LETTURE/ Dante, ecco com’è fatto il Paradiso

- Luigi Pretto

Dopo sei secoli la struttura del Paradiso dantesco, fra geometria e e teologia, appassiona ancora: Luigi Pretto si confronta con le tesi cosmologiche di Marco Bersanelli

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Nebulosa Laguna o NGC 6523 (Pixabay)

Da qualche tempo compaiono, con diversa firma ma con uguale presunzione di verità, delle nuove “letture” del cosmo come immaginato da Dante e trasferito da lui nella Commedia. Che tali ipotesi vengano alla luce dopo sei secoli dalla pubblicazione del poema può destare meraviglia, ma non costituisce motivo sufficiente per negare ad esse il diritto ad essere esaminate ed eventualmente ritenute valide. Per quanto mi riguarda, ho suggerito da tempo un’interpretazione della struttura del Paradiso, “nuova” ma assolutamente rispettosa del testo dantesco. Certamente non ho fatto nulla di scorretto. E probabilmente ho arricchito la conoscenza della terza cantica anche se, fino ad ora, non mi risulta che la mia proposta sia stata utilizzata da qualche studioso. Non ha alcun senso escludere a priori nuove possibili luci accese su un poema che è un abisso di cultura, di invenzione e di genialità.

Del tutto diverso si fa il discorso, quando le idee avanzate stridono con il testo dantesco e non vi trovano luogo in maniera convincente. Questo è appunto il caso di alcune recenti interpretazioni della dantesca configurazione del cosmo. In questo intervento mi limiterò a esaminare le “novità” come sono proposte e sostenute dal professor Marco Bersanelli nel suo non più recentissimo (2016) Il grande spettacolo del cielo. A proposito del lavoro di Bersanelli, docente di astronomia e astrofisica nell’Università degli Studi di Milano, dirò che abbiamo a che fare con una vera e propria storia della scoperta del cielo presentata in maniera efficace, e  di scorrevole e gradevole lettura. Si tratta davvero di un ottimo studio, per quanto può valere il mio giudizio. Uno studio che avrebbe ben meritato un’adeguata presentazione su N.M. se qualcosa non mi avesse trattenuto.

Quello che mi ha per il momento fermato è stato l’impatto con l’ipotesi che ad un certo momento del suo studio (pp. 89-96) il professore fornisce dell’universo, quale sarebbe stato pensato dal Poeta. Quelle pagine mi hanno fermato, non perché il lavoro perda i suoi pregi a causa di una proposta inattesa, ma perché mi sono sentito sfidato su un terreno che mi interessa e mi coinvolge particolarmente. Vengo allora al testo del professore e alle proposte da lui avanzate.

Il punto di partenza è il suo giudizio negativo sulla rappresentazione (lo schema) del Paradiso di Dante, come è fornito talvolta dagli studiosi e rappresentato schematicamente dai commentari. Egli scrive giustamente: “Come può un Dante, campione della bellezza e della simmetria, presentarci sul più bello un’architettura cosmica così confusa?” (p. 89). Devo riconoscere, e ricordo di avergli inoltrato in questo senso una prima email, che Bersanelli ha assolutamente ragione. Lo schema di cui stiamo parlando è noto. Al di sopra della grande sfera che disegna la terra circondata dai nove cieli più l’Empireo, appare un tracciato imprecisabile definito “Candida Rosa” e ancora più sopra, staccato dal resto, un ovale formato da nove cerchi (che si devono immaginare concentrici), intorno a un punto luminoso che è “Dio”. Qualcosa di improponibile certamente ma, come feci pure presente a Bersanelli, mille miglia lontano da uno schema del Paradiso dantesco.

Il punto è che, per confutare uno schema assolutamente arbitrario e che nulla ha a che vedere con la terza cantica, il professore introduce una discutibile interpretazione del cosmo, nella quale addirittura Dante anticiperebbe di sei secoli la teoria einsteiniana della relatività generale (1917). Tuttavia, se la tesi proposta dal professore milanese non si spingesse oltre questo limite, potremmo perfino accogliere l’improbabile “scoperta” (direi piuttosto la “trovata”) di uno studioso svizzero, ricercatore nel campo delle geometrie non-euclidee, a cui solo sembra appoggiarsi la tesi di Bersanelli (p. 95). Ma ciò che su quella base l’autore propone nel suo lavoro va ben oltre tutto questo. E il proposto contrasta radicalmente: 1. con una conoscenza accettabile della struttura della terza cantica, 2. con la visione definitiva degli angeli nella loro funzione, quale appare nell’Empireo, 3. con la semplice lettura degli ultimi quattro canti del poema. E con un insieme di elementi solo apparentemente secondari, che qualunque modesto lettore del testo dantesco può cogliere.

Scopo di questo mio lavoro è soltanto quello di illustrare e confutare affermazioni tanto perentorie, nella speranza non tanto di far prevalere una tesi su un’altra, ma di evidenziare, soprattutto per chi non avesse famigliarità con il testo dantesco, quanto siano facili gli abbagli, anche per persone colte e libere da qualsiasi interesse personale.

La struttura del Paradiso è interpretata in modi diversi dai commentatori, quando pure si peritano di prendere posizione nel merito, cosa che peraltro fanno raramente. Ma al di là delle diverse interpretazioni, alla base di quella struttura c’è comunque qualcosa su cui non è possibile dissentire tanto è esplicito ciò che il poeta dichiara nel quarto canto della cantica. È Beatrice a prendere la parola. Nuova guida del poeta, la bella donna affronta i quesiti che turbano il pellegrino dopo il primo incontro con i Beati del Cielo della Luna. Anzitutto ella nega risolutamente che la loro apparizione nei vari cieli confermi l’opinione platonica del “ritorno delle anime alle stelle”. Rimossa questa errata e pericolosa opinione, ella spiega a Dante come le anime che egli incontrerà nella sua ascesa attraverso i vari cieli, non trovino qui il “luogo” loro destinato dal giudizio di Dio (Par. 4,28-38). Qui esse sono soltanto venute incontro al pellegrino perché, avvicinandole e riconoscendole, per quanto avvolte nella luce, egli possa rendersi conto della peculiare santità dei singoli beati, nonché dei meriti da essi accumulati sulla terra. Dopo questo incontro, essi torneranno tutti nel loro cielo: l’Empireo. Là il poeta potrà contemplarli con le loro fattezze definitive: quelle che rivestiranno un giorno, dopo il finale Giudizio. Si tratta di un punto essenziale della visione del poeta e di un ostacolo insuperabile per la tesi di Bersanelli. Naturalmente il professore obietterà che quanto si afferma nel canto IV non si applica alla visione degli angeli nei canti XXVIII e XXIX. Ma l’obiezione non regge, perché nel Cielo delle stelle fisse come nel Cristallino, si verifica esattamente ciò che si è verificato nei cieli precedenti: vi appaiono cioè delle forme, delle figure, delle icone destinate a sparire subito dopo. È quello che proveremo. Ma torniamo un momento indietro.

Non vorrei esagerare proponendo come assoluto il mio punto di vista, ma mi sembra un fatto incontestabile che la scansione dantesca dei nove cieli è la seguente. Nei primi tre cieli, al di qua del cono d’ombra proiettato dalla terra verso il cielo – vera porta del Paradiso, collocata appunto nel canto IX (cfr. Par. 9,118-119)  come le “porte” parallele delle altre due cantiche – le anime beate ancora conservano una lieve traccia della corporeità, evanescente nella luce. Nei quattro cieli successivi i beati si mostrano sempre come luci individuali (e individuabili), ma “costellate” all’interno di corone luminose (Par. 10,64-69), di una croce in cui “balenava Cristo” (Par. 14,97-102), di un’Aquila, simbolo della Giustizia (Par. 19,1-12), e infine di una scala (Par. 21,25-33) da cui scendono (e salgono) i beati. Quanto ho scritto finora a proposito di questi quattro Cieli è fuori discussione. Si potrà però chiedersi il perché di queste aggregazioni “costellate”. Per Dante Alighieri, poeta e teologo, si tratta di rendere avvertibile l’idea che Sapienza, Sacrificio della vita, Amministrazione della Giustizia sulla terra, Contemplazione del mistero già in questa vita, non soltanto sono un dono di Dio agli uomini, ma una vera partecipazione: del sapiente, del martire, del giudice, del contemplante, alla stessa ricchezza, potenza e santità di Dio.

Rimangono ancora due Cieli: il Cielo stellato (o Cielo delle stelle fisse o Zodiaco), con la pluralità delle sue luci; e il Cristallino (o Primo mobile), quello che non ha in se stesso distinzione alcuna, e che “muove” col suo moto tutti gli altri cieli interni ad esso. L’analisi del Primo mobile impatterà con il problema che stiamo esaminando. Ma occorrerà ancora un po’ di pazienza perché occorre anzitutto precisare la natura e le caratteristiche di questi ultimi due cieli. Essi infatti sono radicalmente diversi dai sette precedenti: perché diverso è il loro contenuto e diverso è il modo in cui questo contenuto si presenta. Per “contenuto” intendo la natura e il numero degli abitatori dei due cieli. E qui sta la prima novità: il Cielo delle stelle fisse accoglie e presenta ad un unico sguardo “la totalità” dei beati: da Maria ai grandi apostoli, all’antico Padre Adamo; il Primo mobile presenta “la totalità” degli angeli “esplosi” nell’eternità (di tempo fori) dalla infinita ricchezza di Dio. Questo per quanto attiene al “contenuto”. Ben più inaspettato e affascinante è il modo in cui esso appare. La totalità dei beati si presenta come il “Trionfo di Cristo”: l’insieme delle creature conquistate dal suo sangue, che costituiscono la sua gloria e rivelano la sua grandezza. Gli angeli si presentano come l’insieme di nove cerchi concentrici, costituiti ciascuno da miriadi di luci e gradualmente più ristretti, più luminosi, più veloci e più armonici quanto più si avvicinano al Punto luminosissimo e inesteso (?) che tutti li illumina. E che è Dio stesso, nella manifestazione più vicina alla sua vera natura di Essere perfettissimo. In questo modo “il cerchio si chiude” nel senso che tutto si riconduce alla assoluta centralità di Dio, inizio di tutto e punto di convergenza di tutto, origine e sintesi di tutto nel tutto.

Ma ritorniamo ora al testo dantesco, per ritrovarvi ciò che abbiamo brevemente anticipato. Dall’inizio del canto XXIII alla metà del XXVII (Par. 23,1-27,72) ci troviamo appunto nell’ottavo cielo, il Cielo delle stelle fisse, all’interno di un’incredibile e coinvolgente pagina di teologia e poesia con cui si sono utilmente misurati innumerevoli saggi, senza tuttavia riuscire ad esplorarne esaurientemente la profondità. Non per l’astrusità della materia, in questo caso particolarmente luminosa, ma proprio per la ricchezza e la complessità dei motivi (storici, teologici, mistici e personali) chiamati in causa, esplicitamente o meno, dal poeta fiorentino. Non ne parleremo qui se non quanto serve a completare l’analisi della struttura del Paradiso dantesco. E per “fondare” la nostra lettura dei successivi canti del Primo mobile.

Mentre nei sette cieli precedenti il poeta ha avvicinato e interrogato singoli beati o nuclei di essi che si sono a lui presentati, ora lo circonda l’intera schiera dei santi del Cielo: da Maria, ai tre grandi apostoli, al primo uomo, Adamo, di cui in un certo senso il poeta si costituisce erede. Tutti i santi del Paradiso sono qui con lui. E con lui, dissolvendosi nell’aria, saliranno all’Empireo (Par. 27,67-75). Tutti, proprio nel loro complesso, costituiscono il “Trionfo di Cristo”. Come nei trionfi antichi i nemici fatti prigionieri componevano il “trionfo” del vincitore, così ora coloro che sono stati conquistati dall’amore di Cristo costituiscono il suo trionfo. Tento di essere ancora più chiaro. Il “trionfo di Cristo” come lo intendiamo qui non è un’astrazione, non l’affermazione della sua glorificazione, ma la concretezza di un immenso corteo di “vinti” (dall’amore e dal sangue di Cristo) condotti ora in schiavitù dal conquistatore.

E tuttavia il “trionfo di Cristo” che abbiamo incontrato nei cinque canti dell’ottavo Cielo, non mantiene la stessa configurazione assunta in esso, dopo l’incontro con Dante; ma si dissolve e scompare verso l’alto, verso l’Empireo appunto. “In su vid’io così l’etera adorno / farsi e fioccar di vapor triunfanti / che fatto avean con noi quivi soggiorno (Par. 27,70-72). Tutto questo è chiarissimo e non possono immaginarsi letture diverse. Anticipiamo allora subito, per maggiore chiarezza, che la stessa cosa avverrà per i nove Cori angelici del Cielo seguente (Par. 30,1-13).

Nel nono Cielo, il Cielo Cristallino, Dante dunque  incontra e ammira stupefatto i nove Cori degli angeli. Si tratta del Primo mobile, il cielo che, mosso direttamente da Dio, ne riceve l’intera capacità “motrice” per parteciparla poi con potenzialità diversa agli altri Cieli, fino alla Luna. La visione dei Cori angelici ha quindi in questo nono Cielo, l’ identica funzione che hanno avuto negli altri otto Cieli, a titolo di esempio, l’incontro con Piccarda, con S.Francesco, con Cacciaguida e, infine, con il “Trionfo di Cristo”. In questo senso, la vera proposta inaccettabile nel contesto del Paradiso dantesco, è proprio quella ipotizzata dai “Nuovi dantisti”, per utilizzare un vago ricordo leopardiano.

La prima cosa che colpisce il poeta è una luce intensissima proveniente da un “Punto” che, come ogni punto geometrico, si dovrebbe dire “inesteso”. In questo modo Dante ci trasmette una prima, efficace ma estremamente alta idea di Dio: l’Essere assolutamente semplice e insieme infinitamente ricco di ogni qualità positiva, di cui la luminosità non è che una convenzionale immagine. Sarebbe forse da dire che qui Dante non ha una prima visione di Dio, ma solo la rivelazione della Sua natura di “Essere semplicissimo, Creatore del cielo e della terra”. Intorno a Lui si vedono volanti in cerchio nove corone di luci, costituite ciascuna da miriadi di luci angeliche. Sempre più luminose, sempre più piccole, sempre più veloci, sempre più armoniche (suggestivo rimando al numero e alla musica di Pitagora) quanto più si “stringono” al Punto. Ciò che il poeta contempla ammirato in questo momento non è la visione degli angeli nel cielo, e tanto meno una quarta dimensione dello spazio a loro destinata, secondo la tesi di Bersanelli, ma la rivelazione della natura e delle caratteristiche dell’Essere angelico. E del suo rapporto con Dio. Nell’Empireo ci troveremo a contemplare ben altra espressione e funzione del mondo angelico, osservando gli angeli nel loro perpetuo salire e scendere da Dio ai beati e dai beati a Dio (Par. 31,4-24), quando dei nove Cori angelici non rimarrà che il ricordo. Se quanto abbiamo esposto fino a qui è corretto – e noi non riusciamo nemmeno ad immaginare come possa, nella sua sostanza, essere messo in discussione -, risulta chiaro che la tesi del professore non si accorda con il dettato della Commedia e non trova posto nel Paradiso dantesco.

Aggiungerò un piccolo corollario a evidenziare come possono nascere i fraintendimenti. In uno dei passi da me richiamati a dimostrazione del dissolversi delle luci angeliche (Par. 30,10-13), il verso: il “punto che mi vinse, parendo inchiuso da quel ch’elli ‘nchiude..” viene interpretato dal Bersanelli in termini geometrici anziché in termini teologici, come evidentemente sarebbe qui necessario. Questo sembra, erroneamente, rafforzare la tesi proposta dal professore, convincendo lui stesso e coloro che hanno letto la sua proposta che questa sia una vera nuova lettura del Paradiso, invece che un cumulo di contraddizioni.

Gli ultimi quattro canti della terza cantica sono una mirabile immersione, di Dante e nostra, in quello che noi chiamiamo di solito, più semplicemente, il Paradiso. Nessuno penserà che quel regno eterno anche a noi destinato sarà simile all’Empireo immaginato dal poeta. Ma le intuizioni che stanno alla base di quest’ultimo, ci suggeriscono qualche idea almeno di ciò che un giorno troveremo in quello.

Il primo approccio è, ancora una volta, una fantasmagoria di luci. Anzitutto un lampo ancora più luminoso della luce nella quale il pellegrino è immerso. La funzione del lampo è quella di adeguare le facoltà del poeta a ciò che ancora lo aspetta: “far disposto a sua fiamma il candelo” (30,54). Dopo questo necessario ma ancora parziale adeguamento della vista, la realtà appare al poeta nella forma di una fiumana luminosa. Le sue rive sono coperte di erba verde e di fiori d’ogni colore. Su di essi una nuvola di api si posa a succhiare il polline, per poi immergersi nel gorgo che ancora scorre (Par. 30,61-69). Il fiume paradisiaco diventa un lago di luce, nel quale il poeta rinforza ancora la vista immergendovi la palpebre; e dal “fuoco” del quale egli può finalmente vedere “ambo le corti del Ciel manifeste” (Par. 30,82-96). Le quali Corti del Cielo sono anzitutto i beati che, germogliati dal fuoco dell’amore acceso nel ventre di Maria, sono poi fioriti in un’immensa rosa candida che esalta la gloria del Figlio. E sono poi gli angeli che, spariti i nove cerchi osannanti al Punto misterioso, comunicano ai santi il mistero di Dio e il suo amore, e a Dio il mistero di ogni anima salvata e la sua gloria (Par. 31,4-12).

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