Quota 100 e Riforma pensioni/ Per liquidazione statali garanzia fino a 50-60.000 euro (ultime notizie)

- Lorenzo Torrisi

Nel decreto relativo alla riforma delle pensioni con Quota 100 andrà risolto il nodo relativo alla liquidazione dei dipendenti pubblici

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Cesare Damiano (Lapresse)

GARANZIA PER LIQUIDAZIONE STATALI

Il Governo continua a mettere a punto il decreto relativo alla riforma delle pensioni con Quota 100 e uno dei temi su cui più si dibatte è quello relativo alla liquidazione dei dipendenti pubblici. È noto che la soluzione individuata è quella di un riscorso a un anticipo bancario per far sì che il lavoratore possa avere il suo Tfr/Tfs. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, l’esecutivo starebbe pensando di mettere sul tavolo una garanzia totale dello Stato sugli interessi relativi a una cifra fino a 50-60.000 euro. Sopra tale soglia, gli interessi diventerebbero invece a carico dei lavoratori. C’è da dire che le stime parlando di un interesse che sarebbe quindi pari a circa l’1,5-1,6% e che tale saggio si pagherebbe solo per la parte eccedente la soglia che invece sarebbe garantita dallo Stato. Va da sé che quei lavoratori che avrebbero un trattamento di fine rapporto o fine servizio contenuto entro la soglia avrebbero un vantaggio nell’accedere a Quota 100, mentre gli altri dovrebbero fare i conti sul costo che dovrebbero sostenere.

QUOTA 100 A RISCHIO CON LA RECESSIONE

L’aggravarsi della situazione economica, con lo spettro di una recessione che sembra materializzarsi sempre più ogni giorno che passa, potrebbe avere conseguenze negative sulla riforma delle pensioni con Quota 41, oltre che sul reddito di cittadinanza. Come viene ricordato da T news, il portale di Tiscali, se il 31 gennaio verrà diffuso un dato negativo relativo al Pil dell’ultimo trimestre del 2018 da parte dell’Istat, ci sarebbero “inevitabilmente delle conseguenze sulla costosa politica economica del governo gialloverde. Perché (è importante ricordarlo) le misure simbolo sono destinate a costare di più l’anno prossimo. La spesa per quota 100 passerebbe da 4 a 8,2 miliardi di euro e quella per il reddito di cittadinanza da 4,7 a 10,3 miliardi. Esborsi che necessitano di una crescita di almeno l’1% per salvaguardare l’impianto della Manovra, ovvero la tenuta dei conti pubblici. Sulle due scommesse elettorali di Lega e M5s pende una spada di Damocle dagli effetti molto rovinosi”. Sembra quindi che ci possa essere il rischio concreto di dover innestare la retromarcia sulle due misure simbolo della manovra.

IL PUNTO DEBOLE DI QUOTA 100

Oggi Maurizio Martina è stato ospite della trasmissione Circo Massimo, in onda su Radio Capital, e ha parlato anche delle politiche economiche del Governo, tra cui la riforma delle pensioni con Quota 100. Secondo l’ex ministro, “bisogna mettere benzina per far ripartire il lavoro: serve il taglio del cuneo fiscale per il costo del lavoro, bisogna affrontare la questione salariale e l’introduzione del salario minimo legale per chi non è coperto da contratto nazionale. Servono incentivi agli investimenti come abbiamo fatto noi con industria 4.0 e che il governo ha bloccato. E non sprecare risorse su un fantomatico reddito di cittadinanza e Quota 100, che così com’è fatta penalizza soprattutto le donne”. Un’analisi, questa su Quota 100, condivisa anche dal Comitato Opzione donna social, la cui amministratrice Orietta Armiliato ricorda i dati riportati dal Sole 24 Ore che parlano di un’anzianità media contributiva per le donne pari a 25 anni, contro i 38 richiesti per Quota 100. “La conclusione è che le donne arrivano alla pensione attraverso il limite di età (nel 2019 pensione di vecchiaia a 67 anni) e Quota 100 diventa un miraggio”, scrive Armiliato.

LA POSIZIONE DELL’ANIEF

Anche l’Anief prende posizione sulla parte di Quota 100 riguardante la liquidazione dei dipendenti pubblici. Nel decreto riguardante la riforma delle pensioni, infatti, potrebbe essere prevista la possibilità di un prestito bancario con cui anticipare l’importo del Tfr/Tfs. Tuttavia, “considerando che la cosiddetta liquidazione non è altro che la riconsegna di quote economiche che il lavoratore ha ‘prestato’ al datore di lavoro, in attesa di riprendere tutto all’atto del pensionamento, viene da chiedersi come si possa pensare che il dipendente pubblico debba pagare degli interessi per recuperare i suoi soldi, dopo che per decenni lo Stato ha gestito in proprio con vantaggi notevoli”, fa presente Marcello Pacifico, Presidente dell’Anief. Il sindacalista evidenzia anche che Quota 100 comporta l’incasso di una pensione più bassa rispetto a quella che si avrebbe restando al lavoro fino al raggiungimento degli attuali requisiti e ciò non è certo indifferente, visto che chi incasserebbe 1.500 euro netti andando in pensione a 67 anni ne riceverebbe 1.250 con Quota 100.

LA “FURBATA” DEL GOVERNO SECONDO L’ADUC

Il Segretario nazionale dell’Aduc, Primo Mastrantoni, torna a parlare di un tema piuttosto sentito della riforma delle pensioni: il blocco parziale delle rivalutazioni per gli assegni sopra i 1.500 euro. “La mancata indicizzazione delle pensioni, cioè la svalutazione, costerà ai pensionati 3 miliardi e 651 milioni di euro in 3 anni. Sono 5 milioni i pensionati interessati al prelievo e non si tratta delle pensioni cosiddette d’oro, ma di quelle superiori ai 1.522 euro lordi mensili”, spiega in una nota Mastrantoni, che ricorda che il blocco era già in atto, “ma il governo legastellato ha aumentato il numero di fasce e modificato la percentuale di indicizzazione. Una furbata del governo legastellato a danno dei pensionati. Insomma, 3 miliardi e 651 milioni di euro che escono, o meglio, non entrano, nelle tasche dei comuni pensionati. È questo il governo del cambiamento? Si, certo, basta crederci”. Luigi Di Maio, da parte sua, ha definito ridicoli quei pensionati che protestano per il taglio degli assegni d’oro con il contributo di solidarietà deciso dal Governo.

RIFORMA PENSIONI, LE PROPOSTE DI DAMIANO

Questa settimana dovrebbe vedere la luce il decreto relativo alla riforma delle pensioni con Quota 100 e al reddito di cittadinanza. Secondo Cesare Damiano, il fatto che si continui a rinviare l’approvazione del provvedimento e che si susseguano diverse bozze dimostra solo “che, molto probabilmente, i conti non tornano con la Ragioneria e che le promesse non fanno il paio con le risorse disponibili”. Per l’ex ministro del Lavoro non basta comunque che il suo partito, il Pd, protesti, anche perché “non possiamo apparire come quelli che sono contro le Quote e contro il sostegno ai più poveri, tutte misure che abbiamo inventato noi e che ci sono state malamente scippate dai gialloverdi”. Dunque occorre presentare delle proposte concrete.

In questo senso Damiano ricorda che “Quota 100 e Ape sono misure complementari, non si oppongono e non si sovrappongono. E poiché “Quota 100, da sola, non risolverebbe un problema di equità sociale, va rivista la normativa che consente ai disoccupati l’accesso all’Ape sociale” in modo che non occorra aver concluso integralmente la prestazione per la disoccupazione loro spettante da almeno tre mesi. Inoltre, occorre “attivare la nona salvaguardia degli esodati, che riguarda al massimo 6.000 lavoratori. Ripristinare l’indicizzazione delle pensioni, come concordato dal precedente Governo con i sindacati, applicando il modello a ‘scaglioni’ ante legge Fornero”. Infine, chiarire il meccanismo della pensione di cittadinanza, perché per aumentare tutti gli assegni a 780 euro occorrono 12 miliardi, una cifra molto elevata rispetto alle risorse disponibili.

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