LETTURE/ Pell e quei 404 giorni di ingiusta prigionia tra sofferenza e perdono

- Paola Binetti

Tredici mesi in carcere per un crimine mai commesso. Il “Diario di prigionia” del cardinale australiano George Pell, condannato per pedofilia ma innocente. Un libro di spiritualità

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George Pell, foto Twitter

“Prego che il mio appello abbia successo e che i miei amici, tutti coloro che mi hanno sostenuto, e io stesso, riusciremo ad avere la saggezza per andare avanti nel migliore dei modi per far sì che quanto è accaduto a me non accada mai più a nessun altro australiano innocente”. È quanto affermava il cardinale George Pell il 13 luglio del 2019, lui che era considerato il ministro dell’economia del Vaticano, per la sua competenza e la sua esperienza, accusato di abusi sessuali, commessi nel 1996 su due coristi nella cattedrale di San Patrizio a Melbourne.

Nel suo libro-testimonianza Diario di prigionia (Cantagalli, 2021) George Pell ripercorre le tappe del suo arresto, cominciando dalle accuse che si sono poi rivelate infondate, ma che lo hanno esposto al giudizio lacerante del mondo intero per quello che ancora oggi appare come uno dei crimini unanimemente condannati: la pedofilia. L’abuso sessuale dei minori, con l’aggravante del ruolo e del prestigio di chi lo compie, resta ancora oggi una delle offese più gravi all’innocenza violata dei minori. Ma per quanto riguarda Pell, fin dal primo momento si creò una spaccatura tra innocentisti e colpevolisti: “I pareri sulla mia innocenza o colpevolezza si dividevano, come in molti settori della società australiana, sebbene i media, tranne alcune splendide eccezioni, mi fossero violentemente ostili”.

Ciò che colpisce nella lunga descrizione che il cardinale Pell fa di quel drammatico periodo di prigionia è il tono, la mitezza che traspare in una narrazione in cui lui è la vittima innocente di un giudizio ingiusto e precipitoso, privo di riferimenti a fatti reali. Ed è proprio la sua mitezza a conquistargli la simpatia dei suoi carcerieri, che piano piano diventano suoi amici, convinti della sua innocenza e dell’ingiustizia della detenzione. Come spesso accade quando il carcerato è considerato un pedofilo, Pell venne posto in isolamento, dal momento che gli altri carcerati tendono a punire violentemente chi si è macchiato di un crimine come la violenza sessuale nei confronti di bambini e adolescenti.

“L’odio dei detenuti verso chi abusa di un minore è universale ed è un interessante esempio della legge naturale che emerge attraverso l’oscurità”, scrive il cardinale. In una atmosfera densa di difficoltà, Pell riesce a concettualizzare il valore della legge naturale, che traccia una linea netta tra bene e male; la violenza con cui i pedofili sono universalmente puniti mostra come esista una soglia, davanti alla quale non ci possono essere titubanze né incertezze su ciò che è bene e ciò che è male. “Tutti noi siamo tentati di disprezzare coloro che definiamo peggiori di noi stessi. Perfino gli assassini condividono lo sdegno verso chi vìola i giovani. Per quanto ironico, questo sdegno non è affatto negativo, poiché rivela una fede nell’esistenza del bene e del male, del giusto e dell’errore, che spesso in galera emerge in modi sorprendenti”. La sessualità può essere vissuta solo in un clima di piena condivisione e di consapevole maturità: cosa evidentemente impossibile con un bambino. E il porporato conosce bene queste situazioni: l’esperienza del confessionale gli ha fatto toccare con mano quanto possa essere frequente l’abuso del minore in molte forme sottili e in altre più vistose e grossolane.

Pell, tuttavia, venne messo in isolamento, e tenuto sotto stretta sorveglianza, perché si temeva che potesse mettere in atto condotte autolesioniste: i medici avevano predisposto che fosse tenuto sotto costante osservazione per tutta la notte. Una solitudine difficile da accettare e da vivere senza il sostegno di una vita di pietà profonda. Non a caso George Pell racconta: “Ho provato a recitare il mio solito rosario per riaddormentarmi… Dio nostro Padre, concedimi la forza di superare tutto questo, possa la mia sofferenza essere associata alla redenzione del tuo Figlio Gesù per la venuta del Regno, per la riparazione di tutti coloro che sono stati vittime della piaga della pedofilia, per la fede e per il bene della nostra Chiesa…”. La preghiera è la risorsa che lo accompagna in modo costante e gli fa sperimentare una grande sensazione di pace: pensa agli altri, pensa da pastore; sa che la sua posizione, pur drammatica, è nelle mani di Dio, a cui si affida nel suo isolamento, mentre immagina il caos confusivo che debbono affrontare la sua famiglia e i suoi amici.

Sono comunque tante le umiliazioni subite in quei 404 giorni trascorsi in una cella lunga otto metri e larga due, prima nella prigione di Melbourne e poi nel carcere di massima sicurezza a Barwon. Tredici mesi trascorsi dietro le sbarre e descritti in un libro che è già stato definito come un classico della spiritualità: un libro di preghiere in cui apre il suo cuore a Dio e si affida alla sua misericordia. George Pell afferma di non essersi “mai sentito abbandonato da Dio”, certo che “il Signore era con me, sebbene per la maggior parte dei tredici mesi io non capissi cosa stesse facendo. Per tanti anni avevo detto ai sofferenti e agli afflitti che anche il Figlio di Dio aveva subìto prove su questa terra, e ora io stesso traevo conforto da questo fatto. Dunque ho pregato per gli amici e per i nemici, per i miei sostenitori e per la mia famiglia, per le vittime di abusi sessuali, per i miei compagni detenuti e per le guardie”. Racconta pure delle mattine in cui si svegliava con la preghiera cantata dai prigionieri musulmani e delle poche messe alle quali ha potuto partecipare durante la prigionia.

Ciononostante il cardinale Pell non dimentica esperienze e competenze precedenti, per cui afferma che utilizzerà il ricavato del libro per pagare gran parte dei debiti contratti per difendersi da accuse false e infamanti. Pell nel suo diario descrive anche le sue tentazioni, il rischio costante dello scoraggiamento, come avvenne nell’agosto 2019, dopo aver perso l’appello presso la Corte di Victoria: “Ho valutato di non appellarmi alla Corte suprema australiana. Se i giudici avevano già deciso di condannarmi, non c’era bisogno di partecipare a una costosa messinscena”. Ma fu lo stesso capo della prigione di Melbourne che lo spinse a continuare la sua battaglia per dimostrare la sua innocenza: “Mi ha dato coraggio e gli sono grato”. Un collegio di sette giudici ad aprile 2020 ha votato all’unanimità per annullare ogni condanna a carico del porporato, dichiarando la “significativa possibilità” che fosse stato incarcerato un innocente.

Proprio la gravità di un’accusa infamante come l’abuso sessuale sui minori richiede ai Tribunali grande prudenza, perché accanto al rispetto per le vittime di un reato come la pedofilia, non si creino altre vittime innocenti che di quello stesso reato sono accusate.

Il diario-testimonianza di George Pell, descrivendo la propria sofferenza di vittima innocente, lancia un messaggio di straordinaria efficacia per comprendere la sofferenza innocente delle vittime degli abusi e racconta in modo incisivo delle nuove forme di martirio a cui oggi sono esposti non solo i minori, ma anche chi di loro deve prendersi cura. Non a caso il cardinale ha pregato per tutti loro nei lunghi mesi di carcere, offrendo le sue sofferenze come un grande gesto di riparazione offerto a nome di tutta la Chiesa. Giustizia e verità, carità e misericordia: senza polemiche né rancori.

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