LETTURE/ Pertosa, vedere la Passione con gli occhi di chi c’era

- Corrado Bagnoli

Nella sua “Passio”, Alessandro Pertosa guarda in poesia la salita di Cristo dal Getsemani al Calvario. Facendola raccontare dagli occhi di chi c’era

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Cristo ligneo, Collina delle croci, Lituania (LaPresse)

“Dal Getsemani al Calvario un diluvio di sguardi”: comincia così l’affresco iniziale di questa Passio di Alessandro Pertosa (Passio. Con gli occhi degli altri. Illustrazioni di Giuliano Del Sorbo, Capire Edizioni, 2019) che introduce le 14 stazioni della sua personalissima Via Crucis. Ma non è solo un’introduzione: è già un’indicazione di lettura e di poetica insieme. Pertosa affronta qui il mistero più irraggiungibile dalla ragione umana, la passione e la morte di un uomo che è Dio, e sceglie di assumere via via lo sguardo di alcuni dei protagonisti o degli spettatori di questo mistero. Il poeta diventa la voce di altri che hanno guardato e visto. Il poeta racconta di come il cielo, i campi, i fiumi partecipino a questo evento tragico e insondabile che non ci sta dentro il cuore e la testa dell’uomo.

Così il poeta è nella prima stazione un discepolo che al Getsemani non ha il coraggio di rivelare a Cristo che l’ha sentito dire le sue parole al Padre, che non ha compreso il senso di queste parole, ma ha visto la guerra che su quel volto ora appare. E via via il poeta fa parlare un Giuda sopraffatto dall’esito del suo tradimento – L’amore non si vende, non si compra…; un Pietro che, più di ogni altro protagonista di questo crudele teatro, sembra incarnare il sentimento che definisce l’atteggiamento del poeta stesso, ma anche tutta l’incapacità umana e della storia forse di accogliere quel Cristo, la sua misura troppo grande per noi.

Confessa infatti Pietro nella terza stazione della Passio: “Sei una moltitudine incredibile, Gesù./ Sei per me, uno troppo grande/ Non ci stai dentro al mio sguardo fragile. E queste lacrime/ di rabbia di tormento e di rancore/ scendono lente, non sanno dove andare. / E io, non ci capisco niente”.

Incontriamo poi Giovanni, Pilato, Erode, di nuovo Pietro. E Simone di Cirene nell’ottava stazione. Ed è lui che dipinge il Cristo nella sua debolezza estrema: altro che Dio, egli “È inerme/ polvere del mondo che si arrende alla turba furibonda”, uno che affogherà nel suo stesso sangue prima di raggiungere la cima, che non ha neanche un amico a dargli il fianco. Dove sono i suoi? si chiede Simone, e quando viene scelto per trasportare la croce, a quel Cristo lì gli viene voglia di dire il suo nome e da dove viene: dire il nome, cioè aprirsi ad un altro e consegnarsi, mettersi sotto la sua protezione. Ma quale protezione può dare il sorriso di quell’uomo che è quasi uno straccio?

Ed è in uno straccio che lascia il suo sorriso a Veronica nella stazione successiva: il suo volto martoriato nasconde chissà quale segreto di vittoria, sembra dirci questo anticipo di sindone e sudario.

Ci sono poi Giovanni e Tito, il ladrone che anche lui non si dà ragione di come possa accadere che quell’uomo che aveva voce come spina e balsamo per il cuore, ora stia lì con il cranio trafitto da altre spine.

Confuso e smarrito è Longino nell’istante esatto della morte, dello schianto di Cristo in croce davanti alla madre che si sente mordere lo stesso suo cuore dal dolore. Verrà poi deposto e sepolto da Giuseppe d’Arimatea quel corpo devastato.

Ma la quattordicesima stazione di Pertosa si chiude con una parola che non dovrebbe abitare nella Via Crucis. È la parola della Resurrectio. La parola sconcertante che, non uno dei personaggi del dramma, ma il poeta stesso dice di non sapere ascoltare. Nella notte che non è più notte, nel buio che diventa luce in cui si consuma l’evento della resurrezione, è il poeta che non sa come accogliere il controscandalo del ritorno alla vita, dopo quello della morte di Dio. Ne coglie tutta la sproporzione rispetto alla sua capacità di comprensione.

La Passio di Pertosa è un’opera di poesia in tumulto, in cui la lingua si piega e si accompagna all’insondabilità dell’avvenimento di fronte al quale ci troviamo gettati. La poesia qui, come solo nella poesia può essere fatto, serve non a descrivere; ma, in un teatro della crudeltà e della tenerezza, a rappresentare: cioè a mettere di nuovo sulla scena l’accaduto. A farne memoria universale attraverso lo sguardo frantumato in altri sguardi, innamorato, impotente e sconvolto del poeta.

“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”: questa frase, tradotta in tutte le lingue del mondo, chiude infatti il viaggio, la via dolorosa e struggente che Pertosa ci chiama a ripercorrere con il suo libro, accompagnato dalle potenti immagini di Giuliano Del Sorbo. 

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