LETTERA/ Quel confronto sul “parlamentarismo”, dentro e fuori le Camere

- Antonio Quaglio

Da “La Civiltà Cattolica” ai costituzionalisti italiani: ferve il dibattito sul ruolo attuale dell’istituzione-chiave delle liberaldemocrazie

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In aula al Senato (LaPresse)

Caro direttore,
il saggio-editoriale dell’ultimo numero di Civiltà Cattolica – “Il governo di Francesco. È ancora attiva la spinta propulsiva del suo pontificato?” – sarà certamente oggetto di letture attente e commenti titolati. Il testo – firmato dal direttore Antonio Spadaro – ha una dimensione quasi “enciclicale” sul momento della Chiesa e del pontificato, sul loro sguardo corrente sul mondo e sulla loro azione pastorale nella storia contemporanea. L’articolo incorpora infatti, come recita un capoverso, “Un appunto del Papa condiviso con La Civiltà Cattolica”.

È da questo “appunto” – esteso e articolato su varie tematiche ecclesiali –  che è tratto questo passaggio: “Una delle ricchezze e l’originalità della pedagogia sinodale sta proprio nell’uscire dalla logica parlamentare per imparare ad ascoltare, in comunità, ciò che lo Spirito dice alla Chiesa”. Anche allo stralcio breve, la contestualizzazione non è equivocabile: la riflessione riguarda la vita della Chiesa e in particolare del Sinodo dei vescovi, organo istituito dal Concilio Vaticano II per arricchire la collegialità attorno al Papa e alla Curia romana (l’editoriale della Civiltà Cattolica discerne lo sforzo di “riforma della Chiesa” da parte di Papa Francesco, non senza un accenno puntuale all’ultimo sinodo straordinario sull’Amazzonia).

Per il cronista italiano è tuttavia difficile, nel settembre 2020, leggere l’espressione “uscire dalla logica parlamentare” senza entrare – con tutti i rischi del caso – in una contestualizzazione diversa: quella del confronto politico in corso in vista del referendum del prossimo 20-21 settembre, nel quale gli italiani si esprimeranno sul taglio dei parlamentari già deciso dalle larga maggioranza di Camera e Senato. Sul sito della Civiltà Cattolica sono tra l’altro ancora in evidenza i riflessi della recente visita della redazione al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dei 170 anni della più antica rivista edita in lingua italiana.

Se sono note le riserve di Papa Francesco sul presente delle “liberaldemocrazie di mercato” in Occidente, mano a mano a mano che il voto si avvicina il dibattito politico-culturale italiano attorno al Parlamento si va facendo rovente. A quattro anni dal fallito referendum istituzionale del 2016, i sondaggi dicono che è sempre alto il numero degli italiani contrari a metter mano alla struttura centrale della democrazia repubblicana, disegnata dalla Costituzione del 1948. Fra gli stessi costituzionalisti sono numerose e autorevoli le voci contrarie alla riforma voluta da M5s in chiave populista di depotenziamento punitivo delle tradizionali istituzioni liberaldemocratiche. Un taglio di scure che – stando ai polls correnti su affluenza e preferenze – potrebbe venire infine “asseverato” da un quarto scarso degli elettori italiani.

L’altro ieri è stata la volta di Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia nel governo Prodi 1 ed ex presidente della Corte Costituzionale. Il giurista – di formazione cattolica – è stato l’ultimo solo in ordine di tempo a legare le preoccupazioni per il taglio dei parlamentari a quelle per la deriva di “emarginazione” delle Camere nel funzionamento della democrazia istituzionale italiana dall’inizio dell’emergenza Covid.

A proposito del contestatissimo varo del “decreto Agosto” da parte del governo Conte – in particolare dei provvedimenti “nascosti” riguardanti i servizi di sicurezza – Flick, in un’intervista, è stato particolarmente duro: “La Costituzione parla chiaro. I decreti legge richiedono condizioni straordinarie di necessità ed urgenza per poter essere adottati dal governo ed una conversione entro sessanta giorni. Purtroppo legare al ‘Frecciarossa’ della conversione dei decreti legge una serie di ‘vagoni’ che non c’entrano per nulla per assicurarne una più rapida approvazione è diventata una abitudine italiana, come quella di approvare ‘salvo intese’ il provvedimento, dimostrando con ciò la mancanza in realtà di un accordo. È vero, il Parlamento è stato messo ai margini. Ma prima ancora ai margini è finito il principio di legalità. Un decreto, un regolamento, una sanzione hanno forza soltanto se si fondano su una legge o un atto avente forza di legge”.



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