LETTURE/ Mastrocola-Ricolfi, se il pensiero critico non comincia più a scuola

- Alessandro Burrone

È il tempo che la “libera parola” torni a manifestarsi, abbattendo il circolo della correttezza politica. È il compito che si sono dati Paola Mastrocola e Luca Ricolfi

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Qualche mese fa è apparso sul web, a firma di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, un Manifesto della Libera Parola. Consultabile nel sito della Fondazione Hume, di cui Ricolfi è presidente, esso si proponeva, al di là dei dibattiti particolari del momento, di analizzare in modo più ampio i cambiamenti che hanno contribuito nel nostro paese all’allontanamento, sempre più “incolmabile” e nel silenzio di molti intellettuali, tra i linguaggi del “vivo pensiero della gente e [quello] della società pubblica”.

La riflessione, provocatoria e preziosa, era anche un tentativo di mettere in guardia dal “circolo vizioso inarrestabile” che l’esasperazione del politicamente corretto può avviare: creando nella realtà “un clima di sospetto e paura” che non incoraggia il pensiero critico, né il “confronto e lo scontro pubblico – aperto e leale – fra concezioni e sensibilità opposte”, estremizzando al contempo le reazioni nel mondo dei social. Circolo vizioso che periodicamente torna a far discutere (ad esempio, ha scritto Davide Rondoni sul Qn del 1° ottobre che “la deriva moralista della politica è sempre un segno della sua crisi”; mentre nel blog delle Edizioni Lindau si può trovare la traduzione di una lunga lettera di dimissioni di Peter Boghossian, un professore di filosofia americano).

La doppia firma di Ricolfi e Mastrocola torna sulle copertine di un nuovo saggio, dedicato ad un’altra fondamentale questione su cui il dibattito nell’ultimo anno è stato ugualmente vivace. Il volume, pubblicato da La Nave di Teseo, si intitola Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza.

Il problema dell’istruzione era del resto già tematizzato in un celebre saggio dello stesso Ricolfi, del 2019, La società signorile di massa. Qui veniva infatti presentato come uno dei tre principali pilastri alla base dell’originale categoria interpretativa della società proposta dal sociologo: un processo, scriveva, già avviatosi negli anni sessanta, ovvero “la progressiva distruzione della scuola e dell’università come luoghi di formazione che richiedono un duro impegno, e in cambio promettono un incremento sostanziale delle conoscenze e delle abilità, certificato da un titolo di studio credibile”.

D’altro canto, Paola Mastrocola – con una lunga carriera come insegnante di lettere a Torino e dintorni, oltre che scrittrice ed accademica – negli anni è nondimeno tornata ad affrontare il tema di questo “lavoro umile” che è la scuola. Se n’è occupata in svariati interventi (questo, ad esempio, al Festival della Mente del 2014) e con diverse puntate nella saggistica e nel romanzo: ne sono un esempio, tra i primi (anche qui, titoli parlanti) La scuola raccontata al mio cane (2004) e Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (2011), o ancora La passione ribelle (2015).

Scrittrice di diversi generi, dalla poesia alla fiaba, è tuttavia un romanzo che a proposito viene in mente, uno dei suoi primi e più popolari, dallo stile scanzonato e torrenziale: il meraviglioso Una barca nel bosco (2004) – dove, tra l’altro, si anticipano e sono enucleate molte delle idee spesso ribadite dall’autrice sul tema.

È un libro certamente dalla forma peculiare: come fosse uno dei “pelucchi” (peluche) di cui uno dei piccoli personaggi, Furio, è innamorato e produce a dozzine, senza troppo affannarsi per eventuali difetti d’assemblaggio. Infatti, si potrebbe dire che al suo interno vi è al contempo un velato conte philosophique (i versi di Orazio non sembrano solamente buttati lì), una denuncia sociale, un atipico bildungsroman. E poi un po’ mare (l’isola di provenienza del protagonista, Gaspare Torrente: un nome un programma), molta città (Torino, che fa da sfondo con i suoi tram e le sue specialità culinarie e dialettali) e un po’ bosco. Incluso un pizzico di cristianesimo tendente al new age; l’ingrediente del trascendente rimane sempre sullo sfondo dei suoi romanzi.

È, poi, un elogio dell’imperfezione: come lo sono gli alberi – maestri e compagni per il protagonista – appunto, di un bosco, “perché perfetto viene dal latino e vuol dire finito, compiuto. E gli alberi non saranno mai perfetti […] perché crescono continuamente. Ogni anno aggiungono e tolgono qualcosa, e cambiano forma”. E allora crescere non è più “un imperativo, una coazione”.

Con storie come queste, Mastrocola ci fa rivivere nel mondo di un ragazzo di quell’età, in quella piccola società non priva di tratti alquanto terrificanti – e poi di università “tutto un fumo senza arrosto che ti affumica il cervello”, popolate “di studenti, tranquilli, spenti, diciamo disattivati”. Proprio come delle piante che, al contrario, avrebbero bisogno di un “buon drenaggio”. 

Sarà forse questo al centro del nuovo approfondimento (al contempo testimonianza e “j’accuse accorato”) con una prospettiva sia umanistica che scientifica sul complesso tema della scuola e delle sue responsabilità, arrivando a conclusioni giustamente allarmanti: “A dire il vero – come scrisse una volta Simon Leys – nulla dovrebbe importare di più per una nazione moderna”.

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