LETTURE/ Péguy di fronte a Maria, la nuova Eva

- Roberto Gabellini

Charles Péguy proseguì la tradizione dei padri della Chiesa e dedicò un poema a Maria, “seconda Eva”, e al suo ruolo nella redenzione operata dalla venuta di Cristo nel mondo

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Gislebertus, Tentazione di Eva (XII sec.)

Prendendo spunto da un’antica tradizione medievale, seconda la quale il 24 dicembre ricorreva la festa di Adamo ed Eva, la volta scorsa, con l’aiuto di san John Henry Newman, abbiamo seguito la riflessione dei Padri della Chiesa sulla figura di Maria quale seconda Eva e sul suo ruolo nella redenzione operata da Gesù.

A questo scopo, abbiamo riportato alcuni brani rappresentativi del loro pensiero e del loro sentimento, concludendo con un passo di Sant’Efrem il Siro, la cui tenerezza nel rivolgersi alla sventurata progenitrice ci permette un lungo salto nel tempo verso la modernità; un salto fino al poema di Charles Péguy dedicato proprio alla madre dei viventi, lui che Jean Danielou ha definito “vero erede dei Padri della Chiesa” perché “non si limita a ricevere questa tradizione patristica, ma la prosegue. In lui essa vive e crea, (…) egli ritrova la loro ispirazione vivente”.

Anche per questa ragione, per arrivare a Eva occorre partire dalla devozione di Péguy a Maria. Una devozione addirittura fisica, come è quella di chi si affida a una madre della quale non può dimenticare il calore dell’abbraccio; e come la possono esprimere i due pellegrinaggi “a passo di marcia” alla statua della Vergine nella cattedrale di Chartres o il gesto semplice del deporre dei fiori ai piedi di un’antica statua di Maria scampata ai furori rivoluzionari, in una notte di veglia del 1914, poco prima della sua morte in battaglia.

Ma ancora prima del suo ritorno alla fede, Péguy aveva incontrato la maternità amorosa di Maria grazie alle sue “radici” medievali e alla sua specifica “conoscenza storica della cristianità francese dell’XI, del XII, del XIII, del XIV e del XV secolo”, più volte orgogliosamente riaffermata.

Tanto che, nel suo primo Cahier “medievale”, e il primo a portare il nome di una festa liturgica, il Cahier de Noël del 1902, Péguy affiderà ai fratelli Jérôme e Jean Tharaud l’incarico di scrivere alcune storie popolari di devozione alla Madonna riallacciandosi al corpus di racconti dedicati ad essa tradotti dal latino e messi in versi dal benedettino Gautier de Coincy all’inizio del XIII secolo; racconti pubblicati in Francia con il titolo di Miracoli della Santa Vergine a cura dell’abate Poquet nel 1857. La stessa richiesta verrà rinnovata due anni dopo per il Cahier del Natale 1904. Il nuovo volume (questa volta in grande formato) contiene nella prima parte una trentina di lavori di Primitivi francesi, commentati da Louis Gillet e ripresi dalla grande mostra loro dedicata al Louvre e alla Biblioteca Nazionale, mentre la nuova raccolta di Contes de la Vierge ne occupa tutta la seconda parte. Ed è singolare che il rimando del titolo di un Cahier a una festa religiosa e, più, l’incarico affidato ai Tharaud di raccontare alcune storie di devozione alla Madonna, accadano in un momento in cui lo scrittore è ancora lontano dalla fede.

Questo legame con Maria, figlio dell’idea di tradizione vivente che Péguy ha sempre professato, un po’ alla volta diventerà decisivo: come la preghiera intitolata a lei, quell’Ave che da sola può salvare un’anima e che Péguy chiamerà la propria preghiera di riserva, come un’ultima parola che può essere detta in qualsiasi situazione (ricordiamo che Péguy, per la condizione “irregolare” del proprio matrimonio, non poteva accedere ai sacramenti). Soprattutto, questa devozione diventerà nel tempo, oltre che una preghiera di affidamento dei propri figli, anche un insperato sguardo di dolcezza e di misericordia con cui penetrare la condizione umana e il proprio personale sconforto.

Passano dunque una decina d’anni tra questo viaggio nelle storie medievali dedicate alla Vergine e la pubblicazione di Eva, un testo in forma poetica del quale Maria costituisce il fulcro “oggettivo”. Nel poema il racconto dell’umanità ferita dal peccato si svolge con un tono insieme tenero e doloroso, forte di quella compassione che Gesù introduce tra gli uomini; un poema che trova la migliore raffigurazione del mistero dell’incarnazione proprio sul filo che corre tra Eva e Maria. Un testo di quasi duemila quartine, e solo per la sua parte effettivamente stampata, che, pubblicato il 28 dicembre 1913, costituisce una sorta di lungo testamento poetico dello scrittore francese.

Fin dai primissimi versi a dominare è la confidenza del tono che Gesù assume nei confronti di Eva e della sua sorte; rimproverandola a volte, altre volte pregando e intercedendo presso il Padre per lei e per la sua stirpe, ma sempre con un affetto evidente, dal quale traspare tutta la Sua partecipazione alla storia di quei poveri uomini costretti fuori dal primo giardino. Una confidenza che rende evidente la centralità dell’incarnazione in Péguy non come una operazione di salvataggio lanciata da un dio creatore lontano che interviene per mettere le cose al loro posto, ma come amore incondizionato che arriverà al sacrificio si sé e che diventa specchio del valore stesso dell’uomo.

“Eva rimette in ordine instancabilmente l’infinita stanchezza e inutilità del mondo, l’inutilità della compra e vendita, del valore della moneta (…). Eva classifica, quantifica, alla fine del suo daffare salterà fuori anche il mondo moderno (…) ma tra la funzione dell’ordine e il disordine che essa amministra (…) ogni conto si risolve unicamente in Dio e nella sua grazia non calcolatrice”. (Hans Urs von Balthasar, Stili laicali)

Lungo tutto il testo, Eva prende un volto via via diverso, ora rappresentando la madre dei viventi, colei che – unica – ha provato personalmente la felicità perfetta e poi il distacco da essa (“Gli altri hanno provato i muri della prigione, / ma voi d’entrare in questa cella”), ora invece l’umanità e la sua condizione di dolore; ora anche la Chiesa, che accompagna in modo misterioso il cammino della sua progenie fino al giorno della nascita di Cristo, e infine Maria stessa.

Eva dunque, che prima è “madre di Nostra Signora, madre della madre dei viventi”, cui Gesù si rivolge adattando le formula iniziale dell’Ave Maria – “Ave, o regina di disgrazia” – con l’incarnazione “diventa” la nuova Eva.

In questo modo colei che ha visto chiudere la porta del Paradiso dietro di sé, diventa colei che la riapre nuovamente con il proprio assenso e la propria disponibilità al progetto di Dio. E se pur Maria non è quasi mai nominata direttamente, “essa è dovunque, con tutte le donne, con la donna che segue i funerali di tanti figli, e seppellisce tanti ragazzi smilzi e che su tanti volti periti ha deposto l’ultimo bacio”. (Charles Moeller, Letteratura moderna e cristianesimo)

Il poema accompagna dunque il lettore dalla prima creazione e dal successivo esilio terreno fino allo svolgersi della storia di Gesù e al primo veleggiare della barca di Pietro; per concludersi infine con il racconto della storie delle due sante predilette di Péguy, che, così distanti e diverse tra loro per destino e temperamento – l’una, santa Genoveffa, morta tra i suoi a 92 anni, l’altra, santa Giovanna d’Arco, morta in solitudine a 19 sul rogo – compongono il quadro di una corrispondenza dell’incarnazione di Cristo con ogni uomo.

A offrirci una conclusione natalizia – e a rendere evidente una continuità di argomenti e di toni tra questo suo ultimo poema e il primo “ingresso” di Maria nel suo lavoro – è proprio uno dei racconti dei fratelli Tharaud pubblicati da Péguy nel Cahier de Noel del 1902.

In questo testo, L’ultima visitatrice, il passaggio del testimone tra le due epoche, quella della prima creazione e del primo peccato e quella della seconda creazione e della salvezza, viene rappresentato proprio attraverso un “incrocio” tra le due donne nella notte di Natale; con la nascita di Gesù che, di questo passaggio, rappresenta simbolicamente il confine e insieme la porta.

Nel racconto, l’ultima visitatrice a rendere omaggio a Gesù appena nato è una vecchietta smilza e decrepita, che, al suo ingresso nella capanna, incute un certo timore in Maria; una inquietudine che si rafforza quando la donna, piegata sulla culla, offre qualcosa al Bambino.

“Poi la vecchia donna si rialzò, come alleggerita dal peso tanto grave che la tirava verso terra. Le sue spalle non erano più curve, la sua testa toccava quasi il tetto di paglia, il suo viso aveva ritrovato miracolosamente la propria giovinezza. E quando si scostò dalla culla per raggiungere la porta e sparire nella notte dalla quale era venuta, Maria poté vedere infine quale fosse il suo misterioso regalo.

Eva, poiché proprio di lei si trattava, aveva appena consegnato al bambino una piccola mela, la mela del primo peccato (e di tanti altri che vennero dopo). E la piccola mela rossa brillava nelle mani del neonato come il globo del mondo nuovo che era appena nato con lui”.



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