LETTURE/ Buzzati, è impossibile imprigionare il mistero

- Enzo Manes

Comincia domani il ciclo di incontri che il Centro Culturale di Milano dedica a Dino Buzzati. Il simbolo e il mistero abitano nelle cose, fino a “deformarle”

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Dino Buzzati (1906-1972) (Foto dal web)

Il 16 luglio 1947 a Milano faceva caldo, l’aria ferma, esausta. Chi poteva, quel giorno andò fuori porta almeno per un pranzo in debole frescura. L’inviato del Corriere Della Sera Dino Buzzati insieme al suo capo, Gaetano Afeltra, giornalista che sapeva dare sapore alle pagine che organizzava, la tavola la trovarono nelle campagne oltre Corsico. La sera, sul tardi, soddisfatti per il pranzo e un paio di gradi in mano passarono al Cova, storica insegna in pieno centro, per l’ultimo caffè.

Mentre Buzzati lo sorseggiava, Afeltra si attaccò alla cornetta per sapere dal giornale se c’erano novità. Quel rito lo ripeteva tutte le sere. Era mezzanotte quando il collega di turno, Michele Mottola, lo informò della tragedia di Albenga dove una motobarca con ottantadue piccoli ospiti di una colonia milanese era affondata poco distante da riva. Quarantatré bambini annegati insieme a tre maestre. Afeltra si disse non convinto di chi Mottola aveva mandato sul posto. Riattaccò, si avvicinò a Buzzati, gli riassunse in pochi secondi quanto dettogli al telefono della tragedia e gli disse che doveva partire per Alberga. Immediatamente. Buzzati provò appena a resistere, sapeva già…

Si lasciarono. Afeltra in direzione del Corriere perché bisognava prepararsi a un’edizione straordinaria, l’inviato speciale del quotidiano di via Solferino incontro al dolore misterioso, da raccontare. E lui sapeva raccontare senza perdersi. Quella volte scrisse uno dei suoi più commoventi articoli. Il pezzo attaccava così: “I quarantatré bambini dormono distesi, fianco a fianco, assolutamente inverosimili. È un basso largo padiglione con scritto sulla facciata ‘Croce Bianca Ambulatorio’. Fuori c’è l’allegra piazza di Albenga, con le palme, le panchine, i camion che passano inconsapevoli rombando. Appena si entra, viene meno il fiato. Ci si aspetta un spettacolo orrendo ed è invece una cosa incredibilmente gentile e per questo la morte è più atroce (…). Ma la morte non si riesce a vederla. Essa ha toccato; e poi, si direbbe, se ne è andata via lasciandoli intatti. Non ce n’è uno dei quarantatré che abbia l’impronta del patimento e del terrore… Ciò che è successo li ha trasformati in tanti fratellini (…)”.

L’incontro con il Buzzati (1906-1972) grande giornalista, così come con lo scrittore “fuori registro” rispetto al tran tran dell’industria culturale e il poeta sconosciuto ai più, diventa un ciclo di appuntamenti proposti dal Centro Culturale di Milano. Il titolo incuriosisce e invita: “Scusi da che parte per Piazza del Duomo? Dino Buzzati nella città contemporanea”.

Da un suggerimento dello scrittore Luca Doninelli subito accolto e rilanciato dal direttore del CMC Camillo Fornasieri, ecco un viaggio con un autore poliedrico, attento ai segnali che partorisce e comunica la vita ordinaria, di penna raffinata e cuore aperto in perenne subbuglio, a cura del giornalista delle pagine culturali di Avvenire Alessandro Zaccuri, anche lui scrittore.

Cosa accadrà? Prima di tutto si legge Buzzati, e la pagina viene affidata ad attori professionisti, poi, Zaccuri dialoga con l’ospite. Nella certezza che quelle parole prendono ancora vita, dicono al presente, aprono questioni. Interrogano la nostra quotidianità e il senso del nostro abitare. La città certo, ma non solo quella. Tocca alla scrittrice Antonia Arslan (le sue tracce di armenità sono divenuti romanzi di fama mondiale, come La Masseria delle Allodole e La Strada di Smirne) l’avvio di questa avventura martedì 14 gennaio 2020 alle 18.30 nell’Auditorium del CMC in Largo Corsia dei Servi, 4, lei che è fresca di stampa del libro Dino Buzzati Bricoleur & cronista visionario (Ares, 2019). La conversazione ha per titolo “Uno scrittore tra inferno e paradiso. Antonia Arslan racconta Nuovi strani amici” (la lettura teatrale è di Giorgio Bonino).

Arslan ritiene Buzzati uno scrittore fra i più significativi del Novecento – che vinse lo Strega nel 1958 con l’opera Sessanta Racconti – e nella prefazione del libro scrive che “Buzzati è stato uno degli scrittori che mi ha più sottilmente influenzato, soprattutto nella tecnica narrativa e nell’ansia di raccontare con felicità, cercando sempre di coinvolgere il lettore, l’alter ego di chiunque non scrive soltanto per sé stesso”.

Buzzati aveva profondo rispetto per il lettore e in questo, credo, abbia influito non poco il suo mestiere di giornalista di cronaca (anche di “nera”). Come non si accompagnava volentieri con le élite culturali. E non apprezzava la critica che in ogni modo provava a dimostrare quanto dovesse a questo piuttosto che a quello scrittore o, addirittura, a quella scuola. Ci hanno provato a ridurlo a un piccolo Kafka ma il tentativo ha fatto discutere solo le stracche cerchie ristrette. I suoi numerosi e appassionati lettori – anche a scuola è un autore di una certa popolarità (Il Deserto dei Tartari, di norma, è il battesimo) – magari hanno preferito e continuano a preferire l’incursione nella sua visione del mondo in tutti i campi dell’esperienza; un lasciarsi andare e provocare dall’incedere di storie – e si parla di novelle, racconti e romanzi – ricche di fantasia, tensione, anche vicende paradossali. Situazioni e garbugli complessi da sciogliere, forse perché la vita ha rimandi di mistero impossibili da imprigionare secondo logica consueta e rassicurante.

Gli appuntamenti sono destinati a confermare l’imprevedibilità di Buzzati, il suo cammino di uomo vivo pur in quel modo asciutto di porsi, nel mai enfatizzare o specchiarsi civettuolo. Lui che veniva dalle belle montagne del bellunese ha vissuto e raccontato molto della città, di Milano. Realista senza inclinare al realismo. Un bel metodo – da studente osservatore in servizio permanete effettivo –  per un giornalista, scrittore, poeta, pittore. Che ha saputo misurarsi con la realtà senza addomesticarla né contraddirla. Il quotidiano per lui ha significato coglierlo e trasfigurarlo in una dimensione di essenzialità che rimanda al simbolo, al mistero, al non detto. Esperienza che appartiene a ciascuno di noi. Nel testo che invita a partecipare agli incontri si legge infatti che “uno sguardo così acuto e così libero non poteva fare a meno di aprirsi agli interrogativi della ricerca spirituale, che Buzzati ha praticato in forma tanto personale quanto innegabile”. E ancora: “La preghiera al ‘Dio che non esiste’ è il tratto distintivo della sua interiorità, nella quale il riconoscimento del male da cui il mondo è insidiato non è mai disgiunta da un tenace e paradossale inseguimento della speranza”.

Va detto che all’inizio di ogni incontro saranno lette alcune poesie dedicate a Milano dalla raccolta Scusi, da che parte per Piazza del Duomo?, pubblicata da Dino Buzzati nel 1965. Nel corso di questi mesi – gli appuntamenti avranno per lo più cadenza quindicinale e si concluderanno all’interno della terza edizione di Andiamo al Largo, il Festival di Cultura e Incontro proposto dal CMC – ci aiuteranno a conoscere e/o ri-conoscere Buzzati, tra gli altri, giornalisti come Ferruccio de Bortoli, Lucia Bellaspiga, Zita Dazzi, Lorenzo Viganò, Nanni Delbecchi, il critico d’arte Giuseppe Frangi, don Paolo Alliata e gli scrittori Gianni Biondillo e Luca Doninelli.

Il programma completo del ciclo lo si trova sul sito del Centro Culturale di Milano. La partecipazione all’iniziativa consente di usufruire di crediti formativi per insegnanti di tutti gli ordini di scuole.   

         

            

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