DIBATTITI/ Da Galileo a Einstein, per allargare la ragione

- int. Paolo Musso

PAOLO MUSSO ha scritto un libro in cui si propone di tracciare un quadro critico dell’evoluzione di scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre

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Albert Einstein (Foto Ansa)

Lo scientismo? L’hanno inventato i filosofi. Il razionalismo? Non è il nostro destino inevitabile. Cartesio? Un gigante della filosofia e della matematica, ma con la scienza moderna non c’entra niente. La fede? Non solo non è irrazionale, ma il suo metodo ha molto in comune con quello scientifico. Pico Della Mirandola, Pascal, Rosmini, Newman? In soffitta: la vera alternativa alla modernità è Galileo.

Sono solo alcune delle tesi, certamente “forti” e destinate a far discutere, contenute nell’ultimo libro di Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione, appena uscito per le edizioni Mimesis con una lusinghiera prefazione di Evandro Agazzi: un’opera impegnativa che si propone, come recita il sottotitolo, di tracciare un quadro critico dell’evoluzione di «scienza, filosofia e religione da Galileo ai buchi neri e oltre». Ne abbiamo parlato con l’autore, docente presso l’Università dell’Insubria di Varese e la Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima (Perù).

La prima cosa che colpisce del libro è la vastità: non tanto come lunghezza quanto per ampiezza e al tempo stesso profondità degli argomenti trattati.

Non c’è dubbio. In effetti, si tratta di un’impresa ambiziosa, forse troppo. D’altra parte, in un’epoca in cui la filosofia si sta sempre più trasformando in filologia, bisogna pure che qualcuno abbia il coraggio (o l’incoscienza, se preferisce) di tentare delle sintesi di ampio respiro. Ma ha detto bene che l’ampiezza non va a scapito della profondità e, aggiungerei, della precisione. Lo dico senza presunzione, cosciente che il merito non è mio ma del vero e proprio esercito di amici che, spesso con una disponibilità straordinaria, mi hanno aiutato ad andare a fondo di questioni che da solo non sarei mai riuscito a capire nemmeno superficialmente. Oggi la conoscenza scientifica è in così rapida evoluzione che non è possibile fare seriamente filosofia della scienza se non attraverso un costante rapporto con gli scienziati al lavoro. Non si tratta, però, di un libro per specialisti: al contrario, è pensato per consentire diversi livelli di lettura: per il lettore comune, per ricerche scolastiche o tesi di laurea, per la ricerca di livello universitario.

Quanto ha influito sul testo la sua attività di insegnamento?

È stata fondamentale. Anzi, voglio approfittarne per ringraziare pubblicamente tutti i miei studenti, sia varesini che peruviani. Senza di loro questo libro non sarebbe mai nato. Non per niente l’ho dedicato a loro.

Quali sono le principali idee guida?

Tutto è partito da una paradossale quanto innegabile constatazione: la visione del mondo oggi largamente dominante e chiamata genericamente “modernità” si presenta come figlia legittima della scienza, vista come indissolubilmente legata al razionalismo sul piano filosofico e al meccanicismo su quello fisico; e poiché la scienza è per noi un orizzonte intrascendibile, la “modernità” si presenta anch’essa come intrascendibile, una sorta di destino fatale a cui saremmo definitivamente consegnati. Il paradosso sta nel fatto che tutto ciò non ha niente a che vedere con la scienza reale, ma piuttosto con quella sua caricatura che è lo scientismo, nato dai filosofi e che solo in seguito ha contagiato anche gli scienziati. I quali, peraltro, quando sono al lavoro non possono fare a meno di essere anti-scientisti nei fatti: perché l’autentico metodo scientifico sperimentale, codificato in maniera insuperabile da Galileo, si basa su un’idea di ragione strutturalmente aperta alla realtà, all’esperienza, all’imprevisto e al mistero; mentre lo scientismo si basa su un’idea chiusa di “ragione-misura-di-tutte-le-cose”, che, se messa in pratica, distruggerebbe per prima cosa proprio la scienza. Per questo gran parte del libro è dedicata a fornire una corretta informazione su come la scienza è nata e si è sviluppata, superando gradualmente il meccanicismo delle origini, attraverso l’analisi di alcune grandi tappe paradigmatiche (Galileo, Newton, la termodinamica, la relatività, la meccanica quantistica, la cosmologia, il caos e la complessità).

 

Uno dei passaggi cruciali è costituito da un serrato confronto tra Galileo e Cartesio. Perché?

 

Perché esiste un mito diffusissimo secondo cui Cartesio sarebbe un vero e proprio co-fondatore della scienza moderna, al pari (e a volte addirittura al di sopra) di Galileo.

 

E invece?

 

Invece non è vero niente. Cartesio non capì mai nulla del metodo galileiano, che anzi criticò apertamente, e per tutta la vita continuò a far scienza (cioè, pseudo-scienza) a priori, ovvero secondo il metodo deduttivo tipico dei filosofi aristotelici che a parole tanto disprezzava. La verità è che Cartesio fu il primo dei moderni in filosofia e in matematica, dove fu un vero gigante (tanto per dire: senza di lui non sarebbero mai state possibili le geometrie non euclidee), ma quanto alla scienza naturale fu invece l’ultimo degli antichi.

 

E allora perché si è creato questo mito?

 

È stata un’operazione intenzionale, voluta. E il motivo mi pare evidente: tale mito infatti permette di spacciare indebitamente per fattori costitutivi della scienza il razionalismo e il meccanicismo, che sono consustanziali al metodo cartesiano, ma per niente affatto a quello galileiano.

 

Insomma, Cartesio non le sta proprio simpatico…

Non è questione di simpatia. Certo Cartesio era insopportabilmente presuntuoso, ma lo era anche Galileo. Allo stesso modo, Cartesio non fu certo meno “sincero credente” di lui, e dal punto di vista della coerenza morale gli dava perfino dei punti. Ma ciò che gli mancava del tutto (e che invece Galileo aveva in massimo grado) era il senso del mistero, cioè la capacità di stupirsi davanti alla realtà: che, come diceva Einstein, «è il seme di tutta l’arte e di tutta la vera scienza».

 

L’altro grande protagonista del libro è proprio Einstein.

 

Era abbastanza scontato, dato il tema. Ma non era scontata la scoperta che ho fatto di quanto profondamente lui e Galileo siano legati. Einstein teneva in casa i ritratti di Newton, Faraday e Maxwell, ma se si leggono attentamente i suoi scritti si scopre che la sua vera stella polare è sempre stata Galileo. Questa è anche la spiegazione di molti fraintendimenti: non si può capire davvero Galileo senza capire Einstein, ma sono ben pochi i filosofi e gli storici della scienza rinascimentale che conoscono la teoria della relatività.

 

Lei ama molto Galileo, mentre giudica negativamente le tesi di alcuni dei più importanti critici della modernità, come Del Noce, Guardini, De Lubac…

 

Non li giudico affatto negativamente! Anzi, le loro idee, in particolare quelle di Del Noce, hanno un ruolo centrale nella mia analisi. Quello che non mi convince è la loro pars construens, perché è velleitario sperare di opporre a un gigante come Cartesio pensatori certamente grandi ma non alla sua altezza, e soprattutto irrimediabilmente datati per la sensibilità odierna, come Pico Della Mirandola, Pascal, Rosmini o lo stesso Newman, che pure amo molto.

 

Galileo invece ha certamente le physique du rôle… Ma non aveva anche lui i suoi difetti?

 

Non mi interessano, i suoi difetti! Quello che deve interessare tutti è ciò che ci ha lasciato in eredità: nientemeno che un nuovo (e formidabile) modo di usare la ragione. Che, se ben capito, è l’esatto opposto del riduzionismo. E che al contempo rappresenta uno degli ultimi punti di resistenza al relativismo e all’irrazionalismo dilaganti.

 

A proposito di relativismo, lei è molto severo anche con l’epistemologia contemporanea.

 

In buona parte di essa, pur se non in tutta, da diversi decenni prevale un assurdo atteggiamento relativista e antirealista che nega che la scienza possa farci conoscere il mondo come è davvero. Per sostenerlo bisogna o non conoscerla o fingere di non conoscerla. È interessante notare che l’odierno relativismo culturale si è sviluppato in gran parte proprio a partire da queste tesi epistemologiche: mostrarne l’insostenibilità ha quindi implicazioni che vanno ben oltre l’ambito scientifico.

 

Molti autori cattolici, però, vedono con favore questa epistemologia “debolista”, perché pensano che aiuti a difendere la fede dalle eccessive pretese della scienza.

 

È solo perché non la conoscono. Altrimenti capirebbero che non solo la scienza non è nemica della fede, ma anzi è, almeno potenzialmente, la sua migliore alleata, dato che è ormai l’unico settore della cultura che difenda ancora l’idea che l’esperienza possa condurre alla verità, la cui negazione aprioristica e immotivata costituisce invece il vero “dogma centrale” della modernità. E comunque, come ripete in continuazione Benedetto XVI, la fede non si difende restringendo la portata della ragione, bensì allargandola, cioè aprendola a un orizzonte più grande.

 

(a cura di Mario Gargantini)

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