LETTURE/ Stuparich: padri e figli, domande sulla vita nel microcosmo di Lussino

- Carlo Bortolozzo

Nell’isola di Lussino il grande narratore triestino mette in scena una storia di tenerezza e di abbandono tra padre e figlio

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Giani Stuparich (1881-1961) (Foto dal web)

Sono due i poli della narrativa di Giani Stuparich (Trieste 1891 – Roma 1961): da un lato quello pubblico e politico, a cui appartengono Guerra del ’15 e Ritorneranno, incentrati sulla partecipazione alla Prima guerra mondiale e sui temi dell’irredentismo; dall’altro, quello privato e affettivo, in cui si iscrivono i due capolavori, L’isola (1942) e Un anno di scuola (1929), recentemente riediti da Quodlibet e curati egregiamente da Giuseppe Sandrini. A unire i due versanti, il fil rouge della memoria.

Giani Stuparich è legato alla grande stagione primonovecentesca della letteratura triestina, di Svevo, Saba e soprattutto di Scipio Slataper, l’autore de Il mio Carso, morto al fronte nel ’15, di cui Stuparich va considerato una sorta di fratello spirituale e di erede mancato, come afferma Claudio Magris nel bellissimo Trieste. Un’identità di frontiera, scritto con Angelo Ara.

Se Un anno di scuola rievoca, sullo sfondo di una Trieste di inizio secolo, l’ultimo anno di una classe di liceo interamente maschile nella quale irrompe con impeto travolgente l’unica ragazza, di cui tutti finiranno per innamorarsi, L’isola pone a tema il rapporto padre-figlio, centrale in tanta letteratura novecentesca e, solo per limitarci all’ambito triestino,  dominante ne La coscienza di Zeno di Svevo (con il capitolo fondamentale La morte di mio padre) e nel Canzoniere di Saba (Mio padre è stato per me “l’assassino”).

A rendere affascinante il racconto è l’ambientazione nell’isola di Lussino, oggi in Croazia, l’isola azzurra, un pezzo di Mitteleuropa gettato nell’Adriatico, governata per secoli dalla Serenissima e in cui ancora adesso risuona l’antico idioma istroveneto. L’isola, di cui era originario il padre di Stuparich, è dipinta come “un piccolo nido di sassi nell’immensità”, ma “vibrata d’aria e di cielo”. La prosa di Stuparich, altrove risentita di volontarismo etico, tipico degli scrittori della rivista fiorentina La Voce, qui si abbandona all’elegia di “una folta ghirlanda di tenero verde, mosso e leggero”; essa coronava “un’ampia insenatura, un perfetto semicerchio, nella cui sabbia dorata un mare d’ametista, d’incantevoli trasparenze, veniva a cullarsi, arricciandosi all’orlo di sorridenti spume”. L’isola, “petrosa e aerea”, concilia l’ariosità veneziana con la severa disciplina asburgica in un’armonia degli opposti difficilmente riscontrabile altrove e che, in qualche modo, sopravvive ancora oggi, nell’epoca del turismo internazionale.

È in questo “microcosmo” che si staglia la vicenda di un padre, gravemente ammalato, che chiede al figlio di accompagnarlo nell’ultima visita alla terra natale. Per il giovane è un ritorno caro all’infanzia, ma gravato dalla consapevolezza del male inesorabile a cui è condannato il genitore: un dramma che tuttavia si stempera nell’azzurro e nell’oro di Lussino. Il padre, un tempo potente e luminoso, ora gli viene consegnato nella sua stanchezza a cui vanamente tenta di opporsi. Le pagine rievocano la tenerezza del figlio verso un padre indebolito, nell’antica casa dove tutto aveva “un’aria d’abbandono e di morte”; ma solo lì al giovane sembra di capire gli uomini nati nell’isola, stregati dall’inquietudine, protesi verso il mare tempestoso e chiamati all’illusione del ritorno.

Il racconto dissimula e armonizza i contrasti tra il giovane e il vecchio, il mare e la montagna, la terra e il cielo, la salute e la malattia. Il figlio ripensa a una visita a Venezia, “quando in mezzo al Canal Grande, tutto palpiti di luce e di vita, aveva visto scivolare una gondola funebre”: ci sembra di vedere una tela di Francesco Guardi, l’ultimo vedutista, le cui opere sono gremite di rovine, di ombre e di fantasmi. Come in Svevo, si aprono al vecchio le grandi domande sulla vita e sulla morte, suggerite dalla lettura del libro di Giobbe, giustamente paragonate da Sandrini a quelle del Canto notturno di Leopardi. E, come nella Coscienza sveviana, nella camera del malato non è facile parlare delle cose ultime della vita: tra i due uomini si stende un vuoto, “un principio d’inimicizia”.

Il racconto, che si era aperto con l’arrivo della motonave nell’isola “morbida di luci azzurre e rosee”, si chiude con l’immagine del padre che si congeda da essa, dal suo profilo che svanisce all’orizzonte, fino a sparire, “nell’immenso bagliore del mare”.

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