LETTURE/ Romolo, 75 anni, ex operaio: come vivere col Covid in un paese che sragiona

- Giacomo Scanzi

Romolo, 75 anni, pensionato, ex operaio, ha studiato la Costituzione e abita al sesto piano. Si è fatto l’idea che la nostra democrazia non sia adatta a sconfiggere il virus

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Mi chiamo Romolo. Ho 75 anni e sono un pensionato. Ho lavorato per cinquant’anni alla catena di montaggio e, prima di arrivare in fabbrica, qui, a Milano, aiutavo il meccanico del mio paese, tra Lodi e Crema, a riparare le motorette o le macchine agricole. Ho due figli sposati, un maschio e una femmina, e tre nipoti tutti maschi. Ho fatto la quinta elementare, ma mi sono sempre informato, ho letto parecchi libri e ho fatto tanta politica. Mi sono iscritto al Partito comunista nel 1966. So chi sono Gramsci, Togliatti e Berlinguer, ma anche De Gasperi, Moro e Andreotti. Poi faccio fatica a ricordare i nomi, forse a causa dell’età che si dice che i vecchi ricordano le cose lontane ma non quelle vicine… Ho letto la Costituzione e ci ho fatto pure un corso sopra alla scuola di politica organizzata dalle sezioni unite di Cinisello e Sesto. Poi il Partito comunista è diventato un albero, e restando nella sua serra, pian piano da quercia è diventato un ulivo, poi una margherita, ora credo sia un ranuncolo. Insomma ho perso il conto e mi tengo la mia idea stretta stretta e ne parlo raramente.

L’altra sera, era sabato, mi è capitata una cosa davvero strana. È da lì che ho voluto scrivere il mio racconto.

Abito alla periferia di Milano, al sesto piano di un palazzo che di piani ne ha venticinque. Ci abito da quarant’anni. Prima in affitto, poi l’abbiamo comprato col mutuo. Una volta ci si conosceva quasi tutti. Il cortile era un caos di bambini. L’ascensore era sempre in movimento come una giostra. Oggi, siamo rimasti in pochi di quella brigata. Tanti son morti e quei bambini che adoravano salire e scendere a ogni ora, man mano che son caduti il papà e la mamma, hanno venduto la casa per poco o niente a ogni sorta di immigrato. Giusto per non dover pagare le spese condominiali. Io non ho niente contro gli immigrati, intendiamoci bene, ma tra noi non ci si conosce. Dicevo che siamo rimasti in pochi originari. Due piani sopra di me abita Silvio. Siamo amici da sempre. È rimasto vedovo tre anni fa. Marisa se n’è andata per un tumore. Io, grazie a Dio, la mia Lina ce l’ho ancora. Ma non è di questo che volevo parlare anche se forse può servire per presentarmi.

Dicevo che l’altro giorno mi è capitata una cosa davvero strana. Alle sette circa, prima di cenare, la Lina si è accorta che nella nostra cantinetta, cioè nello scaffalino dell’Ikea che ho sistemato in fondo al ripostiglio, non c’era più vino. Io se non c’è una bottiglia di vino in tavola non mangio. È una questione di principio. E mi sono inalberato. “Niente paura, Romolo, faccio un salto al supermercato, che chiude alle otto”. Noi siamo fortunati perché il supermercato ce l’abbiamo di fronte. Dalla finestra vediamo bene il parcheggio. Basta attraversare al semaforo. Non ti serve nemmeno prendere la macchina se la spesa non è grossa. Al supermercato ci conoscono tutti e poi ci lavora come cassiera Maria Teresa, la figlia più grande di Silvio. L’ho vista venir su quella ragazza. L’ho vista andar via vestita da sposa e poi tornare a casa con la testa bassa.

Insomma, la Lina è partita ed io ho apparecchiato. La trippa, che non vedevo l’ora che venisse il freddo per mangiarla, finalmente era quasi pronta nella pentola a pressione che fischiava. “Lasciala fischiare ancora cinque minuti” mi ha gridato la Lina prima di chiudere la porta. Dopo dieci minuti la Lina è tornata senza vino. “Sai che il vino non me l’hanno dato?”.

E perché – ho chiesto io – è finito?”. “No, non possono venderlo dopo le diciotto”. “Sì, ma io che ci bevo con la trippa?”. “C’era la Maria Teresa alla cassa. Me l’ha spiegato: Lina, niente vino, niente alcolici. È l’ordine del governo. Sennò i ragazzi arrivano, fanno scorta e poi organizzano la movida. Io gliel’ho spiegato che era per te, che avevo fatto la trippa, che ero stata una scema a non controllare, che se lo sapevo sarei scesa alle cinque o anche alle quattro… Ma non c’è stato niente da fare. Mi licenziano – ha detto la Maria Teresa – non posso proprio. Così ho riportato il tuo Lambrusco sullo scaffale. Mi spiace Romolo! Magari vado su da Silvio, ne avrà una bottiglia del suo”. Ma la Lina sa bene che Silvio non può bere per via del diabete. Ha provato poveretta, ma tanto lo si sapeva.

La trippa non è la stessa cosa senza vino e porco diavolo per la prima volta l’ho mangiata malvolentieri. La Lina per tener su la conversazione mi ha anche raccontato che la Maria Teresa le ha detto che tra le quattro e le cinque il supermercato si è riempito di ragazzi che hanno fatto scorta di birre, vodka e vino. Perché i ragazzi sono più svelti di noi, si informano con i cellulari in tempo reale. E se noi dobbiamo aspettare il telegiornale delle otto per sapere che il governo ha vietato il vino, loro alle tre già lo sanno. Così, prima di andare a dormire col nervoso, mi son guardato dal balcone quella teppa che nel parcheggio del supermercato beveva il mio vino e schiamazzava in barba al governo, al Covid e al mondo intero. Saranno stati una trentina. Qualcuno l’ho riconosciuto perché nessuno aveva la mascherina.

Io, s’intende, la mascherina la indosso sempre e anche la Lina. Quando usciamo a fare quattro passi, quando andiamo al supermercato… sempre. Credo sia un dovere civico. E poi, durante la prima ondata di Covid, nel mio palazzo se ne sono andati in tre. Due li conoscevo bene. Mario ha sempre fatto il barbiere e Giuseppe ha fatto il camionista. Per lui vedere le strade deserte, anche se purtroppo le ha viste poco perché è morto il 19 aprile, dopo una settimana di terapia intensiva, era un controsenso. Per lui guidare era il senso della sua vita. Conosceva ogni strada a memoria, ogni senso vietato, i prezzi da casello a casello di tutta la rete autostradale. “Va che tristezza – diceva – così moriremo tutti”. E lui purtroppo è stato di parola. Anch’io ho cantato sul balcone l’Inno di Mameli e Bella ciao. E ho provato qualche brivido. Mi è sembrato di ritrovare lo spirito della mia giovinezza, quel sentirci fratelli nella disgrazia, quell’unione che ci rende forti e ci fa vincere ogni battaglia. I morti erano i nostri eroi. Ora penso che i morti sono solo morti, e basta. Ho appeso al balcone la bandiera e un foglio che ha disegnato mio nipote Kevin, un ragazzino intelligente che di stupido ha solo il nome. Ma mia nuora talvolta crede di vivere a Hollywood. “Andrà tutto bene” c’era scritto sotto l’arcobaleno. Io non so chi s’è inventato questa idiozia. Ma anch’io ho voluto crederci.

Ieri mattina ho letto sul giornale che il presidente del Consiglio pensa di rendere obbligatorio “Immuni”. Io per la verità non so bene cosa sia e come funzioni. Ma so che è importante. Mio figlio mi ha spiegato sbrigativamente che per farlo funzionare bisogna avere un telefono adatto. Non mi ha detto cosa significa “adatto”. Il mio telefono è quasi nuovo. Me lo hanno regalato i miei nipoti due Natali fa. Ha i tasti belli grandi che per le mie dita grosse e un poco storte, sono l’ideale. È il telefono di Cappuccetto rosso, per intenderci: accendi, spegni, parla. Ne ho parlato col Silvio. Lui addirittura ha ancora il Nokia che suona coi tre punti, due linee e tre punti per annunciare che è arrivato un messaggio. Una volta mi ha chiesto cosa significasse quel suono. Sms gli ho detto. È alfabeto Morse. Io lo so perché a militare ho fatto il marconista. Silvio non sa affatto cosa sia “Immuni”. Anzi lo chiama “Imune”. Ma lui chiama il Covid “Covis”. Insomma è una sua caratteristica storpiare le parole.

Sarà adatto il nostro telefono?” mi sono chiesto. Così io e Silvio siamo andati al supermercato che ha anche un angolo dei telefoni. Il ragazzo addetto al reparto ci ha spiegato gentilmente e con un sorriso di compatimento che per far funzionare “Immuni” bisognava avere uno smartphone di ultima generazione. E ci ha fatto vedere due o tre modelli di cui non ricordo il nome. Ma ricordo bene il prezzo: trecentocinquanta il più economico e mille e passa il più caro. E poi mi ha detto che devo cambiare contratto col gestore telefonico, che devo avere un servizio dati e tanti giga a disposizione. Tutte cose che non so cosa sono. Insomma – ha concluso – devo cambiare la mia visione in fatto di comunicazione che ormai siamo tutti interconnessi.

Sarà vero. Ma io ho fatto una piccola indagine non solo tra i miei amici che avendo più o meno la mia età hanno il mio stesso telefono, ma anche tra i miei figli e i loro amici. Non tutti hanno il telefono adatto. Solo mia nuora, l’americana, ha il suo bravo telefono adatto alla situazione. Lei, d’altronde, ogni Natale ha un cellulare nuovo, anche con cinque telecamere. Gli altri hanno cellulari di qualche anno fa, e non gli pare giusto di doverli cambiare per decreto ministeriale. A letto, mentre la Lina leggeva il suo romanzo, quello che la fa dormire meglio del Lexotan, pensavo che in effetti non esiste un “dovere di telefono”, che io potrei anche decidere di non avere alcun telefono, di chiamare con un fisso o al limite da una cabina. Da quando in qua lo Stato può obbligarmi ad essere interconnesso, imponendomi addirittura il modello di telefono che devo utilizzare? Nella Costituzione non ricordo di aver visto doveri simili. Eppoi, io mille euro per un telefono non li voglio spendere, ammesso che li abbia. Fantasticavo mentre la Lina era già partita e sentivo quel suo russare leggero a cui ormai sono abituato e che mi sembra perfino armonico. Pensavo: potrebbero distribuire a tutta la popolazione una sorta di braccialetto elettronico, come quello dei delinquenti, che segnala i contatti, ma anche i movimenti degli stupidi, segnala le movide, gli assembramenti, magari che emette un sibilo quando si raggiunge il massimo di sei persone. Immaginavo mega centrali di vigili urbani con centinaia di schermi con i puntini rossi e allora parte l’ordine: andate a sgomberare. In Cina, forse, non fanno mica così? E l’hanno sconfitto il virus. Magari potrebbero dare un premio ai puntini rossi che restano immobili nella loro casa, che restano a distanza di sicurezza, chessòio un bonus per l’ingresso in ospedale, in una terapia intensiva.

Coi miei puntini rossi in testa ho preso sonno. Nel dormiveglia ho pensato: la nostra democrazia non è proprio adatta a sconfiggere il virus. La libertà val bene…. E mi sono perso.

Stamattina ho chiamato il mio operatore e ho chiuso il contratto. Ho messo il telefono in una scatola, nel ripostiglio, e mi sono detto: chi vorrà parlare con me chiamerà al telefono di casa, come una volta. Al diavolo le interconnessioni. Io non voglio relazionarmi col mondo, soprattutto con gli stupidi. Se vorranno mi metteranno un braccialetto.

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