma anche delle Pmi, a partire da quelle più internazionalizzate, abituate a competere sui mercati esteri. Ed è un interesse trasversale: le più sensibili non sono solo le imprese informatiche o meccaniche, ma anche quelle attive negli ambiti della consulenza e del retail. Anzi, proprio nel settore commerciale, sempre più vengono richieste figure professionali con competenze informatiche evolute. Non basta saper usare excel, bisogna avere conoscenze anche nell’ambito della programmazione.

Crescono le università italiane che stanno lanciando nuovi master e lauree magistrali dedicate alle nuove professioni. E l’Università di Trieste?

Anche presso il nostro ateneo è attivo, con l’anno accademico 2017/2018, un corso di laurea magistrale incentrato sulle competenze digitali e che prepara i futuri professionisti specializzati in Big data. Il nostro corso in Data science and scientific computing è un corso interdipartimentale e interateneo con l’Università di Udine e in collaborazione con Sissa e Ictp di Trieste, due centri di ricerca d’eccellenza. Abbiamo voluto mettere a sistema le competenze diffuse sul territorio, coinvolgendo anche le imprese. I corsi, poi, si tengono in lingua inglese.

Come giudica la recente decisione del Consiglio di Stato che ha “bocciato” i corsi di laurea interamente in inglese? Può compromettere attrattività e internazionalizzazione di un ateneo?

La speranza è che non sia così. Per un’università è importante poter intercettare studenti che arrivino dall’estero. E’ una sorta di “immigrazione” ad alto valore aggiunto, che aiuta a far crescere l’economia. Nella prospettiva, poi, di Industria 4.0, che ha una dimensione internazionale molto spiccata, perché dovremmo tagliarci fuori? E’ giusto che su competenze rilevanti, come le nuove professionalità in cui la lingua corrente è l’inglese, sia lasciata alle università la possibilità di organizzare corsi in questa lingua.

Trieste è una provincia di confine: è alla periferia di un’area, il Nord-Est, tradizionalmente molto dinamica e storicamente svolge un ruolo di finestra e di cerniera con il Centro e l’est Europa. Che ruolo può giocare sul fronte della formazione molto qualificata?

Siamo molto aperti non solo verso il centro e l’est Europa, ma anche ad aree più lontane. Certo, per noi Austria, Slovenia e Croazia rappresentano un bacino naturale e le collaborazioni con questi paesi sono più agevoli, anche grazie a programmi comunitari come InterReg. Gli accordi sulla formazione sono, e possono essere sempre di più, uno stimolo e un volàno potente per lo sviluppo.

Torniamo ai Big data, considerati il petrolio del nuovo millennio…

Sì, ma come per il greggio bisogna essere capaci di estrarre i dati per trarne valore, cioè informazioni utili, pur nel rispetto delle normative sulla privacy. Pensiamo solo alle applicazioni nel campo medico e a quali risparmi si potrebbero ottenere sfruttando correttamente, anche in forma anonima, l’enorme mole di dati, ricavabili, per esempio, anche da dispositivi indossabili.

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