LETTURE/ L’occidente multiculturale e relativista poteva vincere in Afghanistan?

- Pier Luigi Fornari

Il fallimento del tentativo di “esportare” la democrazia da parte di un Occidente che ha perso tutti i suoi valori cristiani fondanti

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Profughi afghani a Fiumicino (LaPresse)

Alla clamorosa riscrizione della storia fatta dal presidente usa Joe Biden (“Non volevamo costruire uno Stato democratico in Afghanistan”), si potrebbe apporre, come negli esercizi di matematica liceali,  la dizione c.m.d., cioè come volevasi dimostrare. Non perché l’operazione di trasmettere i valori democratici in quel Paese fosse di per sé impossibile, ma perché l’Occidente ha affrontato questa sfida con un sistema di premesse che contraddicono tale finalità.

La democrazia è sorta in una civiltà che ha alla sua origine la rivelazione giudeo-cristiana. È emersa come male minore di fronte alle spaventose derive dei totalitarismi, e nella convinzione che anche la perfezione della comunione cristiana non può essere tradotta a pieno in una forma statuale. Una civiltà nella quale, peraltro, faticosamente e lentamente, seppure spesso contraddetto, il comandamento del Discorso della Montagna “Amate i vostri nemici” è stato un fermento sempre presente. In Afghanistan si è pensato di poter trasmettere la democrazia, questo frutto derivato e fragile della nostra storia, buttando a mare tutto questo fondamentale retroterra e sposando una cultura relativista, multiculturale. Il cui ideale, l’inculturazione cioè, obbliga a perdere l’identità costituita dalla nostra cultura.

Si è molto criticata l’evangelizzazione effettuata dai missionari di diverse confessioni cristiane nei Paesi colonizzati dall’Occidente, ma per quanto gli interessi delle grandi potenze abbiano contraddetto questo messaggio, pure i missionari erano portatori di un senso, di ragioni per cui vale la pena di vivere, di morire, di mettere al mondo figli. Ancora più radicalmente, per dirla con San Tommaso, l’operazione è sempre proporzionata al soggetto che la compie. Qual è lo stato del soggetto “Occidente” oggi? Quindi prima ancora di una giusta analisi delle strategie e delle iniziative effettuate in Afghanistan la domanda è: cosa è oggi l’Occidente?

Questo aspetto è collegato al problema dei profughi, perché mentre si gareggia irresponsabilmente nello sport della ricerca del capro espiatorio della débâcle afghana, allo stesso modo irresponsabilmente si esprimono incondizionate disponibilità ad accogliere i profughi di quel paese, ma ovviamente nelle periferie degli altri. E ciò sempre con la premessa ideologica del multiculturalismo, cioè del suicidio di una civiltà che fa da pendant al suo suicidio demografico.

Le ondate migratorie non sono una novità nella storia: l’alto medioevo ne è l’esempio più eloquente, ma il punto fondamentale di nuovo è la domanda: chi è il soggetto a cui spetta accogliere? Nel medioevo c’era una cultura cristiana capace di conciliare particolarismi delle tradizioni etniche e unità della civiltà. Il multiculturalismo è capace solo di creare conflitti e contrapposizioni. Unico fattore aggregante, e al tempo stesso disgregante, di questa globalizzazione è il denaro. Ma per questo può valere quanto affermò profeticamente il primo ottobre 1999 San Giovanni Paolo II nel Motu proprio con cui dichiarò Santa Caterina da Siena, Santa Brigida e Santa Edith Stein compatrone di Europa: “Per edificare su solide basi la nuova Europa non basta certo fare appello ai soli interessi economici, che se talvolta aggregano, altre volte dividono, ma è necessario far leva piuttosto sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo. Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con l’indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia”.

In questa identità perduta dell’Occidente rientra fondamentalmente la figura della donna. Le violenze perpetrate dai talebani, specialmente sulle donne afghane, sono inammissibili e da contrastare in ogni modo, così come è inaccettabile che siano sottoposte alla legge della sharia. Ma c’è da chiedersi se nelle numerose e benemerite iniziative effettuate dalle Ong e non-Ong dei governi occidentali non sia mancata un’anima anche sotto il profilo della emancipazione della donna. Nei resoconti riportati dai media di tutto il mondo si legge qua e là che non ci sono state solo Ong che hanno puntato all’affermazione della dignità della donna a livello familiare e sociale; qualche agenzia ha pensato fondamentalmente che l’emancipazione della donna si identificasse con la contraccezione, con la promozione dell’aborto per vie che eludessero la legge afghana, che alcune donne emancipate dall’Occidente hanno scoperto la professione della tatuatrice, della danzatrice di breakdance…

Anche in questo caso il problema di fondo è a quale soggettività corrispondono queste iniziative. In altri termini, qual è la condizione della donna in Occidente nei tempi di pandemia e post-pandemia. L’angoscia di morte creata dal coronavirus, soprattutto nella sua rappresentazione dei media, non ha creato forse uno smarrimento ulteriore della sua identità? Mentre imperversa la propaganda disgregatrice e totalitaria del gender e cresce la cultura epuratrice del Me Too, si registra anche un segnale fenomenologico da non sottovalutare: una diffusa perdita del senso del pudore nell’abbigliamento femminile, nei luoghi di vacanza e in città, nelle giovani e nelle meno giovani. Eppure il pudore è un sentire fondamentale nella difesa della persona, come ha scritto san Giovanni Paolo II. La ricaduta di tutto questo non è forse la solitudine? Le fiction ci raccontano storie di donne che lasciano il marito quarantenne per tornare single, scappando con il cane. Ed è sempre più frequente incontrare donne, specialmente giovani, passeggiare da sole con un cane. Anche i giornali femminili registrano che il narcisismo, tra maschi e femmine, è in preoccupante crescita.

Scrive la Bibbia che non è buono che l’uomo sia solo, perciò la donna è per lui ezer kenegdo (una espressione ebraica forse intraducibile), “un aiuto come di fronte a lui”. Ma c’è di fronte ad un uomo il volto di una donna in dialogo di aiuto con lui? E di fronte alla donna c’è il volto di un uomo portatore di una parola di aiuto? È evidente che non è in gioco solo la donna, ma l’umanità. “Quando cade la donna, cade un mondo”, ha scritto la grande intellettuale tedesca Gertrud von Le Fort nella sua opera La donna eterna, nella quale prende come modello esemplare la Beata Vergine Maria. La Le Fort è  una protestante convertita al cattolicesimo, estimatrice ed amica di Edith Stein, molto consapevole della crisi europea del XX secolo, vissuta particolarmente in Germania.

Proprio in Germania, recentemente a Francoforte è stata eseguita l’opera di Francis Poulenc Dialogues des Carmélites, che attraverso Georges Bernanos, trae origine da un romanzo della Le Fort, L’ultima al patibolo, con cui ella ha voluto esprimere l’angoscia del suo tempo e la vittoria della grazia donata da Dio.

Oggi l’esperienza dell’angoscia di morte creata dalla pandemia e dalla sua rappresentazione mediatica, non ha avuto ancora risposte del livello della Le Fort, cioè che “L’umano non basta”. È il momento in cui per noi non è possibile evitare la domanda: “Chi siamo veramente?”. Queste righe non sono un disperato lamento, perché il Kerigma di Gesù Cristo Risorto ci annuncia che proprio nell’umiliazione più grande, quella della morte, nella presa d’atto di colpe che sembrano non avere rimedio, si apre una sorprendente e inaudita speranza di perdono e di rinascita ad una vita senza fine, e l’apertura ad una missione di amore fino ai confini della terra.  Ma di fronte a ciò c’è un bivio che meglio non si può esprimere che con il salmo 94, quando la Scrittura prospetta di nuovo una possibile conclusione felice dell’Esodo, una reale liberazione: “Ascoltate oggi la Sua voce: Non indurite il cuore…”.

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