LETTERA/ Le politiche per la famiglia che servono all’Italia

- Antonio Quaglio

Il presidente Mattarella ha richiamato l’emergenza denatalità e l’assoluta necessità di aiutare le famiglie. Un appello cui Parlamento e governo devono dar seguito

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Sergio Mattarella (LaPresse)

Caro direttore,
il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha richiamato l’emergenza-denatalità in Italia e quindi la necessità di porre l’aiuto alle famiglie in testa all’agenda politica del Paese. È un appello che non può non essere immediatamente sottoscritto.

Il Capo dello Stato è l’interprete costituzionale ultimo della vita democratica nazionale. Se – come alcune settimane fa riguardo l’evasione fiscale – sente l’urgenza di parlare agli italiani, non ci si può non fermare: bisogna ascoltarlo e – possibilmente – dar seguito alle sue raccomandazioni. Parlamento e governo per primi.

La politica per la famiglia in Italia è in storica sofferenza ed è superfluo ricordarne tutti i cahiers de doléances. Sono numerose e importanti le misure che le famiglie italiane (soprattutto le nuove, le future) attendono e non arrivano. Sono almeno pari le esperienze riuscite in altri Paesi – ma anche in singole Regioni italiane – che potrebbero essere facilmente mutuate. I bisogni-obiettivo di un rilancio della famiglia come pietra angolare di una società vitale e della natalità come leva demografica di una crescita complessiva del sistema-Paese sono chiari. E lo sono in buona parte anche gli strumenti disponibili. Mattarella ha giustamente invitato a riaprire questi dossier: in un Paese in cui, non da ultimo, è impossibile non vedere il ritorno di livelli di povertà che sembravano debellati.

Guardare alle difficoltà dell’Italia delle famiglie è comunque oggi un modo di osservare e declinare la crisi italiana tout court. Le rilevazioni statistiche che hanno acceso l’alert demografico non aprono prospettive diverse da quelle che pochi giorni hanno certificato una drammatica emergenza economica.

Una famiglia in difficoltà – che non riesce a formarsi o a procreare – è quasi sempre una famiglia che non può contare su un reddito sicuro e congruo. È una famiglia che non riesce a fondarsi concretamente sul lavoro – come invece afferma programmaticamente l’articolo 1 della Costituzione repubblicana – oppure su un’attività d’impresa svolta nelle condizioni esterne più agevoli per la sua competitività. È una famiglia cui non viene mai dato abbastanza sui fronti critici del diritto alla salute e all’education. È una famiglia che merita certamente un’attenzione costante e speciale da parte dello Stato che preleva entrate fiscali ed eroga servizi pubblici.

Il governo in carica ha posto allo studio una riforma dell’Irpef, finalizzata ad alleggerire la pressione sulle fasce di reddito più deboli. Non vi sono dubbi sull’intento di offrire una forma di sollievo immediato al sintomo principale della crisi dell’Italia delle famiglie. Nella stessa direzione si muoverà – per il secondo anno – la previsione del reddito di cittadinanza, confermato dall’ultima manovra anche al costo di un ulteriore appesantimento complessivo della pressione fiscale in un’Azienda-Paese in stagnazione da un decennio.

Questo orientamento di politica finanziaria è apertamente contestato da un’opposizione più propensa ad aggredire le cause di una mancata ripresa attesa ormai da troppi anni. Queste forze di opposizione vorrebbero puntare le risorse del bilancio pubblico sullo stimolo fiscale alle imprese e su piani di investimenti infrastrutturali pubblici.

Ogni governo legittimamente in carica ha il diritto-dovere di adottare le politiche economico-finanziarie ritenute più consone, anzitutto al mandato degli elettori coagulatosi in Parlamento. E in democrazia le maggioranze e le opposizioni rispondono periodicamente agli elettori delle loro scelte e delle loro proposte.

Il panorama europeo, nel frattempo, non sembra offrire indicazioni univoche – tutt’altro – sulle politiche di contrasto alle diverse emergenze prodotte dai trend economici e demografici.

In Gran Bretagna, alle recenti elezioni, il Labour ha incassato la peggior sconfitta da ottant’anni per aver innestato una tiepida opposizione alla Brexit “sovranista” su una piattaforma economica tradizionalmente statalista e assistenzialista.  Il nuovo gabinetto tory guidato da Boris Johnson ha immediatamente avviato massicci piani di investimenti pubblici: nella modernizzazione delle grandi reti infrastrutturali e del network dei grandi centri di ricerca e advanced education.

In Francia il presidente Emmanuel Macron – il leader Ue considerato oggi più europeista, citato talora a esempio anche in Italia – è da due anni in trincea contro gilet jaunes e sindacati che si oppongono a progetti di riforma del welfare previdenziale e dell’insaprimento fiscale sui carburanti non green, risorsa base di famiglie e lavoratori autonomi (anche immigrati).

In Germania la coalizione Merkel ha cominciato il suo lungo declino (allora inatteso) in occasione dell’apertura delle frontiere a un milione di profughi siriani, dettata (una tantum) soprattutto dai crescenti vuoti demografico-occupazionali in un’industria tedesca allora in espansione (in parte a spese dei partner Ue). Oggi il più grande e solido Paese dell’Unione – in temporanea recessione – è scosso dai contraccolpi xenofobi creati (anche) delle diseguaglianze di reddito, lavoro, education e opportunità mai veramente sanate per i tedeschi dell’Est nei trent’anni seguiti alla riunificazione. Il leggendario pragmatismo della cancelliera (nata nell’Est) non è sembrato funzionare nel far quadrare le esigenze dell’Azienda-Germania attraverso l’accoglienza mirata di migranti con la domanda di sostegno e integrazione da parte di una decine di milioni di tedeschi “svantaggiati”.

Il vicino Israele, l’unica democrazia di mercato del Medio Oriente, è intanto chiamato al voto fra tre settimane per la terza volta in un anno. Sembra sempre meno improbabile la prossima formazione di una coalizione fra i due maggiori partiti di centrodestra e centrosinistra: con il tendenziale superamento di uno stallo seguito a un decennio di governo del centrodestra, alimentato elettoralmente da flussi migratori strutturali di numerose comunità israelite nel mondo.

La vera base socio-economica su cui nel frattempo il Paese ha rafforzato la sua competitività economica è la Tel Aviv Valley: un hub tecnologico e finanziario ormai competitivo a livello globale. Un luogo che è più probabile generi soluzioni per l’emergenza planetaria del coronavirus piuttosto che si ritrovi esposto al rischio delle quasi certe ripercussioni economiche globali del “cigno nero” sanitario comparso in Cina.

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