LETTURE/ “I due Papi”, Hopkins e Pryce tra laicità e mistero

- Gabriela Soppelsa

Jonathan Pryce nella parte di Papa Francesco e Anthony Hopkins in quella di Papa Benedetto XVI sono stati intervistati sul film da loro interpretato, “I due Papi”

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"I due Papi": Antony Hopkins e David Byrne in una scena del film

Il successo de I due Papi, un recente film di Fernando Meirelles (disponibile su Netflix) va oltre il mondo cattolico, poiché l’idea di fondo, vera o meno, è qualcosa a cui in molti vogliamo credere.

Il film racconta il rapporto fra il cardinale Bergoglio e Papa Benedetto XVI appena prima delle dimissioni di quest’ultimo e della elezione del cardinale a Papa. Interpretato superbamente da Jonathan Pryce nella parte di Papa Francesco e Anthony Hopkins nella parte di Papa Benedetto XVI, affronta una domanda che appare sempre più attuale: come si trova un punto d’incontro tra posizioni distanti, se non opposte?

Senza entrare nel merito della cronaca, il film articola sapientemente, attraverso parole e nuances, come due uomini con stili profondamente diversi riescano a trovare un punto d’intesa, nonostante ognuno di essi rimanga fedele al suo modo d’intendere il ruolo della Chiesa. In un mondo sempre più polarizzato, con muri che demarcano differenze culturali ed economiche e che sembrano destinati a rimanere invalicabili, il film ci lascia intendere, invece, che è possibile trovare un punto d’incontro e di rispetto (e non di sola tolleranza). Anche se questo non è certamente facile.

L’opera cinematografica ci porta anche a riflettere sulla fede, su come sia intesa e vissuta dai due Papi e di conseguenza sul suo significato per noi. Ed è questo tema, fede e spiritualità, uno dei punti affrontati nelle interviste di Husam Sam Asi ad Anthony Hopkins, nel programma della BBC Cinematic, e di Annette Insdorf a Jonathan Pryce presso il centro culturale 92Y a New York. L’occidente ha perso (in parte) le proprie convinzioni religiose e per certi aspetti fa fatica ad articolare questa dimensione. È quanto si intuisce in entrambe le interviste, in una nell’intervistatore e nell’altra nell’attore.

Nell’intervista rilasciata da Anthony Hopkins, Husam Sam Asi ha iniziato ricordandogli come lui abbia interpretato la parte di un devoto, non essendo credente. Alla obiezione dell’attore di non averlo detto, gli viene ricordato di avere però affermato di essere agnostico. Hopkins prende le distanze da tale definizione, parlando dei suoi dubbi, dubbi che sottostanno la nostra umanità, ma l’intervista continua con lo stesso tono scettico: “Ma tu credi che lui (Papa Benedetto XVI) avesse dubbi? Ma la base della fede non è non avere alcun dubbio? Ma il dubbio non induce la paura nei credenti?”. L’attore risponde sottolineando che ogni persona intelligente ha dei dubbi, poiché nel dubbio vive la devozione, l’umiltà, diversamente dalla certezza che distrugge le persone.

“L’unica cosa che io so – dice Hopkins – è che vi è un mistero più grande nella mia vita che io non posso nemmeno comprendere. Non so chi sono, non so da dove sono venuto, non ho un’idea (…) ma di una cosa sono certo, vi è qualcosa sottostante il tutto, che è miracoloso”. L’intervista continua sullo stesso tono, lasciando l’impressione che l’intervistatore non abbia colto, al di là del suo mestiere, quanto chiarito dall’attore.

Annette Insdorf  ha domandato, invece, a Jonathan Pryce quale sia stato l’effetto su di lui dell’avere interpretato Papa Francesco, al di là dell’aspetto puramente professionale. La domanda infatti emergeva dalla profonda umanità con la quale Pryce ha interpretato Bergoglio, quasi una seconda pelle nella quale si è calato in maniera istintiva. Come lui stesso ha commentato, si è lasciato trasportare dal personaggio. Pryce riporta la fede da un qualcosa che può rimanere etereo a qualcosa di concreto e umano: “La mia fede è nelle persone con le quali interagisco, con la mia famiglia e io credo che anche lui (il Papa) la senta così….”. Poi ha aggiunto qualcosa di inaspettato allorché ha raccontato: “A Buenos Aires il prete gesuita con il quale lavoravamo, quando me ne stavo per andare (…), mi ha chiesto se poteva benedirmi. Forse non è una gran cosa per molta gente ma io che non sono stato più benedetto dopo il battesimo, ho accettato. Lui mi ha dato la benedizione e ho sentito qualcosa di travolgente. Certo è una combinazione di tutto quello che avevamo filmato a Buenos Aires… ma mi sono ritrovato a chiedergli se poteva benedire anche la mia famiglia”.

Pryce ha quindi subito aggiunto che la spiritualità la trova anche andando ai concerti di Leonard Cohen o di David Byrne. Questa ulteriore spiegazione, per quanto assolutamente legittima – l’arte nella sua creatività ha un aspetto spirituale – è sembrata quasi una giustificazione. Come se l’attore non si sentisse interamente a suo agio nell’esprimere ciò che aveva sentito in quel momento così travolgente e lo avesse immediatamente ricondotto a un’esperienza “laica”, intellegibile ai molti. Uno si cala in un personaggio ma poi ne prende le distanze. Il “politically correct” ormai impera.

Di fronte a tali disagi, non si può fare a meno di ricordare quanto dichiarato da Jean–Claude Guillebaud, un giornalista francese, in una delle puntate di La svolta nel 2012: “Tempo fa ho scritto un libro che si chiamava Come sono ridiventato cristiano, e a proposito di questo scritto, molti confratelli mi ponevano sempre la stessa domanda che considero un po’ strana. Mi dicevano: “Avete avuto molto coraggio di dire che siete cristiano, voi che siete nella stampa, nel campo editoriale (…)”. Io rispondevo ironicamente che forse oggi ci vuole più coraggio nel dire alla televisione che si è cristiani che dichiarare la propria omosessualità. Ma la verità è che i cristiani che hanno coraggio, sono quelli che sono in Iraq, o nei paesi musulmani, che ogni giorno rischiano la propria esistenza, quelli che mettono in pericolo la propria vita dichiarando che sono cristiani”.

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