LETTURE/ Andreotti, mafia e Dc: istruzioni per inventare la storia

- Pierluigi Castagneto

La Dc è stato il partito che si era accordato con la mafia e il garante di questo patto è stato Andreotti. È l’esito dell’ultimo teorema di “Atlantide” (La7)

fiaccolata_strage_viadamelio_borsellino_lapresse_2017
Fiaccolata per la vita (LaPresse)

La Democrazia cristiana è stato il partito che si era accordato con la mafia e il garante di questo patto è stato Giulio Andreotti. L’interpretazione è diventata un mantra, anche se non ci sono prove e l’ultima versione di questo teorema l’ha fornita Andrea Purgatori nella trasmissione di inchiesta Atlantide, “Paolo Borsellino depistaggio di Stato” andata in onda alcuni giorni fa su La7. 

I perni di questo lungo documentario sono le interviste alla figlia di Paolo, Fiammetta Borsellino, al giudice Roberto Scarpinato, al giornalista Saverio Lodato, all’ex procuratore Antonio Ingroia e a Massimo Ciancimino.

Al centro della vicenda c’è il cosiddetto depistaggio Scarantino, il balordo reo confesso che a pochi mesi dall’attentato di via d’Amelio venne arrestato per aver messo la Fiat 126 rossa davanti al portone della madre del magistrato, ma che poi si sarebbe rivelata una montatura. Questa vicenda tuttavia avrebbe coperto un’operazione architettata dai servizi segreti, che vennero investiti a pieno dell’inchiesta dall’allora questore di Palermo Arnaldo La Barbera, per dimostrare l’efficienza dello Stato e per coprire quella che è stata definita la “trattativa Stato-mafia” e che non ha visto ancora la conclusione dell’iter processuale.

La tesi della trasmissione viene affidata nelle prime battute alle parole del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, che riportando le parole di Salvatore Cancemi, appartenente alla cupola mafiosa dell’epoca, afferma che Totò Riina nel decidere l’eliminazione di Borsellino (senza il consenso degli altri capi della commissione) dice “questo [Riina, ndr] è pazzo, ci vuole rovinare tutti” e precisa che a quel punto il mafioso si rende conto “che Riina doveva rispondere a qualcun altro e che la strage doveva essere eseguita per motivi che andavano al di là di Cosa nostra”.

L’accelerazione per l’eliminazione del magistrato sarebbero le rivelazioni che quest’ultimo avrebbe potuto fare alla procura di Caltanissetta e in particolare i riferimenti ai mandanti politici alla cosiddetta “trattativa”. In evidenza tutte le anomalie che effettivamente sono venute alla luce in questi anni, messe insieme con un logica apparentemente sorprendente, ma che non è basata su prove concrete. Per dimostrare il grande “depistaggio di Stato” si mettono in fila tutti gli enigmi relativi alla strage che uccise Falcone, con i veleni relativi alla mancata nomina alla guida della procura di Palermo, l’assenza di attenzione alla strada davanti alla casa della madre di Borsellino dove si verificherà l’esplosione del 19 luglio 1992.

Nell’elenco ovviamente anche la scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, per Purgatori il “simbolo della verità negata”, che doveva contenere i segreti del magistrato che però nessuno riesce a decifrare, neppure la figlia, perché il padre non parlava del proprio lavoro a casa, per riserbo e rispetto del segreto d’ufficio.

A questa serie di enigmi, nella lunga trasmissione de La7 poi si aggiungono le cosiddette attività di depistaggio di Arnaldo La Barbera, prima capo della squadra mobile e poi questore di Palermo, che tuttavia non può controreplicare,  perché deceduto. Gli enigmi diventano prove per Purgatori, tra cui anche la mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo il suo arresto da parte del capitano “Ultimo”. Come afferma il giornalista Saverio Lodato, il depistaggio avviene per accreditare una strage  che non era esclusivamente di mafia, “ma la si venderà come una strage di mafia”.

Da Fiammetta Borsellino viene poi accreditata la tesi che la procura di Caltanissetta a cui erano affidate le indagini per la morte del padre e per la scorta “era una procura di inesperti” e a Falcone, in merito al mancato attentato presso la sua casa al mare nel 1989, viene attribuita la presenza, mai dimostrata, di “menti raffinatissime” che muovevano le strategie mafiose. 

Insomma la strage di Capaci e via d’Amelio sarebbero state concepite per eliminare  i due magistrati che avevano scoperto il patto tra mafia e politica, quella connivenza essenziale che la mafia cerca da sempre di tenere in piedi per muoversi nell’ombra, coperta e protetta.  

Sin qui il programma, che ricostruisce con ampi flashback e ridondanti ripetizioni il contesto dei primi anni Novanta del Novecento a Palermo, in cui alle affermazioni perentorie segue la formulazione di un’ipotesi e ne emerge un intreccio dove verità e dubbio si confondono, con fatti allineati in modo disordinato, spesso sovrapponendosi.

Il gap interpretativo nasce però con la ricostruzione storica che afferma in modo quasi dogmatico come la mafia sia stato l’interlocutore principale degli  americani per vincere la guerra dopo lo sbarco del luglio 1943. In seguito la Democrazia cristiana avrebbe continuato a garantirsi  appoggi e clientele elettorali per scongiurare il separatismo prima e per fomentare l’anticomunismo dopo. Una ricostruzione frettolosa e approssimativa con i corleonesi Riina e Provenzano da una parte e Vito Ciancimino interfaccia politico dei due “capi dei capi” arrivati al vertice di Cosa nostra, dopo centinaia di morti ammazzati.

Nessun dato nuovo, ma schemi interpretativi ben conosciuti. Alla descrizione del cosiddetto “sacco di Palermo”, la costruzione dissennata di centinaia di palazzi senza alcun piano regolatore sotto il sindaco paramafioso Ciancimino, ecco apparire l’immagine di Giulio Andreotti che interviene in Parlamento. E prima che si spieghi il cosiddetto terzo livello che muove e si serve della mafia, Andrea Purgatori ha già dato la sua risposta, utilizzando un vecchio trucco conosciuto anche da neofiti della cinematografia: le immagini prima delle parole. E secondo Ciancimino figlio, la casa di suo padre era il centro di Palermo e della Sicilia. Il patto Dc-mafia prende campo e Purgatori pronuncia la sua sentenza, quando afferma che la mafia garantisce alla Dc i voti di cui ha bisogno per governare. Anzi la Dc governa il paese e in Sicilia con i suoi referenti mafiosi e “almeno sino alla fine degli anni 70 domina con i suoi referenti politici”. 

Il maxi-processo fu un grande successo con 2.965 anni di carcere e 19 ergastoli, ma secondo Purgatori “la mafia era furibonda e accusava la Dc di non avere potuto fare nulla per impedire le condanne” e così il partito che governa l’Italia per tutto il dopoguerra “cerca di depotenziare i magistrati del pool”. Anche qui l’ipotesi da dimostrare diventa prova, confondendo il sospetto con i fatti non accertati. Purgatori, oramai senza freni, non ha più le cautele dell’imparzialità e afferma che la sentenza definitiva in Cassazione del maxi-processo “è la sconfitta del potere democristiano” perché è ”finito il sistema di protezione” e l’ex magistrato Ingroia fa i nomi dei padrini politici indicandoli in Lima, Andreotti e Carnevale, quest’ultimo meno noto, presidente della prima sezione della Cassazione che in passato aveva annullato numerose sentenze di mafia. Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia,  parla di equilibrio andato in frantumi, un limite a cui la mafia non era mai arrivata. Rafforza  il concetto il figlio di Ciancimino, quando afferma che Buscetta dice a Falcone “Lei non ha neanche idea con chi si sta andando a scontrare, non parliamo di Riina, Provenzano…, lei si sta scontrando con chi a lei la paga, lo Stato”. 

Lo Stato, la Dc compromessa con la mafia: ecco i colpevoli e i mandanti delle stragi del 1992. Il “giudice” Purgatori ribadisce la sentenza. “Giulio Andreotti appare come il vero garante tra la politica e la mafia”. La prova è una dichiarazione di Brusca al cosiddetto processo Stato-mafia. Ma Purgatori omette di ricordare che tutti i pentiti, compreso Giovanni Brusca, colui che aveva commesso più di duecento omicidi e che aveva schiacciato il pulsante della stage di Capaci, non è stato creduto nel processo che la procura di Palermo intentò senza successo contro Andreotti, il quale per gli anni dopo il 1980 è stato completamente assolto. Una responsabilità che non esiste, ma un teorema da dimostrare. 

Ecco la motivazione della sentenza Purgatori: “le stragi non sono una semplice vendetta di Cosa nostra, Falcone viene eliminato perché ha compreso la portata del patto, Paolo Borsellino scopre l’esistenza di negoziati diretti tra lo Stato e la mafia e vi si oppone”. In altre parole Borsellino muore perché è a conoscenza della trattativa e il depistaggio viene motivato per insabbiare i referenti della stessa. Altro testimone chiave dell’inchiesta giornalistica è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, per anni al centro della cronaca giudiziaria e personaggio controverso per le sua dichiarazioni spesso contraddittorie a cui i magistrati hanno creduto, ma lo hanno anche inquisito e condannato. 

L’interpretazione storicamente semplicistica di Purgatori sulla fine della Democrazia cristiana nel 1993 è un racconto per ragazz. “La Dc è con le spalle al muro, tutti gli esponenti della vecchia guardia  sanno che i giorni del loro potere sono contati, Giulio Andreotti esce di scena punito per non aver garantito ai mafiosi il rispetto del patto e l’immunità, per non aver saputo proteggere i suoi alleati. Nel marzo 1995 viene rinviato a giudizio (…). Ma chi prenderà il suo posto?”.

Segue il nuovo colpo di teatro del giornalista, con l’artificio filmico già usato per Andreotti. Le immagini rispondono all’interrogativo con i filmati della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Indirettamente, ma volutamente, Purgatori indica nel fondatore di Forza Italia il nuovo referente di Cosa nostra nelle istituzioni repubblicane, tramite il suo stretto collaboratore Marcello dell’Utri. Se però dell’Utri è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, non è detto, anzi non è mai stato dimostrato che Berlusconi lo sia e le ipotesi di Purgatori rasentano la diffamazione. Se Andreotti non si può difendere, perché deceduto nel 2013, Berlusconi avrà il diritto di controreplicare al teorema de La7.

Un esempio di giornalismo di inchiesta da dimenticare, perché più che chiarire, confonde le acque, attribuisce responsabilità in modo arbitrario, rende gli indizi prove. Un’indagine più pacata, meno ideologica meno legata ai teoremi diviene ora necessaria. Ma chi la farà? Oggi la Dc non c’è più, Andreotti è deceduto, Berlusconi sembra al termine del suo percorso politico. Attualmente il campo libero lo hanno i soliti “professionisti dell’antimafia”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA