LETTURE/ Da Manzoni a D’Arzo, quel pensiero della morte che ci aiuta a vivere

- Gianfranco Lauretano

Nel suo ultimo libro di poesia “Nel profumo delle catacombe” Gian Ruggero Manzoni aiuta il lettore a riscoprire la vita attraverso la morte

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Le catacombe di San Gaudioso a Napoli (Foto catacombedinapoli.it)

A inizio estate, sull’orlo delle vacanze e delle villeggiature, mi è piovuto nella buchetta delle lettere un libro sulla morte; bel contrasto. È un piccolo libro di poesia di un piccolo editore, si intitola Nel profumo delle catacombe (L’arcolaio, 2019), ma di un autore grande e autentico, che non ha mai ceduto un millimetro ai luoghi comuni e ai mantra culturali contemporanei del politically correct.

Gian Ruggero Manzoni è poeta, narratore, artista: nato nel 1957, ha vissuto da protagonista la storia artistica e letteraria degli ultimi quarant’anni, lavorando con Omar Galliani e Mimmo Paladino, con Andrea Pazienza e John De Leo, è stato compagno di studi di Pier Vittorio Tondelli e ha conosciuto Giovanni Testori e Anselm Kiefer. Nel 1984 ha addirittura organizzato una Biennale di Venezia col poeta romano Valerio Magrelli, ha fondato varie riviste e scritto libri assoluti e coraggiosi. Se non è tanto conosciuto alle masse è perché non ha mai accettato di entrare nel baraccone mediatico e pseudoculturale che ha al suo soldo anche diversi scrittori, quasi sempre i mediocri.

Con queste poesie, come dice lui stesso, affronta “il tema dello sparire, dello sprofondarsi in una realtà sotterranea al fine di raccogliersi, a livello cenacolare, attorno a una fede, a una immagine condivisa, a un reliquiario, a una sacralità riacquistata o, meglio, riconquistata”.

Nel libro entriamo con lui nelle mille catacombe d’Italia e del mondo, e apprendiamo che sotto la terra della nostra identità e del nostro volto esistono cunicoli misteriosi, passaggi pieni di dolore, di eroismo, di santità. Le catacombe, come sappiamo, sono state anche e soprattutto dei cimiteri, forse sarebbe meglio usare il sinonimo: dei camposanti. Lì, tra i corpi dei martiri e dei fratelli adagiati nei loculi in semplice attesa della resurrezione che si riteneva prossima, i vivi anche si radunavano lontani dagli occhi dei persecutori, lì avveniva la liturgia e il sacrificio eucaristico.

Condotto dalle poesie di Gian Ruggero Manzoni ho pensato che non sappiamo più stare dinnanzi alla morte. Il poeta invece ci sta. Descrive per noi quell’abisso in cui stanno fratelli che ci hanno preceduto, traduce le preghiere assolute che ci trova (“A Classe di Ravenna […] troneggia/ un epitaffio altero: Non pregare quando necessita,/ prega solo, quando non c’è richiesta/ e il cielo, non se l’attende”), incontra le anime di chi ritorna per trovare qualcosa di sé, un teschio o un nipote, che poi è il poeta stesso.

La parola chiave con cui ci introduce a questo mondo strano che sta nel grembo della storia è “sacrificio”. Ad esso Manzoni collega la possibilità del bello, come dice in un’intervista: “…visto che il buono dimora nel sacrificio, ma, appunto del sacrificio, tuo o di un altro, interessa ben poco alla gente, così che, seguendo la nostra tradizione, anche il povero Gesù si ritrova a fare addobbo entro le chiese, infatti più nessuno si prende la briga di deporlo dalla croce, lavarlo, ungerlo, avvolgerlo nel sudario e dargli degna sepoltura”.

Ecco il grimaldello, il suggerimento del poeta per poter stare di fronte alla morte: come i martiri delle catacombe, morendo, hanno “fatto diventare sacro” (sacer facere, rendere sacro) il mondo, rinnovando la decadenza che, come per l’impero romano, Manzoni vede in atto nella superficie della nostra epoca, così stare di fronte alla morte vuol dire stare di fronte alla vita. Per che cosa vale la pena vivere? Lo si capisce dal che cosa vale la pena morire.

Per pura coincidenza le mie due letture di questi giorni offrono un aggancio straordinario al tema. La prima è Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il genio scrittore di Moby Dick. Nella New York dell’Ottocento che si prepara a essere la ricca capitale commerciale ed economica del mondo, un avvocato importante e facoltoso assume uno scrivano, Bartleby. Dopo un inizio promettente, Bartleby a poco a poco si deprime e si lascia andare: non esce più dall’ufficio poi, pur essendo bravo, rifiuta persino di scrivere. Alle offerte dell’avvocato risponde sempre “preferirei di no”, finché spostato in un istituto, vi muore spegnendosi.

Tra le varie chiavi di lettura possibili, certamente c’è quella che per Bartleby nulla di ciò che la nuova società americana gli offre – l’etica del lavoro, il denaro, la sistemazione, la casa – è un motivo sufficiente per vivere. Nulla vale il sacrificio.

La seconda lettura è Casa d’altri, un romanzo breve di Silvio D’Arzo; questo autore emiliano del secondo Novecento italiano non è molto conosciuto, ma è un vero classico, che gli esperti riconoscono come tale; scriveva come Cesare Pavese, di cui è più o meno coevo, in una lingua ricca e intensa, una capacità narrativa straordinaria.

Questo libro narra di un paesino di montagna, nel primo anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, dove vive un vecchio prete. Gli abitanti sono pochi: gli uomini, tutti pastori, stanno per lunghi periodi negli alti pascoli; in paese rimangono le vecchie e qualche sparuto bambino. Alla porta del prete, che ormai, depresso e rassegnato a un servizio di routine come dispensatore di sacramenti e qualche lezione di catechismo, attende solo la pensione senza più ricordare il senso della sua vocazione, si presenta un giorno una vecchietta, che vorrebbe fargli una domanda. La donna fa il lavoro duro della lavandaia per i panni altrui, che lava sui sassi del fiume tutti i giorni, vive sola in una vecchia casa e basta. Tutto il libro gira intorno alla domanda che la vecchia lì per lì non ha il coraggio di fare, ma riaccende in qualche modo il sacerdote, che la cerca più volte, finché scopre che la vecchia voleva chiedergli se era possibile che Dio le permettesse di morire “prima del tempo”. Il prete non sa che dire e così più o meno si conclude il romanzo.

Allora, persino in questo periodo di vacanze e di riposo, benedetto il poeta che, come Gian Ruggero Manzoni, ci parla della morte, parlandoci implicitamente di ciò per cui val la pena vivere. La forza di una società credo si misuri dalla capacità di stare di fronte a tutto e da quella di avere pensieri e parole persino per le realtà più dure, come quelle del sacrificio e della morte.

Al contrario, le società in crisi e in via d’estinzione, come ci sta descrivendo persino l’Istat, i cui dati abbiamo sentito in questi giorni, non sanno più che dire della vita, della morte, dell’amore e del tempo. Edulcorano la faccenda e fanno in modo che passi.

Gian Ruggero Manzoni ha la pazienza della grande letteratura; come dice Hölderlin nella poesia “Patmos”, sa che esiste il tempo in cui l’essere autentico dell’uomo si nasconde e che quello è il tempo della seminagione. D’altronde, in un’intervista a Davide Brullo, altro poeta assoluto di cui bisognerà informarsi, che gli chiede cosa sta leggendo, Manzoni risponde: “Cosa leggo? Sul comodino ho sempre il Libro di Giobbe, così da ricordare che non bisogna mai perdere la fede e, come diceva mio padre, bisogna sempre credere nella Provvidenza e nella divina Misericordia”.

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