LETTERA/ Perché l’Italia segue le lezioni dell’Ue su tutto tranne che sul green pass?

- Lamberto Milani

Alcune considerazioni sull’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro che scatterà a partire da domani causando non pochi problemi

sondaggi politici
Green Pass, controlli (LaPresse, 2021)

Caro direttore,

sono un PRO-VAX  e volevo condividere con lei e i lettori di questo giornale alcune considerazioni sull’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro che entrerà in vigore venerdì. Ritengo sia necessaria una premessa: mi sono vaccinato la scorsa primavera, anche se non mi occorre alcun certificato per ricevere la pensione sul mio conto corrente bancario, andare a comprare il giornale in edicola, fare la spesa, prendere un caffè al bar e chiacchierare con gli amici, accudire i nipoti dopo l’uscita dalla scuola,  prendere l’autobus, guardare una partita di calcio o un film sul divano di casa. Ho fatto una scelta consapevole, come molti altri, e libera, a differenza di chi sarà invece costretto ad avere un certificato per poter guadagnare il proprio salario.

Una coercizione tanto più forte se si pensa ai lavoratori più giovani, quelli di cui a parole si vogliono difendere diritti e futuro, ma che di fatto hanno poca scelta. Sarebbe errato parlare di ricatto, ma poco ci manca. Quanti di loro, magari con un contratto a termine in scadenza, vorranno infatti rischiare di creare “problemi” all’impresa non potendo lavorare (e non potendo essere sostituiti) in caso non si siano vaccinati? Sì, certo, possono ricorrere a tamponi rapidi da 15 euro, ma a parte il costo (di certo non indifferente viste le loro retribuzioni) che dovrebbero sostenere per sottrarsi a un obbligo vaccinale inesistente, potrebbero anche non riuscire a effettuare i test visto che la Fondazione Gimbe, la stessa citata frequentemente dai media nei giorni dell’emergenza pandemica, afferma che farmacie e strutture sanitarie non sono in grado di soddisfare la domanda di chi ha bisogno di un tampone perché sprovvisto di green pass.

Penso anche a quei lavoratori che sono guariti dal Covid e si chiedono perché i loro anticorpi vengono giudicati di “serie B” e non efficaci quanto quelli di chi ha fatto il vaccino. Ma pensare sembra servire a poco, ormai tutto è deciso e scritto e non si torna indietro. Non si guarda nemmeno fuori dal proprio uscio. Un Paese così tanto abituato a prendere lezioni dall’estero, a farsi chiedere le cose dall’Europa, non guarda cosa succede in Spagna o in Germania. Non si accorge nemmeno che i tedeschi cercano di soffiarci i già pochi autisti di camion che abbiamo visto che da quelle parti il green pass non sanno nemmeno cosa sia.

Restiamo in ogni caso un Paese libero, talmente libero che un sottosegretario può tranquillamente dire che chi si oppone al green pass è un no vax, come dire che ogni politico è un ladro a prescindere.

C’è da chiedersi se non abbia ragione la satira, raffigurata in una vignetta sulla prima pagina di un notissimo quotidiano nazionale, secondo cui più che sul lavoro, la Repubblica democratica italiana pare destinata a diventare fondata su un certificato, chiaramente green…

Speriamo almeno non sia tutto scritto per quel che riguarda il diritto a manifestare. Non vorremmo mai che ai lavoratori, in primo luogo quei 7-8.000 dipendenti Alitalia che proprio da venerdì, green pass o meno, non avranno più un’occupazione, sia concesso di scendere in piazza purché restino zitti e buoni. Anche perché i sindacati, al momento, paiono avere altre priorità.

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