TOCQUEVILLE/ E quella strana democrazia Usa che funziona “quasi” sempre

- Giacomo Scanzi

Il francese Alexis de Tocqueville fu il primo a studiare e a spiegare in Europa l’inedito fenomeno della democrazia americana

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Per capire cos’è l’America bisogna leggere Alexis de Tocqueville. Quante volte lo si è sentito ripetere. Ovviamente il riferimento è a La democrazia in America, opera che vede la luce a Parigi tra il 1835 e il 1840 e che compendia, in quella che Giorgio Candeloro considera la “prima opera sistematica sulla democrazia”, quanto osservato sul campo dal pronipotino di Malesherbes.

Il viaggio in America di Tocqueville inizia il 10 maggio 1831 e si protrae per circa nove mesi. Ma sono i punti di riferimento storici a rendere il saggio particolarmente interessante: sono passati circa cinquant’anni dalla conclusione della Rivoluzione americana che aveva affrancato le tredici colonie inglesi dalla madrepatria e aveva dato vita agli Stati Uniti d’America (1775-1783); poco meno era trascorso dalla promulgazione della Costituzione americana (1789) e dalla più familiare Rivoluzione francese. Prospetticamente, ma Tocqueville non potrà vederne i fatti e gli effetti (morirà infatti nel 1859) non si può non tener conto della Guerra civile o di secessione americana (1861-1865) e della presidenza Lincoln (1861-1865, data del suo assassinio).

Tocqueville sta dunque nel bel mezzo di due capitoli decisivi della vita del giovanissimo Stato intuendo e sistematizzando alcuni capisaldi dell’americanità che ancora oggi, passati quasi due secoli, lasciano sbalordito il lettore de La democrazia in America. Democrazia: è innanzitutto sulle caratteristiche proprie di tale esperienza che si appunta l’attenzione di Tocqueville. È proprio questo inedito politico che l’affascina e gli pare la chiave di volta per comprendere le grandi differenze che segnano il percorso americano rispetto al più conosciuto esempio francese ed europeo in generale.

Certo, nei decenni in cui vede la luce l’opera, caratterizzati dalla Restaurazione monarchica in tutto il vecchio continente, la parola stessa “democrazia” appare assai vaga e povera di contenuto. Essa è, d’altra parte, laddove è possibile, affidata alla riflessione solitaria e totalmente teorica, dunque quasi un’astrazione, di pochi pensatori liberali, che la considerano come l’inevitabile forma di una sostanza ben più importante e complessa.

Tocqueville trova invece sul suolo americano un’esperienza viva, fortemente innestata nella natura stessa del territorio, quasi frutto naturale di un clima, di una morfologia nonché di una storia che conduce inevitabilmente ad una incarnazione pratica della democrazia.

Come a dire che, se in Europa la democrazia si elabora come esigenza dello spirito, in America si pratica, come funzione essenziale dell’organismo. Esperienza che diviene insomma sconcertante cartina di tornasole di quanto i pensatori liberali europei vanno elaborando chinati sui libri, cercando tra le pieghe del pensiero dei filosofi, senza neppure ben sapere, in fondo, cosa essi stessi vanno cercando. “Confesso – scrive Tocqueville nell’Introduzione – che nell’America ho visto qualcosa di più dell’America; vi ho cercato un’immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa”.

Così, “se l’America è il solo paese nel quale si possa assistere allo sviluppo naturale e tranquillo di una società, e precisare l’influenza esercitata dal punto di partenza nell’avvenire degli stati”, ecco che la questione delle origini costituisce, per lo storico francese, un caposaldo decisivo nell’elaborazione di un modello storico-politico capace di spiegare il mistero di una democrazia di fatto.

E Tocqueville rintraccia gli elementi chiave di questo innesco originario in quell’unione di due spiriti, altrove contrapposti e forieri di lotte e di guerre, che chiama “lo spirito di religione e lo spirito di libertà”, ovvero le ragioni intime della primitiva emigrazione dei coloni inglesi che nel XVII secolo avevano deciso di abbandonare la patria e cercare un nuovo destino oltre l’Atlantico.

Il cammino di Tocqueville per rintracciare la natura unica della democrazia americana è lungo e articolato e procede per stadi, arricchendosi via via di nuovi elementi. Innanzitutto è nello “stato sociale” realizzatosi sul suolo americano che lo storico francese intravvede la prima forma della geometria socio-politica del nuovo Stato. Prodotto di fatti e di leggi, innesco dei costumi, lo stato sociale americano deve la sua natura storica innanzitutto all’impianto legislativo sulle successioni, il vero “ultimo passo all’eguaglianza”.

Uguaglianza nelle ricchezze (“Quando la legge sulle successioni stabilisce la divisione eguale, essa distrugge l’ultimo legame esistente fra lo spirito famigliare e la conservazione della terra; la terra cessa di rappresentare la famiglia perché, dovendo essere divisa alla fine di una o due generazioni, è evidente che essa dovrà continuamente diminuire, fino a scomparire completamente”); uguaglianza nell’istruzione (“Io credo che non vi sia paese al mondo in cui, fatte le dovute proporzioni, si trovino tanto pochi ignoranti e tanto meno sapienti come in America. Infatti in America l’istruzione primaria è alla portata di tutti, mentre l’istruzione superiore non è quasi alla portata di nessuno”).

Tale principio d’uguaglianza, benché realizzatosi per sottrazione (ma forse è questo l’unico modo realistico per innestarlo in una società) ha inevitabilmente conseguenze politiche. O meglio, esso penetra nel campo politico con il suo aut aut portatore di conseguenze decisive: “Ora – scrive Tocqueville – per far regnare l’eguaglianza nel mondo politico, non vi sono che due modi: o dare diritti a ognuno o non darne a nessuno”. Il che significa – come annota Candeloro – togliere di mezzo ogni ipotesi di percorso intermedio, tanto cara ai liberali europei e soprattutto “superare il contrasto tra liberalismo e democrazia, che i liberali garantisti europei dell’età della Restaurazione giudicavano insuperabile”.

Dai principi (seppur debolissimi e per certi aspetti superflui) alla loro traduzione nelle istituzioni, il passaggio è immediato. Anche se, avvisa Tocqueville, “una difficoltà si presenta subito”, ovvero che “gli Stati Uniti hanno una costituzione assai complessa in cui si scoprono due società distinte ma unite o, per così dire, incastrate l’una nell’altra [e] con esse, due governi completamente separati e quasi indipendenti: l’uno abituale e indefinito, che risponde ai bisogni giornalieri della società, l’altro eccezionale e circoscritto, che si applica solo ad alcuni interessi di carattere generale”.

Tocqueville non ha dubbi: “il governo federale non è che un’eccezione; il governo degli Stati è la regola comune”. È dunque soprattutto nel comune, luogo della partecipazione diretta, in cui “il popolo è la fonte dei poteri sociali”, poi nella contea e infine nello stato vero e proprio che in America si gioca la partita decisiva della libertà e dell’eguaglianza. Ne consegue una forma inedita di decentramento amministrativo che Tocqueville vede come “la prima garanzia di libertà in una società democratica” (Candeloro). “Quello che io ammiro di più in America – annota il visitatore – non sono gli effetti amministrativi del decentramento, ma i suoi effetti politici. Negli Stati Uniti, la patria si fa sentire ovunque, è un oggetto di sollecitudine, dal villaggio fino all’Unione intera”. Così, se “l’europeo vede spesso nel funzionario pubblico la forza pura e semplice”, “in America l’uomo non obbedisce mai a un altro uomo, ma alla giustizia o alla legge”.

Il primo libro dei tre che compongono la prima parte de La democrazia in America si conclude con due questioni particolarmente interessanti, alla luce dei fatti che caratterizzano la nostra contemporaneità: l’elezione del presidente degli Stati Uniti e il ruolo della Corte suprema.

Nel primo caso Tocqueville coglie la natura di “crisi nazionale” che caratterizza l’elezione del Presidente. Così se “il presidente in carica è assorbito dalla cura di difendersi, egli non governa più nell’interesse dello stato, ma in quello della sua rielezione, si inchina davanti alla maggioranza e spesso, invece di resistere alle passioni di questa, come sarebbe suo dovere, ne asseconda i capricci”. In particolare, “via via che l’epoca delle elezioni si avvicina, gli intrighi divengono più attivi, l’agitazione più viva e diffusa. I cittadini si dividono in vari campi, ciascuno dei quali prende il nome di un candidato. La nazione cade in uno stato febbrile”, anche se, per la natura stessa dello Stato e per l’assenza di pericoli esterni, tale passaggio “è una causa di agitazione, ma non di rovina”.

Particolarmente interessante è l’analisi che Tocqueville fa del sistema d’elezione del presidente, soffermandosi sulla questione dei grandi elettori e sui rischi che “il modo dell’elezione a due gradi” corre; rendendo “la maggioranza probabile, ma non sicura”, “si convenne che i voti degli elettori fossero trasmessi al presidente del Senato, il quale, nel giorno fissato, in presenza delle due camere, ne avrebbe fatto lo spoglio. Se nessun candidato avesse riunito la maggioranza, la camera dei rappresentanti avrebbe proceduto all’elezione”. “Nei quarantaquattro anni da che esiste la costituzione federale – conclude Tocqueville – gli Stati Uniti hanno eletto dodici volte il presidente. (…) La camera dei rappresentanti ha usato solo due volte il diritto eccezionale di cui è rivestita in caso di ballottaggio. La prima nel 1801, quando fu eletto Jefferson, la seconda nel 1825 quando fu eletto Quincy Adams”.

Dunque, se per ogni stadio del potere sono stati posti contrappesi specifici che limitano i danni di una cattiva gestione o di un criminale abuso, vi è però un punto delicatissimo nel sistema americano, costituito dalla Corte suprema. “Nelle mani dei sette giudici federali stanno la pace, la prosperità, l’esistenza stessa dell’Unione. Senza di loro la costituzione sarebbe lettera morta; a loro si appella il potere esecutivo per difendersi dalle usurpazioni del corpo legislativo, e questo, per difendersi dagli atti dell’esecutivo”. Dal potere illimitato, “essi sono onnipotenti finché il popolo accetta di obbedire alla legge”.

La Corte detiene insomma il più delicato e radicale dei poteri: il potere morale, i cui confini sono difficilmente individuabili. “Il presidente può sbagliare senza che lo stato soffra, perché ha un potere limitato. Il Congresso può errare senza che l’Unione perisca, perché al di sopra del Congresso sta il corpo elettorale, che può cambiarne lo spirito cambiandone i membri. Ma se la Corte suprema venisse mai a essere composta da uomini imprudenti o corrotti, la confederazione dovrebbe temere l’anarchia o la guerra civile”.

(1 – continua)

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