LETTURE/ “L’impatto sociale”: oltre bilanci e valutazione, la carezza necessaria

- Pauli Preuss

Un saggio affronta il tema dell'importanza per il Terzo settore dell'analisi dell'attività. Solo così si può calibrare una risposta all'altezza del bisogno

Laura Nurzia, vicepresidente di Progetto Arca Laura Nurzia, vicepresidente di Fondazione Progetto Arca

È un lavoro scientifico il testo L’impatto sociale. Dati di valore verso il bilancio sociale, a cura di Stefano Gheno, Marco Iazzolino e Laura Nurzia (membri del Comitato scientifico di Fondazione Progetto Arca), perché entra con rigore nella necessità – ormai consolidata – per gli enti del Terzo settore di uscire dalla debilitante formula dell’autocompiacimento dettato dalla certezza di fare del bene, per incanalare nella giusta direzione le formidabili energie che si investono e farlo secondo parametri comprensibili, misurabili e ripetibili.

Per generare un cambiamento, per essere efficaci, per produrre un impatto occorre un processo fondamentale che è la valutazione, occorre l’acquisizione dei dati, la loro rielaborazione, occorrono formule interpretative, modelli statistici di riferimento e indicatori. Si tratta di considerazioni lapalissiane per il mondo profit, che sull’acquisizione e la rielaborazione dei dati costruisce le proprie misure di natura strategica (il 96% delle grandi imprese investe in soluzioni generate da Big Data e Analitics), ma da non poco tempo questa convinzione è (finalmente) entrata prepotentemente nel non profit (con una abissale differenza nella capacità/possibilità di investimento in questa funzione essenziale). È evidentemente una gran bella sfida quella che i curatori pongono a tutto il Terzo settore, perché senza dati non si può avere un quadro chiaro della salute di un’organizzazione, della sua capacità organizzativa, ma soprattutto della sua efficacia in termini di impatto.

E questo è un problema sostanziale. Perché se al centro di un processo profit c’è il prodotto (per quanto suadenti campagne di marketing dicano che è altro), al midollo delle azioni di una organizzazione non profit c’è – per davvero – il soggetto, con tutto il suo sconfinato bisogno, le difficoltà, le criticità e i complessi disturbi a cui una serie di azioni (progetti) intendono fornire risposte. Pertanto quanto più aumenta la qualità degli elementi che l’organizzazione riesce ad acquisire, analizzare e orientare, tanto più l’azione che ottiene è efficace e – occorre sottolinearlo – la qualità degli interventi di questi enti, in moltissimi casi, mira a cambiare sostanzialmente la vite delle persone.

In dubbio non è quindi se è opportuno, ma semmai come tale lavoro si deve svolgere perché sia realmente efficace; e qui ci si addentra in un dedalo complesso, perché non esiste un approccio unico adottato a livello globale e al quale tutte le organizzazioni possono far riferimento per gestire e misurare l’impatto. Al momento, gli approcci di gestione e misurazione sono quasi un centinaio e qui la letteratura scientifica si sbizzarrisce e al tempo stesso le istituzioni – sempre più (finalmente) consapevoli dell’impatto sociale prodotto dal no profit – sono interessate a capire dove e con chi investire le ingenti risorse necessarie e a mitigare gli effetti negativi, come ad esempio prevede il piano di azione dell’Unione Europea che si propone di ridurre entro il 2030 di almeno 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale.

La via “necessaria” che il legislatore impone alle realtà sufficientemente strutturate è la redazione del Bilancio sociale, che non va inteso come un adempimento burocratico, ma, come osserva Laura Nurzia, Vicepresidente Fondazione Progetto Arca, come un’occasione per fermarsi e prendere coscienza delle proprie origini e motivazioni, acquisire consapevolezza di come l’ente sia in grado di assecondare i mutamenti dei bisogni sociali, di raccogliere i dati degli interventi realizzati. È l’occasione di un lavoro di gruppo fecondo, interdisciplinare, un momento essenziale di riflessione su di sé, di messa alla prova, di comprensione leale di quello che ha funzionato e di cosa è successo quando le cose non sono andate come si sperava. Il monitoraggio e l’introduzione di processi valutativi ci aiuta ad essere più seri nell’utilizzo delle risorse comuni e a tenere sempre presente che trattiamo e proteggiamo risorse non nostre, da investire proprio perché patrimonio comune. Valutare i nostri percorsi e i nostri risultati ci serve per prendere decisioni che rispondano realmente ai bisogni che ci interpellano.

Il capitolo per me più interessante risulta essere il quarto, che introduce – in forma estremamente attraente – il tema delle persone senza fissa dimora: persona che secondo la retorica corrente siede per terra ai bordi di una strada, vestita di stracci, sporca, maleodorante e chiede l’elemosina. Il tema è interessante perché ci pone di fronte ad un fenomeno imponente a livello continentale e negli Stati Uniti, su cui sono stati fatti moltissimi studi (i primi intorno addirittura agli anni Venti del secolo scorso), che riguarda un’alta numerosità, le cui cause sono molteplici: precarietà lavorativa, disagi psichici, dipendenze da alcol o da altre sostanze, rotture familiari, isolamento. Nel nostro Paese – ma anche altrove – per molti anni si è dato per scontato il fatto che la povertà (e il fenomeno degli homelessness è ascritto a questa macro categoria) è un fatto congenito ad ogni contesto che si sta sviluppando e alla stessa maniera ci si è convinti che una sana crescita economica avrebbe riassorbito progressivamente le sacche residue di povertà. Non sono mancati gli strumenti di misurazione (le ricerche sulla povertà sono iniziate in Italia negli anni cinquanta!!), ma ci si è abbeverati della convinzione che l’arma più potente per contrastare tale disagio sarebbe stato l’accesso progressivo ad un livello di benessere economico capace di renderci – attraverso l’accesso al consumo – finalmente fuori dallo stato di bisogno. Non mancavano i dati, ma il perdurare della problematica (amplificatasi in alcuni casi) documenta che i “barboni” tradizionali vivono in una condizione di isolamento e povertà estrema per scelta di stile di vita e di autoesclusione. Ovvero ci sono sì delle cause esterne che spingono verso il basso, ma al contempo c’è un sostanziale, netto, pragmatico rifiuto da parte di queste donne e uomini di accettare il modello e la forma di vita che il nostro “sistema” produce, propone e legittima.

Intercettare questa opposizione, osservarla, non in maniera distaccata ma scendendo in strada con lei, non limitandosi a scrollare il capo o a disfarsi della monetina in eccesso davanti alla mano tesa, ma fermarsi timidamente a conoscere, a cercare una reciprocità fatta di scambi, provare a penetrarne le oscurità, sorridere, stringere mani e guardare negli occhi è – a modesto avviso di chi da anni prova a cercare brandelli incompiuti di soluzioni ai bisogni straripanti – la sola via che scalda il cuore e non lascia in bocca il senso di una inevitabile sconfitta.

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