LETTURE/ McCarthy, dentro di noi arde un fuoco che non si può spegnere

- Flaminia Colella

L’uomo può distruggere il proprio mondo, ma dentro di lui, anche in mezzo al male, resterà sempre un anelito al bene. La lezione di McCarthy

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Una scena del film "La strada" di John Hillcoat (2009)

“Guardati intorno, – disse. – Non c’è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione”.

Quando non resta più nulla a scaldare la terra, la comunione di due anime tesa a sopravvivere riesce a riprodurre il calore che non esiste più. Lo scrittore di storie visionarie horror e metafisiche, Cormac McCarthy – per i più conosciuto grazie alla trasposizione cinematografica (riuscitissima, caso molto raro) del suo “Non è un paese per vecchi” – inquadra i resti di amore un tempo integro, un uomo e un bambino, un padre con suo figlio, in una terra devastata da una qualche apocalisse, dal fuoco e dalla desertificazione, grigia e cinerea, lambita da un mare scuro e rigurgitante cadaveri e concrezioni marce.

Come sempre in McCarthy l’ambientazione e lo scenario intorno alle figure che dipinge sulla carta sono più importanti dei destini e anzi li determinano. Ma in questo libro accade anche una inesplicabile tenerezza. Dello scrittore verso l’uomo, dell’uomo verso sé stesso. I due protagonisti arrancano come scheletri, trascinandosi dietro pochi cenci rimasti incollati addosso per la sporcizia, con sangue rattrappito che scende dalle caviglie e dal costato, con un carrello in cui conservano le poche cibarie e strumenti utili a resistere nella devastazione e nell’oscurità più fitta che l’uomo possa conoscere.

Ogni luce è scomparsa trascinando tutto con sé nella tomba dell’aldilà. Ogni notte è una scommessa contro il freddo, contro i “cattivi” rimasti a popolare la terra per sgozzare e cucinare a fuoco lento i propri simili infilzati su uno spiedo, scuoiandoli per prenderne le pelli e farsi scudo contro le intemperie, contro la malora che continua a risucchiare una terra glabra e finita verso il suo fondo. Come se un enorme imbuto ci si fosse piazzato sotto e continuasse a tirare verso il basso, giù, sempre più giù.

In questa tomba dei vivi, i buoni continuano a cercare ripari e accampamenti di fortuna, scatolette di cibo rancido o andato a male per nutrire carni sempre più livide e rachitiche, case abbandonate come dimora per pochi giorni di riposo prima di rimettersi in cammino verso una sola meta rimasta, il sud. Il mare, l’oceano. Quello che potrebbe essere ancora il preludio di altre terre, il mezzo per raggiungere rive dove la vita ancora sorge e genera, dove i bambini ancora giocano a rincorrersi e le famiglie ancora possono moltiplicarsi e prosperare.

In questo scenario post-apocalittico McCarthy fa muovere i suoi protagonisti, soli, impauriti, senza più memoria di un domani e di ieri, ma con una strana, tenace, cieca fede in un futuro che può essere ancora mondo. Ancora veramente futuro. Il bambino avanza per chilometri nelle foreste mangiate dalla cenere e gli alberi morti, stringe la mano a suo padre e quello gli dice parole di speranza. Il bambino tiene in mano la pistola come gli ha insegnato suo padre, nel caso arrivasse qualche malintenzionato il bambino ha ricevuto istruzioni dal padre su come infilarsela in bocca e sparare. E raggiungere una pace, dove si ritroveranno.

Durante questo lungo, ininterrotto carosello di immagini di morte e violenza incondizionata si scorgono momenti di altissimo amore e gentilezza. Fa effetto, mentre si legge, perché il nucleo vivido e pulsante del mondo, di quel mondo, si riduce all’affetto che nutre i dialoghi dei due, aggrappati a una forma di resistenza inverosimile perché apparentemente priva di orizzonte. Eppure vera, presente, forte. Il bambino guarda il papà e gli chiede “ci sono altri buoni come noi? Esiste un posto in cui possiamo trovarli? Sono tutti morti secondo te, papà?” L’uomo lo sostiene con amore implacabile, mentre la lingua eccelsa di McCarthy evoca con dura precisione le spoglie dell’universo cadavere in cui non esistono più né Dio né gli angeli, dove i due sopravvissuti sono gli unici involucri per un tempio che non ha più santi cui appellarsi.

Continuano a trascinarsi fino ad arrivare all’oceano, che però appare anche lui morto, ributtante, grigio, vomitante pesci sulla riva e con nessuna promessa di felicità dentro. Il bambino un giorno, nel mezzo della eterna ripetizione di attese e passi nel vuoto e caccia per trovare acqua e cibo, guarda il padre e gli dice sono stanco, ho fatto un sogno, ma non voglio dirtelo. Il padre gli chiede di cosa si tratta. Il bambino gli risponde che aveva sognato di morire, e che era felice. Allora il padre lo abbraccia e gli ripete che certe cose non vanno pensate, non vanno dette, che lui non le deve pensare. Ma è vero, gli ripete piangendo il figlio. Non importa, tu non le devi mai pensare. Perché noi portiamo il fuoco. Ripetilo con me. Il figlio lo ripete obbediente. E troveremo altre persone, certo, che le troveremo. E gli porteremo il fuoco.

Sarà il piccolo da solo a proseguire, dopo la morte del padre, incontrando altri buoni sulla strada, in direzione di una vita che l’amore del genitore avrà continuato a infondere dentro di lui, portando il fuoco. Non quello che devasta e incendia, ma quello dentro al suo cuore a rischiarare gli occhi e i giorni dei nuovi uomini che forse troveranno un nuovo mondo oltre le montagne distrutte, al di là dell’oceano, dove ricominciare a vivere.

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