LETTURE/ Il socialista Péguy e quel desiderio di infinito tradotto in numeri

- Antonio Tombolini

Due nuovi volumi con al centro Péguy: “Il lavoro della ragione. Il veramente vero” e “La crisi dell’insegnamento e il diritto all’istruzione”. Ne parla il traduttore

Charles Péguy,
Charles Péguy, dipinto di Jean Pierre Laurens (Wikipedia)

Finalmente Charles Péguy torna a diventare oggetto di studio a livello accademico in terra italiana. Nella scia di una nuova e corposa antologia della prosa (Il fazzoletto di Véronique, a cura di Pigi Colognesi, del 2020), è appena apparso un volume curato da Giuseppe Fidelibus, dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, dal titolo Il lavoro della ragione. Il veramente vero, con testo francese a fronte, edito da Eupress FTL/Cantagalli nella collana “Supplementa academica”, e a brevissimo uscirà un’altra raccolta, intitolata La crisi dell’insegnamento e il diritto all’istruzione, a cura e con prefazione di Vincenzo Pacillo e con postfazione di Thomas Casadei, per i tipi dell’editore Mucchi, nell’alveo degli studi promossi dall’Università di Modena e Reggio Emilia. Tale raccolta ospita la versione integrale – per la prima volta in lingua italiana – di tre saggi scritti e pubblicati da Charles Péguy tra la fine del 1904 e l’inizio del 1905 in quella miniera costituita dai Cahiers de la Quinzaine di cui egli si definisce il “gerente”: Per la ripresa delle lezioni, Una prova di monopolio, Testi in forma di dossier.

Nel lavorare alla traduzione di tutti i volumi sopra menzionati, mi è capitato di imbattermi in un aspetto piuttosto curioso che accomuna in particolare i testi de La crisi dell’insegnamento e il diritto all’istruzione, quasi che l’autore vi sembri “dare i numeri”. A un certo punto, parlando di un’inchiesta parlamentare sull’insegnamento, Péguy afferma (in Per la ripresa): “le conclusioni formano diciotto articoli della Costituzione del liceo, come ai tempi felici in cui si facevano ancora delle Costituzioni, come ai tempi in cui i grandi dibattiti di pensiero portavano sempre alla formulazione di diciotto proposizioni”.

Il riferimento a tale numero appare inspiegabile, tuttavia le dix-huit propositions potrebbero rimandare, come chiave di ispirazione, anche alle “diciotto proposizioni” di Jules Isaac tratte dalla sua opera Jésus et Israël a favore del dialogo giudaico-cristiano; Isaac infatti ha come professore di filosofia Henri Bergson e incontra come compagno Charles Péguy, col quale instaurerà una lunga amicizia, segnata in particolare dalla creazione della rivista dei Cahiers de la Quinzaine e dal comune impegno nell’affaire Dreyfus. In ogni caso, come si tenterà di fare per i passi che citeremo, nell’interpretare le varie cifre lì utilizzate da Péguy ci troviamo sempre nel campo della verosimiglianza, campo peraltro affascinante e ricco di suggestioni.

L’uso dei numeri da parte di Péguy meriterebbe d’altronde uno studio particolare, perché per lo più sfugge a un’immediata interpretazione; si osserva comunque, nell’insieme, una tendenza all’iperbole, come ad esempio in Una prova di monopolio, dove si parla di “operai della centosettantunesima ora”: forse un’ironica (e appunto iperbolica) allusione alla parabola evangelica degli operai chiamati a lavorare nella vigna del Signore (Mt 20,1-6)? In realtà, 171 sono i cannoni della collina di Montmartre, che i Comunardi nel 1871 requisirono grazie al sostegno della Guardia Nazionale, ed è probabilmente il ricordo di questo episodio a suggerire l’uso di tale numero come ordinale: Péguy, in effetti, si stava occupando proprio in quel periodo della storia della Comune.

Oppure quando, nello stesso testo – in riferimento al cosiddetto affaire delle schede (o delle delazioni, scoppiato in Francia alla fine del 1904), ossia la schedatura dei militari quanto al loro credo religioso –, viene detto che “ciascuno degli alunni [lo sfondo è sempre quello della scuola], a sua volta, verrà a denunciare al maestro le parole dei suoi vicini, dei suoi amici, dei suoi compagni; cento alunni possono fornire, al massimo, novemilanovecento delazioni”; nella numerologia legata a due tendenze allora in auge, ossia l’esoterismo e l’occultismo (a quest’ultimo, tra l’altro, si volse alla fine anche Gabriel Trarieux, uno dei finanziatori dei Cahiers), il 99 è il numero che simboleggia l’amore universale, l’amore per tutta l’umanità, l’umanitarismo, la compassione e la tolleranza; quindi le “novemilanovecento delazioni”, che “cento alunni possono fornire, al massimo” (ossia 99 a testa), non potranno che dilatarsi in una travolgente proiezione – sempre in nome del suddetto “amore universale” – fino a “due miliardi, quattrocentonovantanove milioni, novecentonovantanovemila novecentocinquanta delazioni” per tutto il popolo francese.

Non si ritrova alcun cenno esplicito a un simile uso dei numeri neppure nel corposo saggio su Péguy di Hans Urs von Balthasar in Stili laicali, tuttavia nelle pagine del teologo svizzero vi è un passaggio che può indicare una interessante via interpretativa: “Il cristianesimo ha importato dappertutto l’infinito, ha fatto salire i prezzi sul mercato dei valori. Voi cristiani – dice Clio – siete i più infelici degli uomini. Voi siete anche i più felici. Avete infinitizzato tutto. Avete innalzato all’infinito il criterio dei valori” (cfr. Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale). Véronique è la prima opera che Péguy scrive dopo aver ritrovato la fede cattolica (1907) e che anticipa di pochi mesi Il mistero della carità di Giovanna d’Arco.

Dunque il Péguy ancora socialista del 1905 è come se tendesse, tutto attratto, a questo infinito, traducendo tale desiderio – più o meno consapevolmente – anche nei numeri; ossia in generale dentro una realtà, peraltro da lui così laicamente e magnificamente presentata nei saggi qui esaminati (soprattutto in Testi in forma di dossier), nella quale scoprirà pienamente l’Infinito, il Divino che si comunica attraverso l’umano.

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