LETTURE/ Da Aristotele a Seneca, la grandezza d’animo chiede una risposta

- Giulia Regoliosi

Nel nostro animo, si accorsero gli antichi, c’è una qualità che si accorda all’infinito, a ciò che supera tutte le nostre forze

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Raffaello Sanzio, Scuola di Atene (1509-11), particolare

“Tutti gli uomini per natura aspirano a conoscere. Segno di questo è l’amore per le sensazioni, soprattutto attraverso gli occhi”. L’inizio della Metafisica di Aristotele contiene una sorta di gioco di parole: conoscere è espresso con la stessa radice verbale di vedere ed è quindi già chiaro che l’aspirazione a conoscere è rivelata in particolare dall’amore per la vista, e si realizza tramite essa. Se poi dall’anelito alla conoscenza si passa al philosophein, all’amore per la sapienza, non si tratta  più solo di un vedere o di un fruire della realtà attraverso i sensi, ma di una contemplazione meravigliata e ammirata: “A causa dello stupore gli uomini sia ora sia in passato cominciarono a philosophein”, a filosofare.

Che cosa  c’è in noi che permette il sorgere di questo stupore? Uno scrittore anonimo dell’età imperiale, autore dell’opera Sul sublime, così si esprime: “La natura non giudicò l’uomo un animale meschino e ignobile ma, introducendolo nella vita e nel mondo come ad una festa solenne, destinandolo ad essere spettatore di tutte le sue bellezze e competitore zelantissimo, subito pose nella sua anima un invincibile amore per tutto ciò che è grande e per così dire più divino di lui. Perciò nello slancio dell’umana contemplazione e riflessione non basta neppure il mondo intero, anzi i nostri pensieri sorpassano spesso i limiti dell’universo, e se si considera nell’insieme la nostra vita, la prevalenza che ha in ogni cosa ciò che è eccellente, grande, bello, si capisce subito per che cosa siamo nati”.

Come si è visto, per l’autore lo stupore travalica i limiti del vedere, diviene riflessione su ciò che c’è al di là del visibile. Però c’è nella natura visibile qualcosa che suscita più di altre il senso della grandezza, dell’elevatezza (l’originario termine greco del titolo è appunto hypsos, elevatezza): “Perciò quasi per un’istintiva tendenza ammiriamo non i piccoli corsi d’acqua, benché limpidi e utili, ma il Nilo e l’Istro o il Reno e molto più ancora l’Oceano; e al fuocherello da noi acceso quaggiù, per il fatto che mantiene acceso il suo splendore, non guardiamo con maggior ammirazione che ai fuochi celesti, che pur spesso si offuscano”.

Anche il vero artista ha in sé questa elevatezza: “Il sublime è la risonanza di un animo grande”. Si tratta di una qualità innata, ma pure, dice l’autore, “bisogna educare le anime alla grandezza e, senza posa, renderle pregne di nobili sentimenti … Non è possibile che uomini per tutta la vita occupati in pensieri e cure meschini o servili esprimano qualcosa di mirabile e degno di immortalità. Grandi sono, come è naturale, le parole di coloro di cui siano profondi i pensieri”.

Alcuni secoli prima Platone aveva attribuito la grandezza dell’artista ad una “divina follia”: l’artista opera per un’ispirazione divina che ha le caratteristiche dell’enthusiasmòs, termine  che potremmo rendere con “indiamento”, possesso divino. Dal Dio all’artista, all’interprete, al pubblico, la bellezza dell’opera artistica si comunica come in una catena i cui anelli sono legati da una sorta di magnetismo incantato.

Il filosofo latino Seneca così esplicita la sua idea di sublime, identificandolo anzitutto in luoghi dalla misteriosa e straordinaria bellezza: “Se ti capiterà un bosco fitto di alberi antichi e più alti dell’usuale, che allontanano la vista del cielo per la densità dei rami intrecciati fra loro, quell’elevatezza e quella misteriosità, e lo stupore di un’ombra tanto fitta e continua all’aperto, ti comunicheranno la credenza nel divino. Se una grotta interromperà un monte con le sue rocce profondamente erose, non fatta da mani ma scavata da cause naturali in tanta ampiezza, colpirà il tuo animo con un’idea di sacralità”.

Ma lo stesso stupore e la stessa percezione di un rapporto col Dio il filosofo lo prova anche in presenza di un uomo “non spaventato dai pericoli, non toccato dai piaceri, felice nelle avversità, tranquillo nelle tempeste”; un uomo simile richiama a Dio, perché senza non potrebbe sussistere: “Una forza divina scende in lui; l’anima eccellente, moderata, che passa attraverso tutte le cose come meno importanti, che sorride di tutto ciò di cui noi abbiamo paura o brama, è mossa da una potenza celeste. Non può una cosa così grande reggersi senza sostegno di un Dio; perciò con la parte più grande di sé è là da dove discende. Come i raggi del sole toccano la terra ma sono là da dove vengono inviati, così l’anima grande e santa è mandata perché conosciamo più da vicino il divino, sta in mezzo a noi, ma aderisce alla sua origine: da là dipende, là volge lo sguardo e verso là tende, abita con noi ma come uno migliore di noi”.

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