LETTURE/ Chiesa e Stato nei primi secoli: Dio non è nemico del potere

- Giulia Regoliosi

Andrebbe sempre riletto il classico di Hugo Rahner del 1961 per capire come i cristiani hanno concepito il rapporto con il potere terreno all’inizio della loro storia

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L'imperatore Giustiniano (482-565), Basilica di San Vitale a Ravenna

Cinquant’anni fa usciva per i tipi di Jaca Book l’edizione italiana  dell’opera di Hugo Rahner Chiesa e struttura politica nel Cristianesimo primitivo. L’opera analizza i rapporti fra i cristiani e l’impero romano nei primi otto secoli, dall’età dei martiri alla separazione fra Roma e Bisanzio; le introduzioni ai capitoli sono dense di citazioni e note di riferimento e ogni capitolo si completa con un’ampia raccolta di testi tradotti dagli originali greci e latini per l’edizione italiana. Un’opera quindi che rimane utilissima ancora oggi, soprattutto per  il materiale che fornisce e che può essere utilizzato anche in modo indipendente. Vorremmo prendere in considerazione in particolare il primo capitolo, che studia la posizione dei cristiani verso lo Stato nel periodo delle persecuzioni.

Il testo più antico riportato è la Lettera ai Corinti di Papa Clemente, dell’anno 96, quando era ancora imperatore Domiziano che si proclamava Signore e Dio e a Patmo san Giovanni aveva visioni di uno Stato sanguinario. Il Papa inserisce nella lettera quella che è evidentemente una preghiera liturgica recitata nelle comunità: “Rendici ubbidienti al Tuo nome onnipotente ed eccellentissimo e a coloro che ci governano e ci guidano sulla terra. Tu, Signore, hai concesso loro il privilegio del governo… Tu, Signore, dirigi il loro volere secondo il bene e ciò che è gradito di fronte a te, così che, reggendo con pietà, in pace e mansuetudine il potere che Tu hai loro concesso, ti trovino propizio”.

L’idea che prevale nei secoli successivi resta la concezione del potere imperiale come concesso da Dio, nonostante l’oppressione spesso molto pesante; ma è netta la distinzione fra Dio e il potere umano da Lui concesso. Per la prima volta nell’anno 150 troviamo citata nell’apologia di Giustino la frase evangelica che sarà il Leitmotiv di tanti altri testi: “Date dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Giustino commenta: “Perciò noi adoriamo solo Dio, ma per il resto vi serviamo con gioia, riconoscendovi imperatore e autorità sugli uomini, e preghiamo perché si trovi in voi, oltre alla potenza regale, anche un saggio discernimento”.

Così Tertulliano nell’Apologetico, di fronte all’accusa di empietà verso gli imperatori: “Essi sanno chi ha dato loro l’impero; sanno, in quanto uomini, chi ha dato loro anche l’anima… Essi pensano quale sia il limite di forza del loro comando, e così riconoscono Dio; non possono avere potere contro di Lui, ma sanno di aver potere per Lui”. Prosegue l’apologeta, affermando la superiorità dei cristiani rispetto ai pagani nell’onorare l’imperatore: “È più imperatore per noi, perché è stato costituito come tale dal nostro Dio”.

Altre frasi neotestamentarie sono spesso oggetto di riflessione su questo tema. Origene nel Commento della Lettera ai Romani prende in esame la posizione di san Paolo, in particolare distinguendo fra poteri persecutori e quell’autorità terrena che, dice l’apostolo, “è ministro di Dio per il bene”. Compito dello Stato è quello di intervenire a sostegno della legge naturale, voluta da Dio ma affidata al potere terreno: “Il giudice del mondo compie la parte più grande della legge divina. Tutti i delitti che Dio vuole puniti non li fa punire dai prìncipi e capi della Chiesa, bensì dal giudice del mondo; e Paolo, sapendo questo, giustamente lo chiama ministro di Dio e castigatore di colui che compie il male”. È pur vero però che i ministri della Chiesa sono superiori ai funzionari laici: “troverai fra i consiglieri della Chiesa più d’uno che meriti veramente di dirigere una città di Dio”, dice ancora Origene nella sua opera contro il pagano Celso, con un’espressione che anticipa di due secoli sant’Agostino.

È chiara la consapevolezza che la preghiera dei cristiani salvi tutti. L’apologeta Aristide di Atene scrive all’imperatore Adriano a metà del II secolo: “Non nutro nessun dubbio che solo la preghiera supplichevole dei cristiani tenga in vita il mondo”. Così Tertulliano: “Noi preghiamo per gli imperatori, per i ministri e i funzionari imperiali, per la conservazione del mondo, per la pace fra le nazioni, perché ritardi la fine del mondo”.

Un’altra consapevolezza è quella del rapporto fra il fiorire dell’impero e la diffusione del cristianesimo. È una rapporto doppio. Scrive Origene nella sua opera contro Celso: “Dio preparava i popoli al suo insegnamento e faceva sì che tutti fossero uniti sotto il dominio di un unico imperatore romano”. E all’inverso scrive Melitone di Sardi nell’apologia rivolta a Marco Aurelio: “La nostra religione ha cominciato a maturare  durante il glorioso dominio del vostro predecessore Augusto, fiorendo in mezzo ai vostri popoli, e ha portato felicità e successo a tutti i vostri domìni”.

Quando nel 311 Galerio, poco prima di morire, rigetta l’ordine di persecuzione dei cristiani, riconoscendo a malincuore che non possono essere eliminati, chiede loro: “Perciò, per questa nostra mitezza e tolleranza, i cristiani avranno il dovere di pregare Dio per la nostra salute, per la salute dello Stato e loro personale, affinché la comunità dello Stato rimanga essente da qualsiasi disgrazia ed essi possano continuare a vivere senza timore nelle loro sedi”.

La patetica richiesta del persecutore morente non fa che riconoscere il costante atteggiamento dei cristiani verso uno Stato che li considerava nemici.

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