LETTURE/ Giuliano l’Apostata, la cattiva libertà di un pagano di ritorno

- Giulia Regoliosi

L’imperatore Giuliano l’Apostata (331-363 d.C.) proclamò la libertà religiosa, ma nei fatti la smentì, perché escluse i maestri cristiani dall’insegnamento

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Roma, catacombe di San Pietro e San Marcellino (LaPresse)

L’editto sulla libertà religiosa che nell’anno 313 d.C. promulgò l’imperatore Costantino fu in effetti la fine delle persecuzioni nei confronti dei cristiani, ancora drammaticamente diffuse sotto i predecessori di Costantino, Diocleziano e Massimiano; ma introdusse una coesistenza fra la nuova religione, che aveva un’organizzazione ecclesiastica appoggiata dall’imperatore  stesso, e gli antichi riti e culti pagani, legati non solo a fedi personali ma anche tradizionalmente a  funzioni ufficiali connesse con l’imperatore. D’altra parte se i familiari di Costantino furono cresciuti nella fede cristiana, grazie alla scelta operata da lui e dalla madre Elena, la cultura era per lo più affidata a scuole filosofiche pagane, di matrice soprattutto neoplatonica ed aristotelica, e diffondeva un’educazione in cui si univano misticismo ed etica fortemente accentuata. 

In questo complesso ambito vive il parente, più tardi successore, di Costantino, Flavio Claudio Giuliano (331-363), cui verrà dato il soprannome di Apostatacatac. Lo storico che ci parla di lui, Ammiano Marcellino, racconta che Giuliano tenne nascosta la sua adesione al paganesimo fino all’ascesa al trono imperiale (361): allora radunò i vescovi della Chiesa cristiana e proclamò la libertà religiosa per tutti, utilizzando una formula simile a quella di Costantino ma riferendola sia ai pagani sia ai cristiani seguaci delle eresie, soprattutto quella ariana; una concezione di libertà che minimizzava le differenze: “sopite le discordie, ciascuno, senza che nessuno lo vietasse, servisse la sua religione senza timore.

Poiché, come dicevamo, compito dell’imperatore era anche la celebrazione delle feste ufficiali, ci è rimasto in particolare il discorso pronunciato da Giuliano in onore di Helios Basileus, il Sol Invictus la cui festa era stata istituita nel secolo precedente dall’imperatore Aureliano e posta nei giorni del solstizio d’inverno. In tale discorso l’imperatore ricorda l’amore per il sole che fin dalla fanciullezza l’aveva orientato verso il ritorno al paganesimo, e celebra Helios utilizzando concetti neoplatonici, quale l’idea di un dio intermedio fra il Dio sommo e il mondo, e immagini bibliche come quella degli angeli, qui elìaci, cioè seguaci e ministri del sole.

Al di là dell’ovvio contenuto celebrativo, appare in Giuliano un’adesione alle concezioni filosofiche pagane in cui l’idea di una divinità suprema era temperata dall’intuizione di essere intermedi e intermediari, coi quali il mondo e gli uomini potevano entrare in rapporto: l’antico desiderio del paganesimo, sempre in bilico fra il dio perfetto e inattingibile e divinità imperfette ma raggiungibili e invocabili, un desiderio che mai poté intuire o prevedere l’incarnazione del figlio di Dio e che nel caso di Giuliano prevalse sul reale avvenimento fino a ignorarlo o rifiutarlo.

Come fu la vita di Giuliano imperatore? Ammiano rileva la stabilità dell’impero durante i suoi anni, di cui egli stesso è testimonio, ma da pagano qual è lui stesso si accorge che i successi esterni e interni provocano in Giuliano l’insorgere della hybris, l’assenza del senso del limite: l’imperatore decide l’impresa di combattere contro i Parti senza tener conto dei presagi negativi che si accumulano e che sfoceranno nella sua morte prematura. Eroe pagano, Giuliano pecca come i pagani e come i generali romani che in passato avevano condotto gli eserciti alla sconfitta resta sordo all’avviso divino. E tuttavia, nella sintesi finale con cui Ammiano presenta la figura del personaggio, gli attribuisce le grandi virtù individuate dal pensiero pagano, prudenza giustizia fortezza e temperanza, con molti aneddoti tipici delle biografie classiche. Solo un fatto non può essere negato o accettato dallo storico, che per due volte lo ricorda con forti parole di esecrazione, l’esclusione dei cristiani dall’insegnamento: “ma era privo di clemenza, da coprire di eterno silenzio, il fatto che impediva di insegnare ai maestri di retorica e grammatica seguaci del Cristianesimo.

In una lettera al filosofo Temistio dopo l’assunzione del potere imperiale, Giuliano rimpiange gli studi abbandonati per la politica e discute con il destinatario sul rapporto fra vita contemplativa e vita attiva: un topos sia del paganesimo sia dei primi secoli del cristianesimo. Giuliano preferirebbe la vita contemplativa perché ha un’utilità educativa superiore: Socrate ha educato più uomini che il grande conquistatore Alessandro. Tuttavia accetta il compito di imperatore come un pastore per il popolo con l’aiuto di Dio, qui un dio unico come quello a cui più volte Socrate, il suo modello, fa riferimento. Ma se quello dell’imperatore è un compito educativo come il compito dell’antico maestro, allora è chiaro che per Giuliano i cristiani non educavano: i dissidi teologici non capiti e osservati con fastidio, una dottrina considerata inferiore alla grande speculazione secolare del pensiero pagano gli facevano considerare  i cristiani come cattivi maestri. La libertà religiosa proclamata non riguardava la scuola.

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