LETTURE/ “Il Gius”: l’abbraccio di don Giussani ai suoi amici, così com’era

- Flavio Zeni

Il volume fresco di stampa "Il Gius" contiene 92 testimonianze dell'eccezionalità umana e cristiana di Luigi Giussani, fondatore di Cl

luigi_giussani_comunioneliberazione_web Don Luigi Giussani (1922-2005)

Ad agosto è uscito “Il Gius. Don Giussani. Una vita appassionante” (Baldini+Castoldi), il testo che raccoglie 92 testimonianze di persone che hanno avuto la vita cambiata dall’incontro con il fondatore di Cl, oltreché, naturalmente, le testimonianze dell’autrice-curatrice Carmen Giussani e di Davide Rondoni, che ne ha firmato la prefazione.

Si tratta di un agile testo di 174 pagine che fila via veloce e travolgente, grazie all’immediatezza delle testimonianze, prive di fronzoli e riflessioni, ma ricche di fatti sconosciuti ai più, perché riguardano il rapporto diretto che il Gius ebbe con quelle 92 persone, con le relative travolgenti conseguenze in termini di vita umana, professionale, vocazionale e sociale.

Ma per rendersi immediatamente conto di ciò di cui si parla, è bene far riferimento al racconto di alcuni di quegli incontri, omettendo in questa sede altre pur necessarie contestualizzazioni.

È il 26 dicembre 1977 quando Gianni Mereghetti, in un periodo difficilissimo della sua vita, provata dalla separazione dalla moglie, riceve una telefonata da Giussani, che di botto gli dice: “Tutto il male che puoi aver fatto lo prendo su di me, è un male che io mi carico sulle spalle, lo porto io. Puoi venire domani da me?”. Perdonate la riflessione personale, ma chi può e, ancor più, vuole prendere su di sé tutto il male di un altro, seppur amico, senza nemmeno mettersi a dare giudizi sui suoi inevitabili errori?

Il racconto riprende: “27 dicembre, Giussani mi abbraccia e mi dice: ‘Io sono qui. Tutte le volte che vuoi venire da noi, vieni. E tutte le volte che vai in crisi, non stare lì da solo coi tuoi pensieri, ma prendi e vai da un amico. Ne hai tanti, vai da loro e stai con loro’. Così, ritorno spesso dal Gius e un giorno mi dice: ‘Se tu prenderai questa croce e la porterai giorno per giorno, vedrai che ne verrà un centuplo, un centuplo di paternità, di amicizia, di vita. Però dovrai proprio vivere questo sacrificio, fallo per amore a Cristo’”.

È ancora il 1977 quando Mauro Grimoldi espone a don Giussani la sua situazione: “La mia famiglia ha necessità economiche e non può accollarsi il costo dei miei studi. Dovrei trovarmi un lavoro, proprio in un momento in cui la comunità di Cl ha ripreso una presenza stabile e continua in università. La risposta del Gius è immediata: ‘Ogni condizione oggettiva è parte della volontà di Dio. Perciò bisogna obbedire’. Grimoldi obbietta: ‘Ma così non rischio di perdere la ricchezza della vita della comunità universitaria?’ ‘No, non perderai nulla. Al contrario, farai più tua la vita in università, in ogni suo dettaglio concreto. Se anche tu mi prendessi a pesci in faccia, io non potrei, da oggi in poi, pensare alla mia vita a prescindere da questo nostro incontro. Quel che è iniziato oggi tra noi, non finirà mai’”. Quel primo anno di università, Grimoldi superò 11 esami dei 23 previsti nel quadriennio. A me non resta che immaginare che gli anni successivi siano stati in discesa per gli studi e ricchi di vita comunitaria.

Ma tocca a Silvana Lanati aiutare a comprendere ancor più la sensibilità del Gius; lo fa raccontando del travolgimento che portò nella sua vita la decisione del figlio di entrare in seminario, pur avendo sempre “pregato tanto perché la sua vita fosse impegnata nella Chiesa”. Ecco una parte del racconto di Silvana: “Lo strappo è stato così improvviso e doloroso. Al mattino mi sveglio con un mattone piantato sullo stomaco che rimane lì tutto il giorno. Mi addormento alla sera con questo tremendo peso senza possibilità di rimuoverlo … piango come se mio figlio fosse partito per il fronte. Una grande vergogna e un senso d’ingratitudine accompagnano le mie giornate… Giussani chiede di vedermi e mi chiede: ‘Silvana, perché sei inconsolabile?’ Vergognandomi da morire, rispondo: Don Gius, manco di fede se mi comporto così. Mi guarda sorpreso e, inaspettatamente, mi dice: ‘Sai perché la Madonna sotto la croce era distrutta dal dolore?’ (…) Non so cosa rispondere, intanto le lacrime mi scendono copiose. Con una dolcezza commovente e una serietà decisa, mi dice: ‘Perché l’aveva tenuto nove mesi in pancia. Piangi, ne hai tutto il diritto. O vuoi essere meglio della Madonna?’. Non ho più pianto, mi son sentita liberata da tutti i sensi di colpa per l’ingratitudine, o la mancanza di fede. Questo mi accompagna per tutta la vita, liberandomi dal laccio di ogni moralismo”.

Naturalmente, per ragioni di spazio, qui è impossibile richiamare qualcosa delle altre testimonianze, ma chi leggerà questo magnifico testo non ne perderà nemmeno una, nella loro diversità, impensabilità e preziosità per la vita di ognuno.

Aggiungo solamente che Davide Rondoni e Carmen Giussani (neppure parente del sacerdote brianzolo che ha conosciuto a 14 anni attraverso l’indimenticabile Sante Padovese) ci hanno fatto un regalo magnifico raccogliendo queste 92 storie personali. Non resta che augurarsi che questi regali si moltiplichino.

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