LETTURE/ Derrida e Gadamer, l’altro ci porta sempre dove non vogliamo

- Silvano Facioni

Nel 1981 Hans-Georg Gadamer e Jacques Derrida si incontrarono. Nel 2003, a un anno dalla morte di Gadamer, Derrida tenne una prolusione, dedicata all’alterità presente in ogni incontro

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Molto si è favoleggiato sull’incontro tra Hans-Georg Gadamer e Jacques Derrida che, verso la fine di aprile del 1981, si svolse presso il Goethe Institut di Parigi. I due filosofi, già da tempo riconosciuti come i massimi pensatori della seconda metà del XX secolo, erano stati invitati da Philippe Forget a confrontarsi sulle rispettive posizioni filosofiche definite – in maniera sbrigativa e forse anche fuorviante – come “ermeneutica” (consacrata da Gadamer nel 1960 con la pubblicazione di Verità e metodo) e come “decostruzione” (termine apparso in alcuni scritti di Derrida degli anni 60 e presto divenuto, nonostante le ripetute riserve del filosofo, una sorta di etichetta): l’incontro, secondo le cronache, fu attraversato da incomprensioni e silenzi motivati anche da difficoltà di ordine linguistico.

Nel 1984, Forget ha poi raccolto i materiali e i testi di questo incontro in un volume uscito in tedesco che rimane, a tutt’oggi, l’unico documento in grado di mostrare, al di là della leggenda, la posta in gioco di percorsi di pensiero che, nei due giorni di quell’ormai lontano aprile, più e prima ancora che prendere le misure uno dell’altro (magari per stabilire inoltrepassabili distanze), cercavano un linguaggio capace di interloquire in quella che, a tutti gli effetti, rimane una “conversazione infinita”.

Anche se la storia non ci restituirà mai fino in fondo, più che i detti, i “non–detti” del problematico incontro tra Gadamer e Derrida, è indubitabile che proprio grazie ad esso è stato – ma, soprattutto, è ancora possibile, perché si tratta di un lavoro che rimane ancora da fare – interrogarsi sul senso di due esperienze del pensare (e non del pensiero, dal momento che si tratta di cogliere i moventi del loro stesso generarsi) che, oggi più che mai, mostrano tutto il loro carattere di urgenza e forse anche di ingiunzione.

Infatti, sia nel caso di Gadamer, sia in quello di Derrida, si tratta di cogliere e di indagare le condizioni di quell’esperienza che filtra il nostro essere nel mondo e che la storia del pensiero (filosofico, ma anche politico, teologico, culturale) ha instancabilmente messo al centro del suo lavoro: condizioni che trovano nella lingua la risorsa e la deriva, la promessa e la minaccia, la possibilità dell’incontro ma anche, nello stesso tempo, la radicale impossibilità di un contatto.

Il 5 febbraio 2003, Derrida verrà invitato ad Heidelberg per commemorare la memoria di Gadamer scomparso un anno prima, ed il testo di questa commemorazione è ora presentato dalla casa editrice Mimesis con il piccolo volume tradotto da Flavio Luzi dal titolo Arieti. Il dialogo ininterrotto con Gadamer (Mimesis, Milano-Udine 2019). Il titolo modifica parzialmente l’originale francese che recita Béliers. Le dialogue ininterrompu: entre deux infinis, le poéme in cui, seppure in maniera ellittica (come forse il legame tra Derrida e Gadamer che dell’ellisse – termine che in greco significa “mancanza, insufficienza” – rappresentano i due fuochi) viene richiamato Paul Celan, il grande poeta rumeno naturalizzato francese che ha instancabilmente lavorato la lingua tedesca (“materna e assassina” secondo la folgorante definizione di un altro grande poeta, Andrea Zanzotto) e intorno al quale sia Derrida sia Gadamer hanno messo alla prova la tenuta del discorso filosofico quando è interrogato (e non quando interroga) dalla poesia.

Jacques Derida offre a Gadamer alcuni versi di una poesia di Celan il cui ultimo verso – “Il mondo non c’è più,/ io debbo portarti” –, variamente letto e interpretato come una sentenza che si annoda enigmaticamente ai versi che la precedono, si rivela lentamente come il cuore segreto, lo stigma del “mancato” incontro tra i due filosofi e, in particolare, di quell’interruzione che se, nel 1981, aveva, per così dire, modulato il dialogo, ora, con la morte di Gadamer, è divenuta definitiva.

Derrida, con delicata malinconia e, insieme, con implacabile lucidità, prova ad annodare i versi di Celan all’idea che proprio l’“interruzione”, lungi dal costituire il fallimento di un incontro, un dialogo, uno scambio, rappresenta invece la condizione della comprensione dell’accordo: l’altro, il mondo che è e che, letteralmente, scompare quando questi muore, può e deve essere riconosciuto come tale se e solo se si riconosce la sua singolare unicità, l’impossibilità di un’assimilazione (fosse pure quella di un comune sentire), la radicale libertà che sigilla il suo mistero e dunque se si riconosce che il rapporto è scandito da quanto, in un certo senso, lo sospende.

Sarà allora lungo la dorsale dell’“interruzione” che, come recitano i versi di Celan che Derrida attraversa da cima a fondo perforandone la superficie della lettera e facendo risuonare tutto il non “semantizzato” che li caratterizza, può cominciare a delinearsi la specificità di quanto, per comodità semplificatrice, si continua a chiamare “decostruzione”: il “confine insormontabile” con l’ermeneutica, infatti, risiede essenzialmente, come scrive Derrida in una pagina centrale del suo testo, nel fatto che l’approccio ermeneutico, indispensabile per poter individuare “tutte le risorse idiomatiche del poeta e della lingua”, volge sempre verso un raccoglimento di senso, mentre la “lettura-scrittura disseminale” (locuzione che Derrida preferisce a “decostruzione”) “si porta anche verso un resto o un’eccedenza irriducibile”. È dunque il “resto” a permettere il dialogo, l’incontro, l’appello e la provocazione della poesia: un resto che non si lascia raccogliere e che, piuttosto, rimette alla poesia il suo mistero e alle interpretazioni gli enigmi del loro stesso prodursi.

Perché, alla fine, la poesia è il luogo in cui le domande, tutte le domande che alimentano il nostro essere nel mondo, raggiungono il loro diapason e non possono fare a meno di offrirsi, soprattutto quando il mondo “non c’è più” e chi rimane, chi sopravvive, deve farsi carico, deve portare le voci che le hanno pronunciate.

La malinconia che attraversa il ricordo di Gadamer, allora, è la malinconia di un pugno di domande che, scrive Derrida nell’ultima pagina, “avrei voluto porre nel corso di un confronto interminabile. Per orientarci nel pensiero, per aiutarci in questo compito inaudito, avrei iniziato richiamando quanto abbiamo bisogno dell’altro e quanto avremo ancora bisogno di lui, di portarlo, di essere portati da lui, là dove parla in noi prima di noi”. 

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