Marco Paolini/ “L’incidente? L’etichetta di omicida stradale mi perseguita”

- Hedda Hopper

Marco Paolini si sente marchiato a fuoco come un omicida stradale e ad un anno da quello che è successo quella tragica notte, torna a dire la sua in una lunga intervista

Marco Paolini
Marco Paolini (LaPresse)

Momenti che non si dimenticano facilmente. Rumori, odori e immagini che continuano a scorrere nella mente, nonostante tutto e tutti, questo è quello che Marco Paolini sta passando ormai da quasi un anno da quella maledetta notte. L’attore torna a parlare dell’incidente in cui tamponò un’utilitaria buttandola fuori strada. In quell’incidente una delle donne che si trovava a bordo dell’altro mezzo è morta dopo due giorni di agonia in ospedale e lui, sano e salvo, si guarda indietro e non riesce a dimenticare. L’attore e regista continua a tenere sul petto il peso di quella morte e sulel spalle l’etichetta di omicida stradale che, a quanto pare, non riesce a dimenticare. Nella lunga intervista a Il Corriere.it, Marco Paolini ripercorre quei momenti ribadendo che la colpa è tutta sua e che la negligenza è la causa di quello che è successo, una morte per la quale ha avuto un anno di condanna per omicidio stradale dietro patteggiamento.

L’ETICHETTA DI OMICIDA STRADALE

Proprio su quell’etichetta di “omicida stradale” verte l’intera intervista in cui Marco Paolini racconta ancora di quel tragitto, di quel viaggio e dell’incidente che ha causato la morte di una donna, una lavoratrice, una mamma di due figli: “C’è una sentenza. A mio carico. E c’è scritto nero su bianco: “omicida stradale”. Capisco la parola usata dal legislatore. La capisco. Bisogna rendere le persone consapevoli del rischio che fanno correre agli altri quando guidano. È giusto. Ma la parola “omicida”…”. A quanto pare l’attore non manda proprio giù questa parola ma, dall’altro lato, dice di essere consapevole di aver causato qualcosa di terribile e non da torto alla famiglia della vittima che non trova giusto il suo “solo” anno di condanna e non ha voluto nemmeno parlare con lui: “Ho scritto privatamente a loro. Pur immaginando di essere, per loro, non voluto e molesto. Non ho ricevuto risposta. Capisco. L’avrei fatto anch’io. Poi ho scelto il silenzio“. L’attore non vuole infierire, sa bene che è una situazione complicata e che lui avrebbe fatto lo stesso se avesse perso la donna della sua vita o sua figlia, e per questo ha deciso di non insistere oltre.

IL RICORDO E LA VOGLIA DI RISCATTO

Riguardo a quella tragica notte, Marco Paolini continua a ribadire che non stava correndo e che non era nemmeno al cellulare come si è detto in un primo momento. Lui stesso ha ammesso di aver consegnato subito il telefono alla Polizia quella notte proprio per far controllare tabulati e messaggi e provare che non era distratto da quello, poi racconta: “C’era molto traffico. Impossibile correre. Si andava in colonna. Viaggiavo sulla corsia centrale. A un certo punto mi è tornato un attacco di tosse… di colpo mi sono visto addosso alla macchina di Alessandra Lighezzolo e Anna Tovo….L’ho speronata. E l’ho vista volare sulla strada di sotto, sulla tangenziale. Dietro una siepe. Rovesciata“. Il ricordo continua a perseguitarlo e lui stesso, proprio in chiusura di intervista ammette che è proprio quella etichetta a non lasciarlo mai e adesso, a distanza di un anno, sente il dovere di riscattarsi ma mai dimenticare.

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