LETTURE/ Da MacIntyre a Zagzebski: ecco come una comunità (vera) ci cambia in meglio

- Angelo Campodonico

Gli esempi virtuosi sono importanti per maturare come uomini. Alcuni filosofi come Zagzebski hanno rilanciato una tradizione che risale ad Aristotele

chiesa piazza sanpietro 3 lapresse1280 640x300 La basilica di San Pietro (LaPresse)

Oggi si parla spesso, dopo molto tempo in cui il tema era stato ampiamente ignorato in ambito filosofico e culturale, di esemplarismo. Nonostante le nostre pretese di autonomia, gli esempi e gli esemplari virtuosi sono importanti nella vita per maturare come uomini. Da essi si può imparare ad essere più umani, più capaci di vivere le diverse situazioni. Anche quando non ne siamo consapevoli, di fatto, seguiamo degli esemplari.

Questa ripresa del tema si deve a filosofe come Linda Zagzebski che ha avuto il merito di riproporre in maniera originale temi classici presenti, per esempio, già in Aristotele e dimenticati o trascurati negli ultimi secoli. Si consideri, in particolare, il suo volume Exemplarist Moral Theory (Oxford University Press 2017). Ma oggi, oltre che del ruolo degli esemplari, si parla pure molto di una rinnovata esigenza di comunità. A parte il fatto che di certe forme di comunità (famiglia, associazioni, team di lavoro) non si può mai fare a meno. Si vedano, per esempio, non solo i volumi di un noto filosofo morale come Alasdair MacIntyre a partire da Dopo la virtù, ma anche di economisti come quello di Noreena Herz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni (Il Saggiatore 2021).

Quello che vale la pena ripensare (e di cui invece per lo più non si parla) è se e come esemplare e comunità stiano o possano stare insieme. In altri termini: si può fare a meno, senza rimetterci umanamente, dell’esempio di comunità vive? Non solo, quindi, di singole persone isolate che affascinano, ma di comunità che, in quanto tali, siano esempio per noi o, se vogliamo, anche di singoli, ma che risaltano proprio all’interno e in forza della partecipazione alla vita di una comunità.

Per autori classici come Aristotele è evidente che l’orizzonte della vita morale è la vita della polis. Tradizionalmente la famiglia, massime in certi particolari casi, è stata spesso una forma di comunità esemplare.

Possiamo pensare al rapporto complementare o polare fra padre e madre, ma anche alla famiglia allargata che educa nel suo insieme (si consideri il ruolo di mediazione svolto da figure come gli zii o i nonni). Ma anche certe comunità di ricerca e di lavoro lo sono. Nelle comunità di ricerca le diverse sensibilità, unificate e affiatate da interessi comuni, contribuiscono ad arricchire le prospettive sull’oggetto della ricerca e a lasciare un’impronta indelebile nei partecipanti. Ovviamente un esempio paradigmatico è quello della comunità religiosa e cristiana in particolare. San Paolo ne accenna quando fa riferimento alla similitudine delle funzioni delle diverse parti del corpo umano per indicare la complementarità fra i diversi carismi nella comunità. Pure classici come Agostino e Tommaso d’Aquino ammettono apertamente il ruolo educativo della comunità cristiana. Agostino afferma nelle Confessioni (I, 2) a proposito della Chiesa milanese grazie a cui si era convertito: “videbam enim plenam ecclesiam et alius sic ibat, alius autem sic” (vedevo una Chiesa piena e uno camminava in un modo, uno in un altro). L’Aquinate poi valorizza il ruolo educativo della comunità nelle questioni sulla legge della Secunda pars della Somma teologica dopo aver trattato delle virtù e come via a queste. Certo perché vi sia esemplarità da parte di una comunità occorre che questa sia effettivamente tale, quindi che vi sia un motivo forte di unione fra le varie componenti, ma anche una libertà nell’adesione. Più questi caratteri sono accentuati, maggiore e duraturo ne è l’influsso.

Ma quali possono essere i pregi di un esemplarismo delle comunità rispetto a quello dei meri singoli considerati isolatamente? In primo luogo in un contesto comunitario gli individui più ordinari o meno dotati di carisma da un lato fanno meglio risaltare lo straordinario o l’eccezionale, dall’altro lo contestualizzano e talora in parte lo ridimensionano nella misura in cui possa essere eccessivo e unilaterale. La comunità fatta anche di persone “ordinarie” aiuta a declinare e ad assimilare in forme diverse la testimonianza e l’insegnamento dell’esemplare. Questo può avvenire anche nella coppia dove spesso l’uno valorizza e ridimensiona ironicamente l’altro.

In secondo luogo l’esemplarità, in quanto tale, della comunità cui si appartiene ha luogo quando si valorizzano singoli tratti esemplari distribuiti nello spazio e nel tempo, tratti che si rafforzano, armonizzano e contemperano fra loro agli occhi di chi è attento all’esperienza ed opera in sé stesso una sintesi. Così un particolare gesto comunitario come una liturgia religiosa o “laica”, variamente ripetuto nel tempo, può influenzare radicalmente la vita delle persone. L’impressione che resta viva nella memoria può anche essere confusa, in quanto non sempre si riesce a discernere l’influsso preciso dei caratteri e dei gesti nella loro singolarità, ma non per questo l’influsso della comunità in quanto tale è meno reale ed efficace. Certo si può imparare da comunità nella misura in cui queste sono umanamente vive, ovvero sono capaci di generare esemplari e di essere esse stesse esemplari. E questo non è affatto scontato.

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