LETTURE/ “L’ombra del nemico”: guerra e vittime dell’Isis, dalla Siria a casa nostra

- Francesco Petronella

Nel suo ultimo lavoro, “L’ombra del nemico”, Marta Serafini esplora le zone d’ombra dell’ultima, subdola guerra che ha investito l’occidente: quella dello Stato islamico

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Molenbeek (Belgio), marzo 2016: la cattura di Salah Abdeslam, tra i responsabili della strage del Bataclan (LaPresse)

Un florilegio di esperienze, vissute sul campo ma anche nella realtà quotidiana di una giornalista che racconta il mondo pur rimanendo a casa sua, in Italia. Un piccolo vademecum che racconta, spesso in presa diretta, come nasce, cresce e declina quello che per il mondo intero è stato per lungo tempo “il nemico” per eccellenza: lo Stato islamico.  Tutto questo è L’ombra del nemico, il libro di Marta Serafini, giornalista del Corriere della Sera, edito da Solferino. L’autrice accompagna il lettore in un viaggio che va dalla Siria all’Afghanistan passando per l’Iraq e il Mediterraneo in una ricerca che sembra tendere quasi sempre alla stessa domanda: perché?

Scorrendo le pagine de L’ombra del nemico, il lettore è portato a chiedersi come sia stato possibile che il germe del jihadismo salafita abbia seminato fascino e terrore non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa e nel resto del mondo. Non a caso uno dei temi più importanti del volume, trattato con passione e delicatezza dall’autrice, è quello degli occidentali che nel corso degli anni si sono avvicinati alla causa del califfato. È il caso della storia di Maria Giulia, un’italiana convertita al credo jihadista che ha assunto il nome di Fatima. È il caso delle pagine dedicate agli attacchi condotti da Daesh nel cuore dell’Occidente, da Charlie Hebdo a Bruxelles, dove l’autrice cerca di indagare i come e i perché dell’adesione al verbo di Daesh da parte di giovani europei.

In questo contesto, però, Serafini decide di andare ancora più in profondità, esplorando e raccontando le storie di chi fugge dai teatri di guerra in Medio Oriente e Nord Africa. Nei giorni in cui la narrazione mediatica e i talk show sembrano non riuscire a distinguere la morte seminata in Europa dai seguaci di Daesh dalla questione migratoria, l’autrice parla degli uomini e delle donne che tentano disperatamente di raggiungere il vecchio continente via terra e via mare. È un’operazione che, in presa diretta, tenta di discernere l’effetto dalla causa, dato che molti di quei migranti scappano dalla violenza jihadista di cui vengono accusati di essere vettori. Un pregio innegabile del libro è quello di inserire nella narrazione pillole di storia necessarie a comprendere determinate dinamiche. Prezioso, ad esempio, il modo in cui Serafini racconta i principi del “jihadismo 2.0” inaugurato dallo Stato islamico, il modo in cui la sua propaganda si è affinata tanto da diventare potente e pervasiva a livello globale.

In altri termini, Marta Serafini va ad esplorare le zone d’ombra della guerra, del terrorismo jihadista e degli spostamenti di persone che ne sono la conseguenza. Quelle storie, cioè, che passano spesso in secondo piano di fronte al clamore e all’enfasi che solitamente seguono attacchi ed eventi di grande portata massmediatica. È un viaggio raccontato in prima persona, in cui il lettore può apprezzare non solo il fascino dei reportage sul campo, dei contatti con ribelli, miliziani, convertiti e rifugiati in Medio Oriente, ma anche i dettagli del lavoro quotidiano che un giornalista di esteri è chiamato a fare anche quando non è sul campo. Ad esempio, Serafini racconta di come lei e altri professionisti del Corsera hanno vissuto e raccontato avvenimenti importanti pur restando in redazione e persino nella quotidianità al di fuori del lavoro. Questo perché, il libro lo mette benissimo in luce, non si smette di essere giornalisti quando si è lontani dal luogo dei fatti, e neanche quando si è in vacanza.

In conclusione, L’ombra del nemico affronta con una prosa schietta, onesta e senza fare sconti a nessuno alcuni degli anni più bui della storia contemporanea. Marta Serafini lo fa da protagonista, nascosta ma non per questo assente, andando oltre quella “modestia a tutti i costi” che molti si aspettano dai giornalisti. L’autrice stessa parla apertamente e oltre ogni ipocrisia di quel tocco di narcisismo che contraddistingue chi decide di intraprendere questa difficile, vituperata e meravigliosa professione che si chiama giornalismo. Scalare grandi montagne come il racconto sul campo della guerra è un compito che spetta a chi ha la stazza, la follia, gli strumenti e l’autocoscienza necessari per poterlo fare.

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