MANOVRA/ Iva, Irpef e famiglie: i veri rischi dietro le scelte del Governo

- Gian Luca Barbero

Come di consueto, durante le festività natalizie e di fine anno, il dibattito politico viene pressoché polarizzato dalla Legge di bilancio

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Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia (LaPresse)

Come di consueto, durante le festività natalizie e di fine anno, il dibattito politico viene pressoché polarizzato dalla Legge di bilancio, che determina la politica economica del Paese, già fondamentalmente scritta nel Documento di economia e finanza e nella sua nota di aggiornamento. L’obiettivo principale, dichiarato dal Ministro Gualtieri e dal Governo, era la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva previsto dalla precedente Legge di bilancio. Le risorse sono state trovate, ma nel complesso, viene ripetuto il cliché a cui siamo abituati da ormai 5 anni, ossia spostare il problema all’anno venturo: l’aliquota ridotta viene mantenuta al 10% (in luogo del 13%) e quella ordinaria al 22% (in luogo del 25,2%), ma l’aumento viene differito al 2021 e agli anni a venire (rispettivamente 12% per l’aliquota ridotta e 25% per quella ordinaria, che passerà poi al 26,5% dal 2022 al 2025).

Il costo totale della misura ammonta a circa 23 miliardi di euro, cioè la maggior parte della manovra. Analogo discorso si può fare per gli obiettivi di gettito delle accise sui carburanti, sterilizzato per il 2020 (400 milioni) per crescere da 1,2 a 2,1 miliardi nel periodo 2021-2025; su ciò influisce certamente anche la revisione dell’accisa sul gasolio commerciale, con riduzione della platea dei beneficiari del credito di imposta per gli autotrasportatori ed esclusione progressiva (dall’1/10/2020) dei veicoli più inquinanti (Euro 3 ed Euro 4).

Con una simile spada di Damocle, che penderà sulla testa di tutti gli italiani fino a quando un Governo finalmente politico non si decida ad affrontare seriamente il problema dell’Iva, restano margini molto risicati per introdurre misure desinate alle crescita, o, almeno, diciamo, generalmente popolari. La riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente, ad esempio, verrebbe perseguita tramite la creazione di uno specifico “Fondo per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti” con dotazione di 3 miliardi di euro per il 2020 e 5 miliardi di euro per il 2021 e il 2022.

La definizione degli interventi specifici, cioè sostanzialmente come utilizzare le risorse, è demandata ad appositi provvedimenti normativi, che dovrebbero essere emanati entro i primi mesi del nuovo anno, benché, personalmente, non sia così fiducioso, visto il terreno di scontro tra parti sociali e politiche che la materia da sempre rappresenta. Considerate le esigue risorse accantonate, è difficile che si vada tanto al di là degli 80 euro in busta paga (il cosiddetto “bonus Renzi”), agevolando unicamente i redditi più bassi: ciò è senz’altro encomiabile, ma bisogna pur sempre tenere presente che (secondo uno studio di Itinerari Previdenziali sui dati dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2019, che ho già citato in un articolo precedente) generalmente i lavoratori dipendenti con reddito fino a 15.000 euro annui non pagano Irpef, per esenzione o per effetto del meccanismo delle deduzioni e detrazioni, mentre lo scaglione tra 35.000 e 55.000 euro versa oltre 10.000 euro di Irpef: si tratta di lavoratori rientranti nel ceto medio, che, nonostante le rosee previsioni del ministro dell’Economia, difficilmente vedranno incrementare la propria busta paga, mentre vedranno incrementare le spese.

Anche nell’ambito delle disposizioni in favore della famiglia viene istituito un fondo specifico (“Fondo assegno universale e servizi alla famiglia”), con una dotazione pari a 1 miliardo di euro per il 2021 e a 1,2 miliardi per il 2022, finalizzato a interventi in materia di sostegno e valorizzazione della famiglia e al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alle famiglie con figli, la cui attuazione è demandata – anche in questo caso – ad appositi provvedimenti normativi; al fondo, inoltre, sono imputate le risorse necessarie per il rinnovo ed estensione del “bonus bebè” (348 milioni di euro per il 2020 e 410 per il 2021) e al finanziamento del bonus “asili nido” (520 milioni per il 2020, crescenti fino a 621 milioni a decorrere dal 2029), che viene reso permanente, oltre il 2021 originariamente previsto.

Continuando a spulciare, a un primo sguardo senza dubbio superficialmente condotto, si trovano conferme ed estensioni di misure già prese, o istituzione di fondi ad hoc per finanziare attività economiche o zone geografiche di cui, talvolta, non si capisce bene lo scopo, oltre a nuove tasse già assai discusse dai media (ad esempio, l’imposta sul consumo dei manufatti in plastica, l’imposta sul consumo di bevande edulcorate, o “sugar tax”, che dovrebbero divenire efficaci più o meno dal secondo semestre 2020, tradizionale incremento della tassazione sui tabacchi, ecc.): nel complesso, mi sembrano misure poco costruttive e quasi sempre legate a ulteriori provvedimenti attuativi (ne sono stati contati 134), molti dei quali probabilmente non vedranno la luce, secondo il destino di tante norme nel nostro Paese. Sempreché i prossimi appuntamenti elettorali non contribuiscano a staccare definitivamente la spina.

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