LETTURE/ Dante in Francia: da Ozanam a Pinchard, un amore che continua

- Sergio Cristaldi

Dal dantismo francese di otto-novecento a Pinchard, passando per Gilson: Dante in Francia non è mai venuto meno e la scoperta continua

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Una copia della Commedia dantesca appartenuta a Galileo Galilei (Foto da Wikipedia, Fivedit)

Dalla Francia buone notizie per Dante. Si svolgono con continuità i cicli di seminari e di conferenze promossi a Parigi dalla Société Dantesque de France, con studiosi di prestigio provenienti da paesi diversi e portatori di variegate sensibilità. A ogni aggiornamento, il bilancio risulta senz’altro in attivo. E c’è da ben sperare per il futuro.

Si discute, ancora oggi, se in Francia Dante si sia mai recato personalmente. Ha raggiunto forse Parigi, attratto dai dibattiti in corso alla Sorbona? O magari si è diretto ad Avignone, sede di fatto del papato, a partire da Clemente V? Certezze, per la verità, non ce ne sono: dobbiamo accontentarci di congetture più o meno plausibili, accolte da alcuni, rifiutate da altri, senza che sussistano sicuri elementi di prova a favore o contro.

Non riesce certo discriminante la sporgenza del Fiore, creativo rifacimento in volgare toscano del Roman de la Rose: è tutt’altro che assodato, intanto, che l’autore sia Dante; e anche nel caso di una sua effettiva paternità, le cose non cambierebbero gran che. Per tentare un’impresa del genere, Dante non aveva necessariamente bisogno di un soggiorno oltralpe, data la sua stretta vicinanza a Brunetto Latini, promotore a Firenze della cultura d’oïl, nonché artefice in prima persona di un’enciclopedia in quella lingua.

Quanto agli scorci francesi della Divina Commedia – dal delta del Rodano al parigino Vico degli Strami, teatro di accademiche lezioni e disputazioni – essi non bastano di per sé a provare una conoscenza de visu; così come l’efficace terzina sulle dighe erette fra Wissant e Bruges non dimostra un passaggio del poeta nelle Fiandre. La cautela, in definitiva, è d’obbligo. L’insieme degli indizi dà magari una probabilità, ma non produce una conclusione al di sopra di ogni sospetto.

Indubitabile è invece lo spessore del dantismo francese dell’Otto-Novecento. Ad apertura di una serie illustre troviamo Frédéric Ozanam che, nella sua multiforme attività di apologeta cristiano, impegnato fra primo e pieno Ottocento a fronteggiare la sfida del razionalismo, riserva a Dante un ampio riconoscimento. Non meno memorabile il contributo, un secolo dopo, di Étienne Gilson, puntuale interprete, nel suo Dante e la filosofia, della peculiare identità del pensiero dantesco, da non ricondurre meccanicamente all’impostazione di Tommaso d’Aquino.

Ma non è solo il rapporto con la filosofia e la teologia medievali a cadere sotto l’attenzione dei lettori francesi: si deve ad Augustin Renaudet un libro come Dante humaniste (1952), a cui si può associare il sondaggio Dante disciple et juge du monde gréco-latin, pubblicato due anni dopo da Paul Renucci. Intanto, il grande erudito André Pézard si dedicava a un progetto monumentale, la traduzione in francese di tutti gli scritti di Dante; a metà degli anni Sessanta, il volume delle Œuvres complètes sarebbe uscito per i tipi di Gallimard, nella prestigiosa “Bibliothèque de la Pléiade”.

In tempi più recenti, il ventaglio dell’indagine si è ulteriormente arricchito, sostanziandosi certo dei succhi della medievistica francese. L’inchiesta di Jacques Le Goff sulla Nascita del Purgatorio trova il suo punto d’arrivo nella Divina Commedia, reinterpretata come trionfo poetico del regno escatologico intermedio. Da parte sua, lo svizzero Ruedi Imbach, a lungo docente di filosofia medievale alla Sorbona, ha visto in Dante un tipico esponente della filosofia dei laici, che nel Medioevo conquista gradualmente un suo ruolo, accanto alla dominante teoresi dei chierici.

Ma in terra francese Dante gode adesso, come accennavamo, anche di una istituzione dedicata. Promotore e vivace animatore Bruno Pinchard che, oltre a consacrare al poeta fiorentino una serie di ricerche – in evidenza il volume Le bûcher de Beatrice – e a nutrire un vivaio di giovani studiosi dell’opera dantesca, si è giocato nella scommessa della Société Dantesque de France, fondata a Parigi nel gennaio 2016. Sua diretta emanazione, la Révue des études dantesques che, fra l’altro, ha colmato una lacuna, visto che, dal 1984, non esisteva più nessuna rivista francese su Dante. Obiettivo dichiarato del nuovo organo scientifico: rilanciare l’interesse per Dante in Francia e avvicinare fra loro gli approcci filologici, letterari, filosofici al corpus dantesco.

Il problema dell’attualità di Dante, problema relativo a una distanza cronologica, va colto insieme a quello della sua ricezione presso le culture non italiane. Qui entra in gioco una distanza diversa e complementare, non più storica, o unicamente storica, bensì geografica, nel senso più ampio del termine. Ci sono, entro il testo, potenzialità di senso che possono manifestarsi solo attraverso una lettura poco o tanto posteriore. Ma ci sono altresì germi che maturano grazie a sollecitazioni sfasate geograficamente. La forza di un’opera è appunto la sua capacità di produrre significati nell’incontro con un’alterità, sia temporale che spaziale. Purché il lettore dislocato investa nell’approccio le proprie esigenze e domande; e al tempo stesso si lasci interpellare dalle provocazioni che l’opera insinua. Nell’Hexagone questo sta di nuovo accadendo; a riprova dell’universalità di Dante, da non considerare un postulato ovvio, ma da verificare e riscoprire continuamente nella buona pratica del confronto culturale.

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