LETTURE/ Marlowe e Faust, se anche il diavolo ha bisogno di Dio

- Riccardo Sturaro

Nel “Dottor Faust” (1590), Christopher Marlowe fa vedere che l’uomo, sempre, dipende: se non da Dio, da qualcos’altro che prenderà il Suo posto (2)

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Eugène Delacroix, La barca di Dante (1822)

Si capisce così come al centro dell’opera non ci sia innanzitutto una riflessione sull’umano, quanto piuttosto sul demoniaco. Faust tematizza una possibilità irrealizzabile per l’uomo, ma realizzata per Satana. Il vero protagonista dell’opera è Mefistofele, la cui condizione è indagata attraverso l’assurdo logico del patto a cui Faust si piega. In questo senso, proprio il paradosso dell’accordo apre a un secondo più profondo enigma: quello incarnato dalla condizione stessa dell’esistenza del diavolo.

La prima considerazione a proposito riguarda ancora la possibilità del pentimento. Il fatto che il diavolo – e come il diavolo, Faust – non possa pentirsi non dipende da una costrizione esterna: il non potere è non volere, l’unico vincolo è quello rappresentato dalla propria scelta, dal rifiuto del bene che la propria libertà ha deciso in piena consapevolezza, dal puro e irreversibile odio alla luce. Satana non si è ingannato come potrebbe ingannarsi un uomo: non ha cercato il male confondendolo con il bene, ha cercato il male in quanto male, ha cercato il male contro Dio.

E d’altra parte questa impossibilità del pentimento non significa incapacità di riconoscere ciò che è buono e ciò che è malvagio. Il diavolo è incatenato alla scelta del male, ed è questa la sua tortura: conoscere Dio, averne visto il volto, eppure rifiutarlo, anzi odiarlo, ed escludersi volontariamente dal suo cospetto.

Questa consapevolezza del maligno è rappresentata con intuizioni fulminanti lungo la tragedia, specie nei dialoghi tra Mefistofele e Faust: “Ma questo è l’inferno, non ne sono fuori” – spiegherà il demonio all’uomo che gli domanda delucidazioni intorno alla realtà dell’inferno – “Credi tu che io, che ho visto il volto di Dio e sperimentato le gioie eterne del Paradiso, non sia tormentato da diecimila inferni, nell’essere privato di quella benedizione eterna?”.

Il diavolo è un infelice che ha scelto la sua infelicità, e che tragicamente la preferisce alla pienezza che gli verrebbe dallo stare con Dio. Sprofondando nell’abisso della sua solitudine, Faust, tanto quanto Satana e Mefistofele, si sente attratto a Dio, ma odia questa attrazione e per questo, nel corso della tragedia, quanto più la avverte tanto più la nega. In questa tensione paradossale si definisce la natura del maligno, di cui il protagonista, nuovo Lucifero, ormai partecipa.

Il centro di tale condizione e del paradosso che è scandagliato lungo tutta l’opera è questo: nonostante tutto il suo rifiuto e la ribellione che lo definisce nell’intimo (“io sono negazione!” grida il Mefistofele di Goethe) il diavolo, nel profondo, esiste in rapporto a Dio. La sua essenza si esprime come un “essere contro” soltanto in seconda battuta, innanzitutto anche Satana “è”, ed essere, nell’universo disegnato da Marlowe, significa “essere creato”, dunque essere in rapporto con un Creatore. La condizione dell’esistere è la partecipazione all’essere che proviene da Dio: il diavolo quindi si pone contemporaneamente in Dio e contro Dio. È per questo il più contraddittorio degli esseri. In quanto è libero, può ribellarsi, ma in quanto è creatura porta in sé il segno che vorrebbe distruggere.

In definitiva, nel profondo, il diavolo consiste del rapporto che nega. Questa ambiguità, per la quale Satana insieme distoglie e richiama al bene, è una costante della tragedia. Di fronte a Faust che squalifica l’esistenza dell’oltre e la possibilità di un giudizio dopo la morte, Mefistofele impone la sua stessa esistenza. Il dubbio umano è confutato da una “prova vivente”, dalla presenza del diavolo, che suo malgrado costituisce l’ultimo rovesciato ma innegabile rimando a Dio: “Credi che Faust sia così ingenuo da pensare che ci sia altro dolore dopo la vita? Queste sono sciocchezze, nient’altro che favole per vecchie zitelle”, osserva Faust, nel suo razionalismo. E gli risponde Mefistofele: “Ma io sono la prova vivente del contrario, perché ti dico che io sono dannato, e in questo momento stesso all’inferno”. Ancora, oltre: Faust: “Io credo che l’inferno sia una favola”. Mefistofele: “Sì, continua a pensarlo, finché l’esperienza non ti farà cambiare idea al riguardo”.

L’ateismo si rivela una posizione insostenibile, sconfessata proprio dal più negativo degli esseri: il diavolo stesso. La “funzione di richiamo” che l’autore assegna a Satana all’interno dell’opera è documentata anche dal grande esorcista padre Gabriele Amorth. In un’intervista questi racconta che, durante uno dei suoi interventi, avrebbe provocato lo spirito con il quale era in lotta ricordandogli la sua miseria di angelo caduto, in confronto alla gloria e all’onnipotenza di Dio. Dopo un silenzio prolungato, il demonio gli avrebbe risposto: “Ricordati che anch’io sono stato creato da Lui”. È questa una battuta che non stonerebbe in bocca al Mefistofele di Marlowe. Nel diavolo permane l’impronta del Dio che lo ha creato e che non lo distrugge. La libertà – questo margine di autonomia per il quale la creatura pur provenendo da Dio può negarsi a Dio – sceglie di “essere contro”, l’angelo sprofonda, ma semplicemente “essendo” è costretto ad annunciare, contro la sua volontà, il Dio che odia.

Questa è l’essenza del maligno. Solo ammettendo che con il patto Faust abbia attraversato il confine dell’umano e sia entrato nella dimensione di esistenza del diabolico si comprende come sia possibile in lui la convivenza lacerante e paradossale di spinte opposte, di rifiuto e di attrazione, contro Dio ma pur sempre in Dio. La compresenza e la dialettica di tali dinamiche costituisce lo schema profondo di tutta l’opera e il cuore del capolavoro finale, l’ultimo monologo dell’opera. Qui, i moti contrari e alternativi si scontrano per soverchiarsi a vicenda, ma il sormontare dell’uno rincalza l’altro: tanto maggiore è l’attrazione, tanto più forte il rifiuto, che a sua volta è sorpassato da un altro richiamo, senza soluzione possibile. Le due spinte opposte infatti si compenetrano e si co-implicano nello stesso essere, esse, in definitiva, sono la stessa cosa.

Il demonio di Marlowe si definisce nel rapporto che nega, qui è la sua contraddittorietà, qui, anche, il suo indiscutibile fascino. Ma se è vero che al centro dell’opera è innanzitutto una riflessione intorno alla natura del diavolo, occorre anche riconoscere che questa pare uno spunto per concepire ed elaborare una certa immagine dell’uomo, una precisa antropologia. Tanto quanto il diabolico, anche l’umano emerge come indefinibile fuori da una relazione, precisamente: fuori dal rapporto con il valore che afferma. Il mito storiografico che individua nel Rinascimento una stagione di emancipazione dell’uomo, di antropocentrismo inteso come rivendicazione dell’autonomia del soggetto umano da qualsiasi interferenza del trascendente, offre schemi critici del tutto inadeguati all’interpretazione del Dottor Faust.

Piuttosto che rappresentare il gesto titanico di un io che si solleva fino all’autodeterminazione, Marlowe nella sua tragedia raccontò l’impossibilità di questa immagine e l’illusorietà del sogno (che pure si affermerà nella storia culturale dell’Occidente) di una libertà che consista in sé, che si specifichi in rapporto a sé stessa e non ad altro da sé. Dunque, è certamente straordinaria l’audacia con la quale Faust rimprovera la debolezza di Mefistofele che rimpiange la sua caduta (“Cosa? Il grande Mefistofele è così addolorato perché gli hanno negato le gioie del Paradiso? Ma impara da Faust ad essere forte come un uomo, e a disprezzare quelle gioie che non possederai mai”) e veramente pare di percepire in questi versi una nuova voce dell’uomo, definitivamente immanente, svincolata da qualsiasi metafisica e da qualsiasi Dio.

Ma non bisogna dimenticare di accostare queste righe tratte dal primo atto ad altre, estrapolate dagli atti seguenti e soprattutto dal finale: qui, la ribellione di Faust a Dio si rivela non in una liberazione, ma nella nuova e paradossale schiavitù al potere, al piacere, al nemico. L’uomo titano, che avrebbe preteso di definirsi in sé stesso, scopre con tragica lucidità che la libertà è sempre funzione di un rapporto. E il Faust che aveva rinnegato Dio e la sua propria creaturalità si ritrova non padrone di sé stesso, ma servo di Satana.

Così, quando tenterà di sconfessare il patto, di fronte al nuovo rimprovero di Mefistofele dovrà piegare la fronte, come un bambino: “Mi pento di averlo offeso! Dolce Mefistofele, supplica il tuo signore, perdoni la mia ingiusta presunzione e io confermerò col mio sangue il voto fatto a Lucifero”. Non c’è l’entusiasmo dell’indipendenza, in questi versi, ma una nota dolorosa di servilismo.

L’immagine dell’uomo moderno che il finale del Faust consegna è pervasa dalla sensazione della sottomissione. Il protagonista è svuotato dell’impeto che lo avrebbe eretto a misura di tutte le cose, è un debole, un vinto. I termini del contratto paiono ribaltati, cosicché non Faust ha in potere Mefistofele, ma Mefistofele Faust. Quest’ultimo paradossale rovesciamento scaturisce da un’intuizione profondissima e tragica di Marlowe, che coglie nell’indipendenza agognata dal suo protagonista, dalla sua modernità, un’illusione. In verità l’uomo, sempre, dipende: se non da Dio, allora da qualcos’altro, che prenderà il posto di Dio, e che in definitiva sarà Dio per lui. Né per gli uomini né per gli spiriti è possibile privarsi di questa dimensione fondamentale di dipendenza.

Forse è questa l’intuizione centrale della vicenda: che il sé sia indefinibile senza l’altro da sé, che altrove, e non in noi, sia racchiuso il nostro segreto. Platone esprimeva la medesima consapevolezza tragica quando, confutando i teorici dell’homo mensura, scriveva: “il dio, e non l’uomo, è misura di tutte le cose”.

(2 – fine)

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