MADRE 87ENNE UCCIDE FIGLIA DISABILE/ Il silenzio necessario e un dolore da “visitare”

- Mauro Leonardi

Ad Orbassano (Torino) un’anziana madre ha ucciso a martellate la figlia disabile grave. Una tragedia dell’amore e della disperazione

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LaPresse

Da Orbassano, in provincia di Torino, giunge un nuovo episodio che è crocevia di dolore, di solitudine e di amore. Un’anziana signora di 85 anni ha posto fine alla vita della figlia disabile 44enne le cui condizioni continuavano a peggiorare. A scoprire la tragedia è stato il marito, che trovando la figlia esanime ha esclamato: “non così, non così… la mia bambina”.

Per quanto ne sappiamo, Maria Capello, la madre, spinta dalla disperazione, avrebbe ucciso a martellate la figlia assumendo poi una massiccia dose di psicofarmaci, tentando così di suicidarsi. Attualmente l’anziana, che è stata denunciata per omicidio, è ricoverata all’ospedale San Luigi di Orbassano in gravi condizioni di salute dovute all’avvelenamento.

Come dicevo, a dare l’allarme è stato Clemente Ronco, 87 anni, marito di Maria e padre della vittima. Quando ieri mattina ha scoperto la tragedia ha telefonato ai carabinieri dicendo: “Venite, mia moglie ha ucciso mia figlia e lei è in gravi condizioni”. Gli investigatori, subito giunti sul luogo del delitto, hanno ritrovato il martello usato per l’omicidio sul comodino della camera da letto e l’uomo in lacrime che, appunto, mormorava: “Non così, non così. La mia bambina”. 

La figlia era una disabile grave e viveva in comunità, ma nel fine settimana tornava da papà e mamma. La sua situazione stava peggiorando, dice chi l’assisteva. È possibile addirittura che la madre, sentendosi sempre più senza forze, abbia ucciso la figlia come fosse un gesto d’amore, abbia cioè deciso di porre fine alle sofferenze della figlia e di andarsene con lei. Il grido di dolore del padre però è lancinante.  

Io credo che dinnanzi ad una tragedia simile, dove dolore, amore, solitudine, si intrecciano così strettamente da rendere praticamente impossibile distinguerle, si possa solo tacere. Oltretutto non conosciamo gli elementi specifici della vicenda. Anzi, visto che la figlia passava la maggior parte del tempo in comunità, parrebbe che questa volta la società civile sia stata perfino in qualche modo presente.

Personalmente, per l’esperienza che sto facendo nel carcere di Rebibbia, mi viene sempre più spesso da dare importanza al verbo che Cristo accosta a chi è carcerato, e in questo caso penso al “carcere” della vita di disabilità della figlia, e quindi della famiglia di Maria e Rocco. Gesù dice: “ero carcerato e siete venuti a visitarmi” (Mt 25,36). “Visitare” chi è chiuso nella gabbia di situazioni esistenziali pesantissime ed impossibili da sopportare, non significa imbarcarsi nell’analisi di spiegazioni impossibili né, tantomeno, cercare di sciogliere nodi inestricabili. “Visitare” significa accostarsi e stare, per quanto possibile, vicino a un dolore così grande che, di per sé, spingerebbe solo ad allontanarsi per scappare a gambe levate. “Visitare” significa essere lì e sperimentare di essere piccoli e di non poter fare nulla di significativo per cambiare situazioni di dolore così drammatico. “Visitare” è mettere in crisi il proprio approccio da “problem solving manager” e accettare la propria insignificanza. Cristo, quando viene a noi nelle persone che sono in carceri reali o figurate, non ci chiede di abbattere il carcere o di far evadere da esso chi ne è prigioniero ma di stare abbracciato a chi soffre per soffrire con lui, con lei, con loro.

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