LETTURE/ Quella cultura Usa anni 70 che sta mandando in crisi la sinistra

- Edoardo Laudisi

Molti simpatizzanti abbandonano la sinistra e guardano altrove. L’errore sta nell’appoggio del suo establishment a ciò che mina il vecchio universalismo

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Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci, in piazza San Giovanni a Roma negli anni 70 (LaPresse)

BERLINO – In una lettera aperta pubblicata recentemente sul sito di Micromega online, una lettrice spiega con precisione chirurgica perché non è più di sinistra. La lettera, che trovate qui, elenca una serie di motivi che stanno portando molti simpatizzanti ad abbandonare la casa culturale della sinistra e a mettersi in cammino verso nuove terre. Le cause del malcontento sono varie ma una in particolare, la più profonda forse, viene menzionata malvolentieri dall’establishment politico-culturale della sinistra contemporanea. Si tratta del suo appoggio incondizionato alle politiche identitarie che stanno facendo a pezzi ciò che rimane dell’universalismo socialista, aprendo a una sorta di tribalismo premoderno.

La politica identitaria, o dei gruppi identitari, nasce negli Usa nella seconda metà degli anni 70 sulla scia delle battaglie per i diritti civili. Il suo scopo era di far emergere e dare una voce a determinati gruppi della società che si ritenevano oppressi per via di trattamenti discriminatori, ma che non erano capaci di articolare questa oppressione e soprattutto di comprendere da dove provenisse; il che impediva loro di agire collettivamente per porvi rimedio. Allora si trattava di neri americani, omosessuali e donne.

A tale proposito scriveva l’attivista femminista (bianca) Zillah R. Eisenstein:

“Da bambine ci siamo rese conto che eravamo diverse dai ragazzi e che venivamo trattate in modo diverso. Ad esempio, quando ci veniva detto di tacere sia per essere ‘gentili’ sia per apparire meno ribelli agli occhi dei maschi bianchi. Nel processo di innalzamento della coscienza, che in realtà è condivisione della vita, abbiamo iniziato a riconoscere la comunanza delle nostre esperienze e, dalla condivisione e dalla crescente consapevolezza, a costruire una politica che cambierà le nostre vite e finirà inevitabilmente con la nostra oppressione.”

Nel corso degli anni i gruppi alla base dell’identitarismo si sono moltiplicati e oggi si definiscono per appartenenza etnica, religiosa, di genere sessuale, di orientamento sessuale, linguistica, culturale o altro, in una catena teoricamente infinita di categorie. Alla base delle politiche identitarie c’è l’affermazione che, data la struttura dispotica del capitalismo patriarcale delle società occidentali, tali gruppi siano oppressi. Le forme di oppressione cambiano a seconda dei gruppi e a seconda dei casi possono assumere la forma di imperialismo culturale (nuova oppressione colonialista), violenza sessuale, razzismo, sfruttamento di manodopera, emarginazione o riduzione a uno stato di soggezione e impotenza. Le politiche identitarie sviluppatesi negli ultimi decenni hanno dato vita a un nuovo attivismo sociale di stampo neomarxista che spiega le forme di sfruttamento non più in termini di classe ma di gruppo identitario.

Alla base del concetto identitario c’è l’immedesimazione del singolo con il gruppo. L’individuo non agisce per conto di sé stesso, non si muove nel mondo spinto da una libera volontà stimolata da idee e orizzonti universali ma lo fa esclusivamente all’interno dell’orizzonte culturale del gruppo di appartenenza, che diventa così l’unico orizzonte possibile. Di conseguenza il concetto di emancipazione individuale, di crescita e sviluppo personale, che è il fondamento del libero agire del cittadino in una democrazia moderna, trova il suo limite nell’orizzonte culturale del gruppo il quale delinea una specie di nuovo tribalismo.

Anche i diritti intesi come individuali e attribuiti indipendentemente da sesso, etnia o religione ma su base di una comune partecipazione chiamata “cittadinanza” subiscono uno slittamento: non più riconosciuti all’individuo in quanto cittadino ma assegnati in base all’appartenenza al gruppo etnico, religioso, sessuale ecc. con conseguente loro decadenza in caso di abbandono del gruppo. Ne consegue una psicologia da “setta” che blinda ermeticamente l’orizzonte culturale del gruppo trasformandolo in una enclave senza prospettiva al di fuori di sé, che sancisce la regressione del concetto di cittadinanza a quello premoderno di stirpe.

I diversi gruppi sono in perenne conflitto / competizione tra loro per risorse, potere e riconoscimento e dal momento che i gruppi in conflitto possono essere etnici, linguistici, religiosi, sessuali, di genere, culturali e così via, si viene a creare una matrice intricatissima con individui che incrociano vari gruppi, ad esempio sessuali ed etnici, o di genere e religiosi, che cresce fino ad assumere i contorni di un nodo gordiano impossibile da sciogliere. Lo scenario è quello di una guerra civile atomizzata permanente a cui nessun individuo può sottrarsi, che rischia di far implodere l’organizzazione statale fondata sul concetto di cittadino / Stato. Inutile aggiungere che l’implosione, disintegrando lo Stato, porterebbe al collasso totale delle istituzioni democratiche.

In occidente la sinistra ha abbandonato il vecchio conflitto sociale alla cui base si trovava l’emancipazione dell’individuo e la sua libertà di scelta, per abbracciare le politiche identitarie. Ed è proprio in base a questo nuovo paradigma ideologico che la sinistra odierna giudica le categorie “migranti”, “persone di colore”, “donne”, “musulmani”, “omosessuali” alla stregua di categorie sociali oppresse (come un tempo lo erano i proletari) dalla categoria “padronato capitalista bianco maschio neofascista occidentale” dentro la quale finiscono tutti coloro che si oppongono a tale lettura.

Si tratta della fine di qualsiasi dialettica mirata alla comprensione del mondo in quanto le politiche identitarie abbracciano tutto, spiegano tutto definendo chiaramente una volta per tutte chi sono gli oppressi e chi gli oppressori. Non c’è bisogno di analisi, di studi, di ricerche sul campo, di verifiche e tantomeno di intelligenza. Basta consultare le tavole identitarie: se il soggetto appartiene a una delle categorie protette sarà automaticamente oppresso a prescindere dalla sua responsabilità individuale e per lui saranno applicate tutte le attenuanti. Se invece ricade nella categoria dell’oppressore la sua colpa è già scritta e per lui si parlerà solo di aggravanti.

L’identitarismo si applica a tutto. Secondo l’ottica identitaria, ad esempio, le opere d’arte non vanno valutate per le loro qualità estetiche ma per il modo come trattano i rapporti di forza tra i gruppi, come dimostrano le azioni della “cancel culture”, la censura operata dai gruppi identitari americani su artisti e opere d’arte ritenute espressione colonialista dell’uomo bianco privilegiato. Stessa cosa per l’accesso alle carriere lavorative, che non deve seguire più il criterio della competenza ma della rappresentanza dei gruppi. Le categorie del pensiero critico, che un tempo erano alla base delle idee della sinistra, sono state sostituite da imperativi morali, slogan etici, parole d’ordine radicali che si avvalgono di un linguaggio instupidito dal politicamente corretto per censurare a priori intere filiere di pensiero. La conseguenza, come conferma la lettera citata all’inizio, è l’esodo dei cervelli dalla casa della sinistra. Una catastrofe dalla quale difficilmente il partito del fu sol dell’avvenir potrà riprendersi.

Il sospetto è che l’ossessione identitaria nasconda una forma inconscia di razzismo fondato, come tutti i razzismi, sulla chiusura mentale, il pregiudizio e l’ignoranza. Forse sarebbe il caso di rinfrescarsi la memoria di ciò che siamo, ricordando che l’articolo 3 della nostra Costituzione, nella parte dedicata ai principi fondamentali, recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

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