LETTURE/ La fede non vive di potere, ma solo di testimonianza

- Massimo Borghesi

I sovranisti rispondono al bisogno di un ritorno al primato della politica. Ma la fede non ha bisogno del potere. La replica di Borghesi a Casadei

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L'aula del Senato (LaPresse)

Sono lieto che Rodolfo Casadei abbia avuto modo di rispondere (Né teologia politica, né destra religiosa, ma diritto di esistere) al mio articolo, La teologia politica della destra religiosa, in cui  contestavo alcune sue tesi sul rapporto tra religione e politica. Qui l’autore mitiga, e questo è un bene, alcune espressioni a punta che rendevano il suo testo francamente inaccettabile. Due in particolare: la santificazione delle nazioni sovraniste per la loro opposizione “religiosa” al modello europeo e l’elogio senza critica del partito sovranista italiano in forza della “sacralizzazione” dei confini nazionali.

Nella sua risposta Casadei osserva come “Con tutto questo, non ho scritto e non penso, come asserisce Borghesi, che la Polonia e l’Ungheria di oggi rappresentano il modello ideale contemporaneo del rapporto fra religione e politica per chi si dice cristiano. In questo ambito i modelli ideali non esistono, esistono solo modelli storici, che proprio perché storici non possono essere esportati o imitati se non in minima parte”. La relativizzazione dei modelli è un passo importante verso il superamento dell’ideologia teologico-politica.

Parimenti importante è la seconda precisazione di Casadei. “Non sono sovranista – scrive – , anche per alcune delle ragioni che Borghesi illustra, ma penso che, nel breve termine e avendo solo l’alternativa di scegliere fra l’allearsi ai partiti sovranisti o allearsi ai partiti del politicamente corretto, per i cristiani sarebbe più opportuno allearsi coi sovranisti. Nel medio-lungo termine sarebbe un abbraccio mortale sia l’alleanza coi sovranisti che quella coi politicamente corretti, con la sola differenza che la prima sarebbe una morte lenta mentre la seconda sarebbe una morte molto veloce”. Vedo bene che si tratta di una precisazione che lascia ampi margini di discussione e, tuttavia, è innegabile che l’autore tenda qui quanto meno a diluire la “santa alleanza” tra cristianesimo e forze conservatrici, a non rivestirla di una blindatura “religiosa”.

Questo è quanto chiedevo nel mio articolo. Il resto appartiene all’analisi politica, alla valutazione delle forze politiche da parte di un cattolico impegnato, al calcolo tra costi e benefici. Si può legittimamente discutere quale sia la formula politica migliore nel contesto odierno e su questo i cattolici possono certo dividersi anche se hanno il dovere di tentare strade unitarie. Quello che non è corretto è la sacralizzazione della sfera politica, di destra come di sinistra. Nel mio intervento non ho criticato il modello teologico-politico di sinistra per la semplice ragione che oggi, differentemente dagli anni 70-80 in cui era egemone, non esiste.

Negli anni 70 il marxismo non era solo una “politica”, era la fede di milioni di uomini. Tantissimi credenti, trascinati dal fiume, scambiavano il Paradiso con l’utopia della società senza classi. Oggi il relativismo etico che caratterizza la nuova sinistra post-marxista non rappresenta una nuova teologia politica ma la dissoluzione tanto del momento teologico quanto di quello politico. È il prezzo da pagare per essere legittimati nell’era della globalizzazione governata dal primato del liberismo capitalistico. Donde la reazione dei partiti sovranisti che rappresentano, sia pure in forma distorta, il ritorno al primato della politica. Un primato che, però, ha disperatamente bisogno di una legittimazione religiosa. Donde il rischio che denunciavo nel mio articolo, quello di una strumentalizzazione della fede. Un rischio che oggi riguarda la destra e non la sinistra che, nelle sue espressioni migliori, tenta, con fatica, di uscire dall’orizzonte del relativismo etico. Per questo è errato quanto scrive Casadei: “Il politicamente corretto infatti ha molte più pretese del sovranismo nei confronti della Chiesa, è un’ideologia radicale che non fa prigionieri. Il politicamente corretto non si limita, come il sovranismo, a una strumentalizzazione esteriore di contenuti religiosi, ma esige che la Chiesa si converta al credo egualitarista, individualista, relativista”.

Si tratta di un giudizio che non si può condividere. Ripete, senza avvedersene, l’illusione dei cattolici che appoggiavano l’Açtion francaise contro il laicismo della Republique, della Chiesa che preferiva le suggestioni clericali di Mussolini all’anticlericalismo di Giolitti e di Turati. In realtà il vero pericolo, per la fede, non è dato semplicemente dal modello laicistico ma da quello che utilizza il teologico in funzione del politico.

Non si tratta semplicemente di una “strumentalizzazione esteriore”, ma del formarsi di una mentalità che non riesce più a distinguere tra il politico e il religioso. Il risultato è la metamorfosi del religioso che, impercettibilmente, cade nel primato del politico. Salvini, indipendentemente dalla sua figura politica, diviene il salvatore della patria, e, insieme, della fede. Un messia laico che viene opposto al Papa “relativista”, universalista, modernista. Assistiamo così al paradosso per cui i credenti più integralisti divengono i più secolarizzati. Per costoro la vera fede della Chiesa “tradizionale” oggi viene salvaguardata da Salvini, da Trump, Putin, Orbán, non già dai vescovi e dal Papa. Siamo di fronte ad un ghibellinismo guelfo, un paradosso tipico del nostro tempo.

Con ciò veniamo al vero punto di disaccordo tra me e Casadei: quello concernente il peso che ha la sfera del potere nella diffusione della fede nella società. Su ciò vorrei essere chiaro. La Chiesa non ha mai avuto come ideale la condizione catacombale, né tanto meno quella delle persecuzioni. Ha sempre cercato, sin dagli inizi, una coabitazione pacifica e tranquilla con i poteri del mondo, così come ha auspicato il rispetto, da parte dell’autorità secolare, della libertà di religione e di culto.

Già l’Antico Testamento elogiava il re persiano Ciro per il suo appoggio verso il popolo ebraico. Quando ho parlato di Eusebio di Cesarea ho criticato il suo modello non per gli elogi, più che giustificati, verso l’imperatore Costantino che aveva posto fine alle persecuzioni, ma per il suo paradigma teologico-politico che confonde l’universalismo cristiano con quello imperiale. Questa confusione contrassegna, a mio avviso, la posizione di Casadei. Non si spiega altrimenti l’esempio che egli porta dell’esaurimento del cristianesimo in Egitto a seguito della dominazione musulmana. Certamente gli ostacoli che l’islam ha posto alla diffusione della fede hanno avuto un peso rilevante. Come disconoscerlo? Ma – occorre chiedersi – perché non è avvenuta la stessa cosa nell’impero romano fino a Diocleziano? Perché le persecuzioni, e quindi l’ostilità dello Stato, non hanno impedito alla Chiesa di crescere anche se i lapsi, i transfughi della fede, non furono certo pochi. Con Costantino il potere prende atto che più di metà dell’impero è costituito da cristiani. Non è stato l’impero a favorire la fede, l’ha riconosciuta quando non poteva fare altro. Il giusto “influsso” del potere non sta nel sostenere una religione, privilegiandola tra altre, ma nel rimuovere gli ostacoli, le limitazioni alla sua libertà.

E vengo così all’ultima obiezione, quella contro il liberalismo odierno che non garantirebbe vera libertà di religione. Scrive Casadei: “Qualcuno mi risponderà: quello che osservi è vero, ed è anche per questo (cioè per evitare favoritismi verso un determinato culto e per prevenire guerre di religione) che è stato inventato il moderno Stato laico, che separa regione e politica e ha fra i suoi fondamenti la neutralità statale rispetto alle confessioni religiose. Già, peccato che 250 anni dopo la Rivoluzione francese di neutralità religiosa degli Stati non ci sia alcuna traccia. Gli Stati che non presentano una religione di Stato o una religione favorita in quanto costitutiva dell’identità storica del paese l’hanno sostituita con le varie forme di religione secolare che si sono succedute: il nazionalismo, il razzismo nazional-socialista, il social-comunismo, oggi l’egualitarismo e tutta l’ortodossia del politicamente corretto che ben conosciamo”.

Si tratta, come è evidente, di un giudizio pesante. Per l’autore non vi sarebbe sostanziale differenza tra gli Stati totalitari del 900 e lo Stato liberal-democratico odierno. Il relativismo etico, identificato surrettiziamente con la democrazia, priverebbe la libertà di ogni valore reale. La critica del “politicamente corretto”, del progressismo relativistico, porta alla critica radicale della democrazia occidentale concepita come la religione della dissoluzione. Donde la ricetta del contropotere come unico rimedio.

Non posso, ovviamente, concordare con queste conclusioni. La giusta critica all’identificazione ideologica tra democrazia e relativismo etico non può portare alla liquidazione o alla svalutazione del modello democratico. Né tanto meno alla sua identificazione con una teologia politica, rischio che si può avere in una visione messianica della democrazia. Allo stesso modo l’alternativa al relativismo non può risiedere in contropoteri che si servono, allo scopo, di una legittimazione religiosa che obbliga la Chiesa a schierarsi, a divenire una fazione in lotta, un partito. Non è corretto contrapporre una teologia politica al relativismo dominante.

La fede non ha bisogno di poteri o di contro-poteri per essere, dipende solo da una libera testimonianza. Si diviene cristiani per un incontro carico di attrattiva, di umanità vera, non per le lusinghe o le fascinazioni di tribuni della plebe che ostentano simboli. I simboli, all’interno della teologia politica centrata sulla dialettica amico-nemico, hanno un valore unicamente “politico”. Servono ad identificarsi in “contrapposizione” ad altri. Casadei rimprovera all’Occidente liberal-democratico di essere totalizzante nella sua ideologia relativistica. Ha certamente buone ragioni. Il progressismo è un’ideologia, al pari della reazione. E, tuttavia, vorrei osservare, per quanti limiti abbia il sistema liberal-democratico odierno, cosa impedisce alla Chiesa di utilizzare della libertà di religione e di annunciare Cristo nel mondo odierno? Non risulta che in Italia la comunicazione di Cristo, l’esperienza di una compagnia segnata dalla fede, sia ostacolata, proibita. Lo è in molti Paesi del mondo, retti da regimi non propriamente democratici, ma non in Europa o in America.

Certo i regimi “politicamente corretti” stravolgono le legislazioni, impongono i modelli che eliminano gli “scarti”: anziani, malati terminali, portatori di handicap selezionati all’origine, bambini mai nati. Questo è orribile, ma accade ovunque nel mondo odierno contrassegnato dal modello tecnocratico, funzionalistico, utilitaristico. Un modello che rischia di fagocitare anche la democrazia. E, tuttavia, questa sussiste. La Chiesa, tanto per ricorrere alle suggestioni di Casadei, ne beneficia ancora, non ne trae solo svantaggi. Per questo i laici cristiani si devono impegnare nel dissociare democrazia e tecnocrazia. Nel far ciò rendono un servizio a tutti.

La Chiesa d’altra parte non può scaricare sul mondo “secolarizzato” la responsabilità della propria inerzia. L’Occidente liberal-democratico non sarà favorevole alla Chiesa, non riconosce i suoi meriti nonostante la sua storia bimillenaria senza la quale l’Occidente stesso sarebbe un fantasma, e, tuttavia, non ne impedisce la libera diffusione. Se questa avviene o non avviene, non è merito o colpa innanzitutto dei poteri del mondo ma della Chiesa stessa. Su questo punto, ma avremo modo di dialogare in un’altra occasione, vorrei che Casadei portasse la sua attenzione.

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