LETTURE/ La cattiveria è una rassegnazione: “Game Of Thrones” tradisce Tolkien

- Paolo Musso

Game Of Thrones, la serie tv più vista ha scatenato un’indignazione planetaria. Perché gli sceneggiatori hanno ceduto al mantra: nella vita reale nessuno è completamente buono

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Danaerys Targaryen in una scena della fiction "Il Trono di Spade"

Non sono mai stato un tipo troppo “televisivo” e anche da quando ho dovuto diventarlo per lavoro, per via del corso su “Scienza & Fantascienza” che tengo nella mia Università dell’Insubria, ho sempre faticato a prendere sul serio le polemiche tra i fan. Con Game Of Thrones (GOT), però, è diverso, perché, quando una serie televisiva diventa la più vista e premiata della storia, il modo in cui viene recepita ci dice molto anche su noi stessi. E se poi improvvisamente, dopo 10 anni di elogi senza precedenti, in poche settimane si scatena un’ondata di indignazione planetaria anch’essa senza precedenti, allora vuol dire che è accaduto qualcosa di molto particolare, su cui merita riflettere.

Come è noto, la serie si basa su A song of ice and fire di G.R.R. Martin, una saga un po’ in stile Tolkien, ma dai toni decisamente più cupi. Solo che la scrittura dei libri è andata per le lunghe ed è tuttora lontana dalla conclusione, sicché nelle ultime due stagioni gli sceneggiatori della HBO, David Benioff e Daniel Weiss (D&D), che avevano fatto uno straordinario lavoro finché si era trattato di adattare la sua storia alle esigenze della televisione, hanno dovuto scriversi i testi in prima persona, trovandosi ben presto in gravi difficoltà. Purtroppo i due non hanno avuto l’umiltà di chiedere una mano a qualche collega con maggiori doti creative e hanno deciso di fare di testa loro, senza più curarsi del rigore della trama (che di GOT era sempre stato il cardine, al punto che per questo era stato perfino studiato in alcune facoltà di Scienze politiche), puntando invece tutto sul colpo di scena fine a se stesso, a costo di snaturare completamente, soprattutto negli episodi conclusivi, i personaggi e i loro archi narrativi, tanto pazientemente e accuratamente costruiti nelle stagioni precedenti.

Si può, quindi, capire l’indignazione dei fan, che avevano cercato per anni di indovinare il gran finale basandosi sugli indizi seminati nel corso delle stagioni, solo per accorgersi che di punto in bianco tutto questo era stato buttato a mare e ormai l’unica cosa che contava era ciò che passava per la testa dei due sceneggiatori, che oltretutto era totalmente privo di senso, tanto che non è esagerato considerarlo il peggior finale di tutta la storia della televisione.

Nessuno, tuttavia, si sarebbe mai aspettato una ribellione così clamorosa: su Rotten Tomatoes il livello di approvazione, che nelle prime sei stagioni era sempre stato tra il 93% e il 97%, nella settima è sceso all’85% e nell’ottava è crollato al 36% (con cui in genere si finisce tra i 20 peggiori film dell’anno), mentre nel giro di pochi giorni oltre un milione e mezzo di persone hanno sottoscritto una petizione in cui si chiede che l’ultima stagione venga rifatta.

Ovviamente sarà tutto inutile, ma per una volta non mi sembra una manifestazione di fanatismo, bensì un segnale molto positivo, perché significa che ci sono ancora tantissime persone che hanno voglia di vedere storie di qualità, non hanno paura che venga chiesto loro di ragionare e soprattutto non sono disposte a farsi prendere in giro, neanche dai propri beniamini.

C’è, però, anche l’altro lato della medaglia, rappresentato da quella minoranza, comunque molto ampia, che sembra non essersi resa conto dell’assurdità della trama (cosa ben diversa dall’ignorarla volontariamente per godersi gli straordinari effetti speciali e le meravigliose musiche) o addirittura l’ha giustificata, perché sarebbe un segno di “realismo”. E con questo siamo giunti al punto più importante, che introduco con una domanda: perché ci sono persone come Martin o Tolkien che passano la vita a scrivere di luoghi e personaggi immaginari?

Qualsiasi vero scrittore conosce la risposta. La storia dei personaggi in cerca d’autore di Pirandello non è affatto una storia: in qualche modo misterioso, che non sappiamo spiegare, i personaggi vengono davvero da noi perché li rendiamo reali, ma non siamo noi a decidere come devono essere. Proprio come con i figli, le loro vite non sono mai davvero nostre, anche se all’inizio possiamo illuderci, perché ne siamo noi i responsabili. Ma poi, man mano che crescono, cominciano a decidere loro cosa fare e noi capiamo che, se non vogliamo distruggerli, dobbiamo lasciare che seguano il proprio destino.

Tolkien prendeva molto sul serio la questione, parlando al proposito di “sub-creazione”, ritenendola una partecipazione all’opera stessa di Dio. È per questo che non solo gli altri, ma perfino noi stessi possiamo scoprire nei nostri personaggi cose che non sapevamo. Ed è sempre per questo che strappare un personaggio alla sua naturale evoluzione per piegarlo ai nostri capricci (o alle nostre convinzioni: non fa differenza) è veramente un atto di violenza, e come tale viene percepito anche dai nostri lettori o spettatori.

Ebbene, questo è precisamente ciò che è accaduto nella stagione finale di GOT, un po’ a tutti i personaggi, ma soprattutto a uno: quello di Daenerys Targaryen, la figlia dello spodestato Re Folle di Westeros, che, dopo avere superato ogni genere di prove nelle terre selvagge in cui era dovuta fuggire, torna insieme a tre enormi draghi e a un’immensa armata di barbari e di schiavi da lei liberati per riprendersi il Trono di Spade.

Daenerys non è un’eroina senza macchia e senza paura: è capace di azioni molto dure e perfino crudeli, ma ne è cosciente e cerca di dominarsi, perché vuole sinceramente essere una persona migliore di suo padre e costruire un mondo migliore di quello che lui le ha lasciato. Nessuno può dubitare che sia un personaggio fondamentalmente positivo, il cui destino può essere solo riuscire nell’impresa o morire nel tentativo, aprendo la strada a qualcun altro che la compia in sua vece. Fino a che…

Fino a che quei “geni” di D&D decidono che questo finale è “troppo alla Disney” e la trasformano di punto in bianco in una sadica genocida che rade al suolo senza ragione la capitale che si era già arresa, uccidendo migliaia di innocenti e finendo poi uccisa a sua volta, il tutto per giunta raccontato in modo così grossolano, affrettato e in spregio alla logica più elementare, che stavolta ben pochi hanno osato difenderli.

Tuttavia (e qui arriviamo al punto) le critiche sono state espresse quasi sempre con una frase che è ormai diventata un mantra: “Il problema non è il che, ma il come”. E non c’è dubbio che il “come” sia stato uno sproposito megagalattico. Ma non c’è neanche dubbio che invece il problema principale sia proprio che Daenerys abbia subìto questa involuzione, che non c’entra nulla con il suo personaggio. Ma allora perché nessuno lo dice, anche se è evidente che moltissimi lo pensano?

Leggendo i commenti, la risposta mi pare abbastanza chiara: è per paura di passare per ingenui, dato che, come afferma un altro mantra molto in voga, “in GOT, come nella vita reale, nessuno è completamente buono”. Più ancora che a una sceneggiatura cattiva, quindi, ciò a cui dobbiamo davvero ribellarci è alla visione cattiva della realtà che attraverso di essa, consapevolmente o no, si è cercato di far passare.

Che nessuno sia completamente buono, infatti, non significa che nessuno sia buono (la menzogna si fa sempre strada assai più tra gli avverbi e gli aggettivi che tra i verbi e sostantivi). E soprattutto non significa che si possa diventare malvagi per pura fatalità, senza averlo liberamente scelto, come se si trattasse di una malattia. “Essere buono” non significa che non mi capiti mai di fare il male, ma che ciononostante “non voglio rassegnarmi ad essere cattivo”, come dice una straordinaria canzone di Guccini. Perché è proprio così: la cattiveria è una rassegnazione. Mentre la bontà è il suo esatto contrario: non una coerenza (che sarebbe impossibile), ma una tensione, un continuo riprendere il cammino verso l’ideale dopo ogni caduta.

Non c’è nulla di ingenuo in tutto ciò, bensì una profonda consapevolezza della condizione umana (che, per inciso, è la stessa che si trova in Tolkien). La vera ingenuità è il cinismo scambiato per realismo. E la prova migliore ce l’hanno data involontariamente proprio D&D, dato che, non appena hanno fatto questa scelta sciagurata, all’improvviso più nulla ha avuto senso e in meno di un mese tutta la bellezza che avevano costruito in dieci anni di duro lavoro si è squagliata come il Trono di Spade sotto il soffio infuocato di Drogon.

Speriamo che G.R.R. Martin abbia imparato la lezione e almeno nei libri sappia dare ai suoi personaggi un degno finale, certo non alla Disney, ma almeno alla Tolkien: se lo meritano e ce lo meritiamo. E se così non sarà… allora “Dracarys!”

P.S. Ai molti fan con il cuore spezzato consiglio di andarsi a vedere su Youtube gli straordinari video di Jordi Maquiavello, che rivisitano alcuni dei migliori momenti di GOT commentandoli da ogni possibile punto di vista con competenza, tecnica, cultura, intelligenza e cuore: sono in spagnolo, ma si capisce lo stesso e ne vale davvero la pena.

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